domenica 17 giugno 2012

Vocals Comunications e Bacharach, di Raffaele Cavallari, recensione

Raffaele Cavallari,cantante milanese di sangue salentino ha una voce che è un mix di calda passione e ofidica ammiccante distorsione saracena. Mi sono capitati in mano due dischi autoprodotti, il primo Vocal Comunications è composto da 13 brani di cui il primo "Parole" costituisce una chicca imperdibile, con il testo di Raffaele che esplora tutte le possibilità semantiche, verbali e contestuali del termine "parole" lasciandosi guidare dal sottofondo musicale di Erik Satie, intravvedendosi in questa scelta un ambito esplorativo nelle selezioni dei brani musicali praticamente universale. Il disco è caratterizzato da reinterpretazioni di brani famosi di musicisti orchestrali e pianisti che testimoniano una ricerca la cui lettura delle biografie di questi autori stessi, da parte mia, sorprende per la varietà e la vastità delle conoscenze musicali dei generi più disparati. La voce di Raffaele Cavallari reinterpreta questi brani con un timbro decisamente più angelico di un Mario Biondi accompagnato dalla dotazione di un'estensione vocale incredibile . Musiche orchestrali o da pianoforte contraddistinguono la ricerca musicale di questo disco veramente godibile . Ho assistito a diverse esibizioni musicali dal vivo di Raffaele Cavallari e devo dire che queste tracce registrate lasciano intatte le impressioni sul timbro vocale che "live" è certamente più nitido all'ascolto . Raffaele Cavallari si è esibito nei locali di Milano e come tutti gli artisti puri non ne fa una malattia di non aver sfondato sul terreno del successo commerciale . Intanto lui è in cammino con la sua ricerca musicale e le sue reinterpretazioni che , riascoltate, sono dei veri e propri brani che si presentano come nuovi, come reinventati, con quel suo timbro vocale unico, come di chi ha trovato una propria voce senza scopiazzare altri famosi o rifacendosi a loro. E ciò è sintomo di personalità. La traccia 7 Libertango cantata su un sottofondo musicale di Astor Piazzaolla è semplicemente fantastica, da pelle d'oca. La pronuncia inglese ,in tutto il cd, è perfetta, anzi presenta quel calore timbrico che la lingua anglosassone iperpura di per se'non possiede. Il brano 10, Sweet Dreams di Annie Lennox è riarrangiato in modo magistrale, da brividi. Il secondo cd si intitola invece Bacharach, ed è, superfluo dirlo dedicato a delle interpretazioni di famosi brani musicali di Burt Bacharach, originale compositore statunitensa di origine teutonico-ebraica . Riascoltando la traccia 2, (They long to be)close to you, mi sono commosso, un pò per la notorietà del brano ma anche per come viene interpretato. Mitico il brano 5, What the world needs now is love, veramente ben cantato, con voce vellutata , delicate e lieve ,trapuntata di quando in quando con le giuste accelerazioni timbriche. La traccia 7 fa semplicemente sognare: That's what friends are for, veramente ben eseguita, pulita e profonda, con le estensioni controllate di giusto. In definitiva, vorrei dire, io sono un tipo di persona che quando si avvicina ad uno scaffale di libri in una libreria, prima di acquistarne uno, lo apro, ne leggo alcune parti e , a prescindere o meno della notorietà di chi l'ha scritto, lo acquisto. Anzi molto spesso gli scrittori più famosi sono i peggiori, perchè si sono messi a scrivere per il pubblico e alla fine sono diventati il pubblico. E per la musica è lo stesso, vi sono dei talenti nascosti che a causa di un mondo, quello editoriale dei dischi, gestito con criteri mafiosi e clientelari, come tutto del resto nel nostro paese che non cambia mai, che per questo tipo di perverse dinamiche sono destinati a restare tali, privando l'umanità tutta di forme di bellezza che renderebbero la vita più sopportabile. Per questo con piacere e con sincerità presto la mia tastiera al commento di opere e artisti che vale la pena di segnalare.

sabato 16 giugno 2012

Giusto il tempo di annegare in una pinta di birra(Brave)

Nella mia casa avita per una settimana... me ne sto nella mia cameretta dell'infanzia da me affettuosamente ribattezzata La Stanza del Morto perchè da quando sono migrato a Milano mia madre ha lasciato intatta come vent'anni fa quando presi un treno a cui fusi le ruote metalliche come Bolivar bruciò le navi per non tornare indietro obbligandosi a liberare il continente sudamericano. Io invece ho viaggiato non tanto in cerca di lavoro ma in cerca di me stesso e la liberazione a cui volevo giungere era quella mia personale, se è vero come è vero che se non puoi liberare il mondo puoi almeno cercare di liberare te stesso. Ad un certo punto mi alzo dal letto in cui sono sdraiato in questo pomeriggio di folle maltempo di mezza stagione e rovisto fra vecchie cassette per lo stereo che ancora hanno l'ardire di di svolgere il loro benefico lavoro di lasciarsi ascoltare volentieri. Nel mucchio pesco "Brave" , una cassetta registrata da un disco in vinile dei Marillion che mi aveva registrato e data in dono il mio fraterno amico TYBA con cui ho trascorso gran parte dell'infanzia mediterranea in quel di Ostuni in un altosalento surreale tutto muri a secco, ulivi secolari e ginocchia sbucciate sui mille campetti di calcio improvvisati un pò dovunque in quelle lande. Come una madelaine uditiva, le note di Brave mi raggiungono mentre me ne sto raggomitolato sul letto e mi rimandano immagini di un tempo lontano più di vent'anni, quando in un vecchio scaracchiante walkman ascoltai questa cassetta su un vecchio autobus che da Londra mi stava portando ad Edimburgo. Ero stato da poco mollato da una ragazza, una mora androgina dal capello corto e dalla pelle ambrata di natura come certe ragazze salentine che mostrano chiaramente i segni genetici di passate razzie costiere saracene. Ci eravamo lasciati in quel di Londra dove eravamo andati insieme in cerca di qualcosa, lei in cerca di una rivincita col mondo che sembrava non averle elargito i giusti riconoscimenti economico-sociali, io in cerca di qualcosa di indefinito, di me stesso forse o di vedere che effetto facevo ad un mondo sconosciuto o viceversa . Fatto sta che di fronte al duro confrontarsi con il vivere quotidiano del doversi procacciare da vivere in una megalopoli come quella londinese , specimen del pianeta in scala ridotta, con i suoi quartieri arabi o ebraici o italiani e l'eterno naso arricciato a disprezzo del londinese medio allorchè sentiva pronunciare dalla tua bocca quell'inglese appreso sui libri che pareva a loro una specie di sforzo immenso che facevano due down nel voler comunicare con il mondo dei cosiddetti normali, l'amore, quella specie di sessualità animale che ci aveva accompagnato per qualche mese, aveva incominciato a incrinarsi e a frangersi contro gli scogli dell'esistere quotidiano fatto di conti da pagare . Io dico la mia senza contraddittorio, che volete sto sforzandomi di scrivere mi tengo il diritto di avere ragione, quando si ama l'involucro della società o la divisa costosa che dovrebbe farti trattare con rispetto, abiti firmati, lavori di prestigio, gioielli addosso da mostrare al ritorno nei territori natii come trofei di una conquistata stabilità sociale da sfoggiare come un goffo apparato cattura-invidia, molto più del piacere di condividere con qualcuno una ricerca interiore di coppia, persino il sesso vissuto da me sino a quel momento come totale perdimento dell'uno nell'altra, viceversa diviene un surrogato di cui si può fare volentieri a meno. Credetemi puoi essere Rocco Siffredi o Trentalance, per certe donne non è una questione di misure o di come lo sai usare, diventa un succedaneo quasi routinario al termine dell'eccitazione vera che deve essere costituita da ricevimenti, proprietà, ville con piscina, orologi d'oro, vestiti firmati, che divengono una sorta di prolungamento fallico metaforico, per alcune donne, s'intende, le quali, a quel punto, proprio del sesso, finiscono per farne a meno . O al massimo si concedono qualche scappatella con qualcuno di cui hanno il pieno dominio psicologico e a quel punto non si capisce più chi penetra chi e cosa . Era stato così che in bel giorno di questa esperienza londinese, nel nostro flat affittato ad un curdo di chiare origini liguri, tanto si faceva pagare persino un refolo d'aria agitante un rotolo di carta igienica di scarsa morbidezza in un bagno come di Calcutta nel centro di Londra, con la tv accesa sulla BBC, mentre si faceva l'amore, Ramona , la chiamerò così l'aspirante mantide religiosa, nel bel mezzo della cosa, si ferma e mi fa:" miii, è morto Spadolini", mentre guarda lo schermo piatto della tv come è piatta la sua libido del momento, così, con la stessa partecipazione a quel che stava facendo di un elettricista con un filo collegato all'alta tensione in mano di fronte al mare . Così io mi ero alzato, avevo fatto il bagaglio, e nonostante le sue suppliche e i suoi appelli al senso "pratico" di restare comunque insieme fino al ritorno in patria, in quattro e quattr'otto mi ero volatilizzato dietro la porta malferma del flat in questione con il nonostante tutto vaffanculo in mente che data la rabbia enorme non ero stato in grado di vomitarle addosso sul momento . E ora eccomi su quest'autobus diretto a Edimburgo, con i risparmi di un paio di settimane da cameriere in un ristorante palermitano licenziato perchè non sapevo portare tre piatti per volta e da pubblic relation man di un ristorante messicano, incarico da cui ero stato rimosso perchè invece di distribuire volantini pubblicitari ai turisti alla fermata della tube riciclavo i biglietti inutilizzati della metropolitana per rivenderli ad altri utenti. La musica malinconica e struggente dei Marillion sentivo che mi faceva bene, leniva le mie ferite sentimentali. Fuori dall'autobus un deserto di cespugli bassi colorati di viola e azzurrino ingentilivano un tramonto pastellato di colori tenui e lievi come il mio amore scritto sulla sabbia del bagnasciuga cancellato da un'onda. Sono seduto vicino ad un ragazzo molto magro, biondo, che inforca un paio di occhiali da sole e una felpa bianca. Dopo un pò con in mio inglese rudimentale molto the cat is on the table, diventato nel frattempo beffardo ritornello di un famoso brano di discomusic, attacco bottone. Gli rivolgo la parole. Si chiama Oleg, è russo, è in viaggio per l'Europa e anche lui è stato un paio di settimane a Londra. Con i soldi che aveva fatto con vari lavoretti da factotum, aveva deciso di viaggiare in Scozia. Da quello che aveva visto fino a quel momento del paesaggio, era contento . Gli piacevano quei colori decisi e al tempo stesso tenui, perchè non gli davano fastidio agli occhi. Occhi da lupo artico poco abituato ai colori sud del mondo . In seguito, anni dopo, giudicai la Scozia come una specie di Irlanda incorporata al continente britannico. A Edimburgo, con Oleg, prendiamo una stanza insieme in un bed & breackfast. Decidiamo ognuno per proprio conto di fare un giro per la città e di darci convegno in centro, a sera. In un pub da lui indiviuduato sulle nostre guide turistiche tascabili. Io prendo un autobus di quelli cabriolet e faccio unn giro turistico, tour classico della città, non ho molto tempo, circa due giorni, poi i soldi finiranno . La guida che parla al centro dell'autobus, mentre il sole capolina fra uno scroscio e l'altro, racconta le origine storiche dei vari edifici e del castello dove sarebbero custoditi i gioielli di Maria Stuarda, che , a suo parere devono essere assolutamente visti . Io non so come mi viene, così, senza conoscere un inglese dignitoso riesco a formulare una domanda:"perchè non li vendono, quei gioielli, e non danno lavoro ai disoccupati?" . Gli altri passeggeri che devono essere di provenienza esteuropera, si voltano tutti e mi guardano. Sono seri. O non hanno capito la domanda o non approvano. La guida mi spiega che sono un simbolo e che non si può vendere un simbolo. Mi chiede di dove sono. Italian. dico io. Mi osserva sorridendo e dice:"vorreste voi italiani vendere il colosseo per risolvere il problema della disoccupazione?". Ho un idea migliore, dico , ci metterei dentro i politici e i disoccupati, mi sembra democratico no? Si voltano tutti e ridono a crepapelle. Anche la guida ride. A sera, stanco di castelli e uomini in kilt che suonano le cornamuse ( non ci sono le cornamuse ma io le sento), cammino nei pressi di un ponte. E' un enorme ponte metallico sul mare. Non ne ricordo il nome. Con il walkmen inforcato, in quel momento parte Brave, il pezzo che dà il nome al disco. Piove e io sono senza ombrello, siamo in agosto e quindi è tollerabile, non mi importa più molto di come mi andranno le cose. Cerco di godere masochisticamente della struggente mancanza di Ramona. Razionalmente lo sapevo che non mi avrebbe portato a nulla la storia con lei, ma al fatto compiuto non si fa mai abbastanza l'abitudine. Piove, pioviggina, neanche sento le gocce che si posano sul mio giubbotto verde militare, ho icapelli lunghi, le basette lunge da Beatles, alla londinese, sono magro per per le troppe ore di lavoro e le poche di sonno e a quel punto , nelle mie orecchie, entra Brave, un pezzo che esordisce con delle cornamuse ideale colonna sonora delle immagini di me stesso nel videoclip della mia vita. Il ponte è lì di fronte, immenso, sospeso nel vuoto, "lei cercherà finchè non avrà trovato un modo per prendere i giorni", dice la canzone, " così ha cercato a modo suo per trovare il cuore", parla di una ragazza che si toglie la vita per amore. Guardo il ponte, c'è qualcuno lì sopra e forse vuole buttarsi di sotto. E poco dopo lo fa. Urlo e mi sfilo la cuffia del walkman. E' incredibile, mi sembra un dejavu o un video della canzone che stavo ascoltando. Ci saranno centinaia di metri prima dell'impatto con il mare, con l'acqua. Sono sconvolto, non lo posso accettare. Incontro un policeman a cui cerco di raccontare l'accaduto. Lui per tutta risposta odora il mio alito. Quando capisce che non ho bevuto controlla i miei documenti e poi mi manda via. Io gli urlo, dovete andare a controllare, lo potete salvare. Lui dice che il mio inglese fa schifo, di andare via. Mi viene da piangere. Ho ventisei anni, mi sono appena laureato, sto viaggiando in cerca di me stesso, mi ha appena mollato una donna. Mi rimetto la cuffia e riascolto Brave. Piove sulla mia giacca a vento verde militare, le lacrime mi bagnano il viso, cammino per Edimburgo, qualcuno è appena morto,le cornamuse suonano , i pub sono aperti...giusto il tempo di annegare in una pinta di birra...

giovedì 14 giugno 2012

Dico il Vero, di Supa Cush (recensione)

Oggi recensisco un cd. Si tratta di Dico Il Vero di Supa Cush, ottimo rapper dell'area milanese e simpatico collega di lavoro . Fabrizio, questo il suo nome lo conosco da poco e mi ha subito mostrato una eccellente personalità, in poche parole ha le idee chiare sulla musica e di conseguenza, come deve essere per un'artista, sulla vita. Questo suo disco esce dopo 10 anni di ottimo rap italiano prodotto da lui ed è lo specimen del fatto che noi italiani abbiamo una nostra via nell'incidere testi importanti ed originali su basi musicali molto ben scelte. Ha lavorato molto sui testi intridendoli di un ottima mescolanza di italiano alto, slang periferici e termini territoriali, parole messe insieme per creare rime e assonanze, musica di parole che accompagna come in un controcoro le basi musicali ben selezionate. Nella seconda traccia, Dico il vero, che dà il titolo all'album, frasi come "divento grande ad ogni nuova sconfitta" che ricorda il motto Bukowskiano" ad ogni rifiuto delle case editrici la grandezza della mia scrittura aumentava" e " non ho mai visto in Italia un rapper con un rolex vero brillanti sull'acciaio solo culi di bottiglia e non mi frega quante quaglie ho portato nel letto" marcando una netta differenza con i rapper afroamericani che ostentano la propria ricchezza come immigrati suditaliani di ritorno dalla Germania tipo code di volpe sul retro di mercedes verde pisello targate Dortmund, come pure i riferimenti a "natura e scienza" , segnano una aperta originalità che fanno camminare questo disco con le sue gambe, nonostante le pur prestigiose feat-ospitate di Fabbri Fibra, che tra l'altro è il miglior rapper del panorama nazionale...abbastanza scevro da troppi compromessi commerciali. La traccia "Into the wild" di cui potete recuperare lo splendido video in youtube con una semplice ricerca, è commuovente e poetica con il ritornello" vivo in un cerchio del grano in mezzo al parco agricolo sud Milano, l'odore dell'erba mi porta lontano " e parla della spasmodica richiesta di aria, natura e alberi, dopo che si è stati rinchiusi dieci ore in un qualsiasi cubicolo impiegatizio, cosa che riguarda milioni di persone che vivono in queste nebbiose lande padane . I continui riferimenti al rifiuto delle energie pericolose come quella nucleare e il rivolgersi ad un uditorio più alto statuito dal proclama " voglio persone serie zero Raul Bova" e " vorrei svegliarmi senza aver bisogno del denaro" ,traccia 6, che ricorda il deandreiano "vorrei vivere in una città civile dove all'ora dell'aperitivo non ci sia spargimento di sangue o di detersivo"( la domenica delle salme), insieme alla metafora per la lotta subumana verso il successo a tutti i costi sintetizzato nel mirabile" spingono tutti per entrare in una stanza quando sono dentro poi si accorgono che è vuota neanche si scopa( Traccia 9)sintetizzano in modo poetico una visione del mondo che anche se comune a tutti gli artisti che scrivono testi socialmente impegnati, viene espressa in modo, unico, personale e originale, in altre parole dalla voce di un'artista maturo che ha qualcosa da dire a modo suo, senza scopiazzare qua e là . L'abum si chiude con la traccia 11, dal titolo "skb or die", omaggio alla generazione degli skateboardisti, graffitari e ponitori notturni di stickers, molto interessante , "Outro", brano breve al limite dello skit in cui si riconosce la voce di quel meraviglioso masaniello milanese che risponde al nome di Piero Ricca e con due bonus tracks delle quali , l'ultima , dal titolo suggestivo "ognuno vale uno" fornisce una eccellente visione della democrazia ormai distante dai partiti, dalle banche e dai governi che impongono scelte pesanti e inaccettabili sulla pelle dei popoli , insomma un inno ai movimenti, che mi vede in assoluta sintonia, rispetto alle mie attuali posizioni in politica.

lunedì 4 giugno 2012

L'età del ferro

Sono entrato nell'età del ferro. Appesantito dallo stile di vita e da un'ernia del disco che non voglio stuzzicare col mio jogging suburbano al piccolo trotto mentre attraverso quartieri periferici o parchi, passando lungo muri perimetrali di capannoni dismessi incisi da rabbiosi graffiti geroglifici compresi a mala pena dai loro autori, ho tirato fuori dal mio sgabuzzo un paio di vecchi manubri di ferro rugginosi e mi sono messo in men che non si dica ad esercitarmi facendo attenzione a non gravare sulla schiena con esercizi mirati. E a proposito della mia ernia del disco , tanto per intenderci, ogni volta che qualcuno mi guarda e tratta come una specie di invalido, rispolvero la vecchia battuta d'occasione che feci all'infermiera dal San Paolo mentre mi riportava in barella in corsia dopo la tac: è meglio un'ernia del disco che un disco di Leone di Lernia . I manubri vanno bene perchè non ho né il tempo né la voglia di recuperare una silouette gradevole ammazzandomi di diete e addominali del detenuto ed esercito i pettorali affinchè la pancia si noti meno, un po' alla Mickey Rourke, una cosa molto heavy metal o piuttosto metalmeccanica ludicomotoria. Le donne sì che hanno un grosso vantaggio, specie le più giunoniche e pettorute, a queste la pancia e quando la noti, se poi sfoggiano un bel decoltè? Così col corpo ancora caldo per un allenamento di media intensità, esco, la giornata è di quelle che meritano, c'è il sole, roba da celebrare come un evento, in questi lidi lombardoveneti . E dalla periferia di Milano, che mi piace immaginare essere periferia del mondo , col solito autobus 325, in mezzo al sartiame di passamano e reggipasseggeri, passo lungo il naviglio di Corsico in direzione Romolo , fermata di riferimento più vicina della metro . Poco dopo siedo in un treno completamente ricoperto di graffiti realizzati con rischio di notte da scrittori o pittori o tatuatori di mezzi pubblici urbani cui non basta un quadernetto o la tastiera di un pc per dire al mondo che esistono e che hanno qualcosa da dire, se non altro celebrare le grigie pagine cementizie del quaderno di vetrometallo di questa città civile che per farsi fare un pompino ha bisogna della scusa di un centro massaggi cino-thailandese dietro separè colorati adorni di pappagalli muti e silenti che hanno il pregio di farsi i fatti propri durante l'espletamento di certe pratiche che risalgono alla notte dei tempi e che non si ha il coraggio di chiedere alla propria moglie forse perchè a furia di vivere da queste parti ne ha assunto la patina grigia dei quaderni-muri del circostante laterizio. Seduto su questo treno del metrò, osservo i passeggeri , in prevalenza ragazze dai trenta in giù, sedute una a fianco all'altra , mentre si esercitano nell'attività prevalente di questi tempi moderni e tecnologici consistente nello smanettare febbrilmente il proprio iphone. Ci sono anche degli uomini che riescono a farlo in piedi con una sola mano mentre con l'altra si reggono a qualcuno di questi pali da lap dance che hanno il compito di non farti cadere addosso agli altri come un birillo da boowling ogni qualvolta il treno della metro frena e riparte seguendo il suo ritmo elettroencefalogrammatico. Ciascuna di queste ragazze postmoderne invade la contemporaneità con una propria tecnica di digitazione dell'iphone, chi con i pollici delle due mani, chi con pollice di una mano e indice dell'altra, chi con una sola mano che fa tutto, reggere il cellulare last generation e digitarlo col un pollice solo, come acrobati involontari del multitasking circense .Non si capisce cosa abbiano da scrivere così tanto né tantomeno a chi in un paese che non sa scrivere, non sa parlare e , soprattutto, non sa leggere . Roba da scomodare Lamarck e la sua teoria evoluzionista basata sull'adattamento degli arti degli esseri viventi all'ambiente, tra un po' avremo ragazze coi pollici simili a polpacci di Maradona . Ad un tratto una di queste girl assolutamente non di Ipanema , si alza in piedi e comincia ad osservare in fondo allo scompartimento , saluta con mano un'amica con cui si stava messaggiando , ma dico io due passi fino da nei no? Non ti vengono mica i calli ai piedi, fanno prima a venirti alle dita. E poi c'è uno con un tablet, gira le pagine di uno scritto col dito indice con una velocità impressionante, almeno la metà del tempo che impiegherebbe a girare la pagina di un testo cartaceo . Suo nipote dirigerà orchestre senza bacchetta . Quando arrivo in Stazione Centrale scendo dal treno e mi dirigo verso la missione da compiere che non consiste nel prendere un treno per Saint Tropez o per Saint Morritz , né un taxi per la prossima sfilata di Giorgio Armani ( quella dalle proprie responsabilità di aver messo una minuscola aquila bianca su magliette nere che pare la deiezione di un piccione facendosele pagare più di un salario mensile cinese ciascuna), si tratta di ben altra missione: comprare dei quaderni in carta riciclata e delle tratto pen ad alcool così che io possa imbrattarli con i miei strali da artista fallito da chi considera arrivato e di successo solo chi siede nel salotto della Bignardi a pontificare di panetterie e New York cercando di convincerci che fra le due cose c'è una relazione indispensabile da comunicare al genere umano. Non lo capiranno mai che il giorno in cui vedranno un mio libro in una sporta dell'Esselunga vicino a delle mozzarelle o peggioancora a dei sofficini , sarò diventato un prodotto di mercato pure io e mi comporterò come i suddetti sofficini finendo in padella cotto mangiato e digerito , dimenticato la mattina dopo appena alzati alla prima seduta sui sanitari della giornata . Prendo delle scale mobili e mi trovo catapultato all'interno di quella specie di stazione spaziale che è diventata la Stazione Centrale di Milano . Tutti intorno a me camminano , schivano gente all'ultimo istante, prendono scale mobili , digitando sul proprio iphone mentre danno un'occhiata barbina al modello di un manifesto ammiccante e tutto questo tutt'insieme e mi verrebbe da ammirarli se non fosse perchè penso , ma questa gente, queste ragazze per lo più, riescono ancora a fare l'amore come ai tempi di Adamo ed Eva o sono diventate delle specie di Moana Pozzi postatomiche che parlano al cellulare pure in quel momento mentre la telecamera di Dio Cupido inquadra solo quelle parti lì in basso? Mentre mi involo su dei tapis roulant e mi sento Philip Dick in un suo romanzo di fantascienza, mi cade lo sguardo su dei maxischermi che trasmettono h 24 pubblcità di vestiti e profumi di marca ma che in realtà, non sia mai, sono stati messi lì come prove generali per il prossimo golpe e da un momento all'altro qualche bellimbusto apparirà per dirci che è in vigore lo stato d'emergenza e che fra un po' partirà il coprifuoco senza riuscire a sentire la mia battuta immediata che fa, ma quale stato d'emergenza, quello che c'è sempre stato? L'emergenza è la forma di governo degli ultimi cinquant'anni in questo paese ed ha consentito in nome di questa presunta precarietà di schiavizzare milioni di persone e di far perdere loro qualsiasi speranza di vivere dignitosamente facendoci credere che tutto quel che si stava facendo da parte di loschi individui che invitavano a stringere la cinghia mentre loro se l'allentavano a furia di trigliceridi da cene di palazzo, era per il nostro sacrosanto bene. Una volta in cima davanti agli schermi di arrivi e partenze con sempre maggior sentore di essere in realtà derive e approdi, un mucchio e una sporta di senegalesi in vestiti sgargianti colorati e tradizionali, osservavano quei numeri di orari illuminati elettricamente come uomini della giungla amazzonica marziani con cornini ricetrasmittenti . Poco dopo scendo per delle scale deserte, la gente non le prende nemmeno per scendere, e mi ritrovo su un lato della stazione, dove , seduti su un gradone circondati di cartoni da supermercato, un gruppo di barboni marocchini fumano e bevano birre becks avendo capito tutto della vita e oziando della grossa, dal momento che se il fine del ben vivere è arrivare a non fare niente avevano deciso di portarsi parecchio avanti. Magri, olivastri, tatuati, barcollanti per l'alcool ingurgitato a prescindere dal cibo, fumavano sbuffando come locomotive ottocentesche all'ultimo viaggio prima della rottamazione e si godevano quel loro ozio come dei piccoli macilenti Bukowski assolutamente senza pretese letterarie , interpretando al meglio il ruolo di barboni senza vergogna, pronti a godersi le tiepide notti dell'estate incipiente, fumando e sbuffando alla luna, gracchiando alle divise e sorseggiando l'ultimo nettare batesoniano che danzerà la danza dei coltelli con i loro fegati allenati al peggio. Sul piazzale Duca D'Aosta me ne sto a guardare il Pirellone questa specie di gigantesco fallo cementizio piantato ad arte nello sfintere della Lombardia tutta, mentre tutt'intorno un mucchio di altri falli cementizi col fumetto di Generali, Radio 105, Mini Hotel Aosta in cima ai terrazzi come inevitabili creste di gallo che testimoniano la loro promiscuità , fanno a gara a dare l'assalto al creatore come piccole insignificanti Torri di Babele che Dio non degna neanche del più distratto sguardo, magari perchè ha messo il telecomando sul terremoto in Emilia . Dietro il Pirellone altri grattacieli fallici con un enorme numero illuminato di rosso in cima, quasi a mò di birilli identificativi per la prossima palla bomba da boowling scagliata da qualche paria estromesso dalla grande torta del potere, qualche sorta di altro Bin Laden di cui s'è perso il controllo. Intorno alle aiuole, venditori abusivi di occhiali da sole hanno messo in mostra le loro mercanzie , inforcano a loro volta i migliori manufatti della loro merce, guardandoci tutti come le Iene di Tarantino . Mi siedo ad un Mac Donald e una pazza urla qualcosa di incomprensibile contro la carne che si vende lì. Passa e spassa davanti e dà grossi colpi con un bastone sulle griglie delle biciclette dell'atm, andandosene via, con l'urlo che si sente sempre più flebile, mano mano che viene inghiotita dall'Enterprise della Stazione...

mercoledì 23 maggio 2012

Il viaggiatore solitario è un demonio

Scritto il 6/5/2012 Oggi libero dal lavoro, ore 14,30 circa, decido di prendere l'autobus per fare un giro in centro a Milano. Scenderò in piazza Duomo in questa domenica di maggio che segue al giorno 5 , data che per molti anni è stata per me una sorta di spartiacque , preludio di una trasformazione, il serpente cambia la pelle e si spera in una nuova rinascita, il tepore della primavera-estate si fa largo e scaccia il freddo inverno nevoso foriero di gastroenteriti a frigore, giorno che ricorda l'anniversario della morte di Bobby Sands, storico militante dell' Irish Republican Army che si lasciò morire di fame per protesta contro il governo inglese che non voleva riconoscere a lui e ai sui altri compagni incarcerati lo status di prigionieri politici considerati invece in toto detenuti comuni. E così oggi come per una strana nemesi , la Tatcher è in alzhaimer conclamato, e Reagan, ci ha rimesso la pelle per la stessa malattia , come madre natura avesse provveduto a vendicare le politiche scellerate del liberismo che hanno fatto soffrire milioni di persone, rendendo infanti rimbecilliti questi due perfetti strumenti affilati di quel capitalismo dal volto disumano . . E, punto, il 5 maggio da molti anni è stato da me scelto come giorno di celebrazione di ogni nuova trasformazione, un punto e a capo annuale in più rispetto al mio compleanno , che è comunque 10 giorni dopo. E c'era una cerimonia che compivo che consisteva nel farsi il bagno a mare ad Ostuni, altosalento adriatico-mediterraneo, tanto più che vivevo da quelle parti, in quei luoghi natii. Immergendomi in quelle acque per più di vent'anni, acque che per l'occasione definivo gangetiche, mondavo la prima parte dell'anno , mi depuravo immergendomi in quelle acque gelide di maggio quasi sempre tiepido all'esterno quanto polare per temperatura delle acque marine . Mentre nuotavo ricordavo Bobby Sands dichiarandolo ai miei amici che mi coglionavano della grossa , esercitavo una catarsi , avveniva una nuova rinascita , l'ennesima con nuovi propositi , che non è detto che si sarebbero rivelati migliori dei vecchi , se è vero come è vero che nessuna verità è per sempre rivelata e che come ha detto Majakoskij sino alla bara sempre se ne impara . Mentre siedo sull'autobus che da Corsico mi porterà a Romolo, osservo una famiglia latinamericana ispanica il cui padre è vestito come un pusher di Los Angeles cappellino da cui spunta una “recchia panna” , con seduta a fianco la moglie o compagna sul cui viso s'è spento l'eterno sorriso sud-del-mondo, dietro i mille cessi da nettare ai vari Michele Serra di turno dietro la cui benevolenza si cela comunque, e mica tanto nascosta, la spocchia pseudodemocratica di una finta tolleranza che consiste nel relegare comunque questa gente al rango di poveretti in nome di cui parlare , ma lasciandoli al loro posto di derelitti alibi eterno per criticare un sistema che li arricchisce concedendo la libertà di essere criticato. Sedute davanti a loro due bambine mulatte, le figlie, che parlano fra loro in un italiano perfetto imparato a scuola e dai cartoni dei Pokemon , che citano per altro mentre sono intente in un loro personale giochino fatto di filastrocche e numeri con le mani. A Romolo scendo e prendo la linea verde della metro per Cadorna dove cambierò per il Duomo. In metro trovo posto con una certa tranquillità , la giornata minaccia pioggia e quindi la maggior parte delle persone si sarà andata a rinchiudere nei Centri Commerciali . Sono solo, tutte le volte che vado in centro a Milano e le domeniche liberate dal lavoro sono sempre più rare. Per cui viaggiatore solitario me ne sto seduto nel treno della metro e penso a quel meraviglioso proverbio marocchino che dice che ogni viaggiatore è un demonio . Esco poco dopo , un quarto d'ora circa, in Duomo , dove la piazza invece è piena di gente variopinta di ogni età ed etnia che indossa magliette del Milan e dell'Inter in omaggio al derby cittadino incombente e decisivo per il campionato. Noto una ragazza cinese con la maglietta dell' Inter e un bambino italiano di cinque o sei anni seduto da solo ad uno dei numerosi tavolini dei salatissimi bar lungo Corso Vittorio Emanuele con la maglietta rossonera di Pato che smanetta come un forsennato adulto erotomane un iphone, roba da denunciare il padre al telefono azzurro . Davanti ad un negozio di abiti alla moda sotto i portici è in corso una sfilata di moda con modelli e modelle molto più belli degli abiti che indossano e mentre incassano qualche salve di applausi , di fronte a loro , sulla parte opposta del corso , siamo a metà circa della salottiera avenida meneghina , un gruppo di breakdancers si scalda facendo verticali mentre attende il proprio turno per esibirsi. Disseminati lungo corso Vittorio un mucchio di mimi vestiti e mascherati da personaggi più incredibili, da Dante Alighieri a improbabili cavalieri di Tolkien , molti musicisti ,fra sassofonisti, fisarmonicisti e violinisti gitani, scultori cinesi di ortaggi che hanno salvato zucchine e carote da più prosaici destini orofecali e ritrattisti ciuchi , conferiscono a questo confuso caravanserraglio l'aspetto di un circo improvvisato, anarchico e divertente . I vigli urbani lasciano fare , a differenza dei tempi della Moratti quando persino allo storico fachino massafrese Mustafà si elevavano multe dalle cifre impossibili da onorare e le sole attrazioni del corso consistevano nelle divise mimetiche dell'esercito, nelle camice azzurre di poliziotti sfumacchianti affetti da pollicite da iphone e nei pantaloni neri rigati di rosso di quei milanisti involontari chiamati carabinieri. Più in là incrocio una donna bellissima vestita di bianco , con tacchi altissimi, bionda, capelli a caschetto lisci, sotto l'ombrello per una pioggerella incipiente , e quest'immagine mi fornisce lo spunto per un accavallarsi di considerazioni su noi maschi mondiali in libera uscita che siamo prodighi di attenzioni rispetto a cotante bellezze finchè non le possediamo fisicamente per poi immediatamente dopo dirigere le nostre attenzioni , una volta soddisfatti gli istinti, ad altre prede, non necessariamente più belle, magari più intriganti o esotiche o androgine o quant'altro, e se non siamo stati pienamente soddisfatti della “prestazione” le lasciamo illudere che siano irresistibili finchè non abbiamo ottenuto ciò che vogliamo e come lo vogliamo, giusto per soddisfare il nostro ego complessato, per poi tenerle con noi a mò di trofei...e quel che è più curioso di tutta la faccenda è che a certi tipi di donne , in fondo, piace questo tipo di uomo cacciatore e son of beach, che quello troppo sdolcinato e attenzioso, se così si può dire, dopo un po' stanca e lo si manda a raccogliere cesti di lumache. Faccio due passi ancora e comincia a piovere. Fermo sotto i portici in piazza San Babila osservo il variopinto popolo della domenica che apre i suoi ombrelli multicolori fornitigli all'istante da ambulanti cingalesi che consultano nervosamente i propri iphone impostati su siti meteo pregando Allah , Buddha o chi per loro perchè piova . E mentre piove uno di loro , evidentemente mussulmano, con un mucchio di ombrelli penduli dalle sue due mani pronti per essere venduti ,declama ad alta voce, Allahu akbar. Io gli passo vicino e gli dico , grazie il caffè l'ho già preso . Ritorno indietro da San Babila verso il centro della piazza , piena di carovane di turisti con le loro guide al centro di gruppetti che decantano delle bellezze architettoniche di un Duomo in perenne restauro come una vecchia signora che non riesce a decidere che trucco mettersi per l'ennesima serata di gala, con le impalcature che recano enormi pannelli pubblicitari senza più alcuna remora nel rivendicare la più grande conquista nella storia della chiesa del terzo millennio è consistita nel considerare la morale antimoderna una reliquia del passato e il marketing e gli sponsor insperati alleati sulla strada per Gericolandia . Attraverso la piazza verso via dei Mercanti, poi percorro via Dante e mi dirigo verso parco Sempione. In cerca di una panchina . Ho bisogno di una panchina per sedermi e scrivere il mio libro , la puntata di oggi . Ma sono tutte occupate da coppiette in amore che si amano part-time: giusto oggi. Amore a chiamata. Più tardi, penso, mi attende un piatto serale di tutto rispetto: riso patate e cozze: riso , che caratterizza le mie giornate aiutandomi a tirare avanti, patate che ogni tanto rimedio nonostante l'età e cozze , beh, pure quelle non mancano...ma la bellezza di essere poeti è capire che anche le cozze possono avere un loro sapore asprigno e selvatico per niente meno allettante di patate sciape e spente che si credono irresistibili perchè hanno scambiato la doratura del forno per gli effetti di una lampada solare. Poi infilerò nel lettore di dvd per l'ennesima volta il film “Constantine” con Keanu Reeves che interpreta un esorcista dei fumetti che non sta né con Dio né tanto meno con Satana, perchè lui sa dell'esistenza di Dio e ha visto l'inferno , quella volta che suicida è morto qualche minuto , prima di tornare nel mondo dei vivi. Ma non ha fede e non crede...mi guarderò per l'ennesima volta quella scena in cui lui John Constantine seduto ad un chiosco ambulante in attesa delle sue uova strapazzate dice alla sua amica:” Dio ci guarda da lassù come delle formiche. Credimi, non ha piani per noi”. E mi riguarderò quelle scene , epiche per me, da uomo solitario e dannato che fuma a nastro sigarette di una marca sconosciuta, mentre sorseggia il suo Porto ( o perlomeno a me piace immaginare sia Porto) , seduto ad un enorme tavolaccio ligneo mentre fuori dal suo appartamento angeli e demoni si fronteggiano, senza mai intervenire direttamente, ma , dice lui, influenzando un'umanità sempre più perduta e smarrita e definendo questo gioco assurdo equilibrio fra le due superpotenze: Dio e Satana . “ Io la chiamo ipocrisia di merda”, dice John Constantine . E adesso, ancora una volta, mentre vergo queste note a penna in un treno della metropolitana fra lo stupore generale , sempre io, l'esaurito, lo strano, il Keanu Reevs non figo dei poveri , sono solo come un demonio...e come vedete il demonio alla fine di tutto c'entra...

giovedì 3 maggio 2012

Cambio idea

Cambio idea Appena uscito dal lavoro, mi involo in macchina sul naviglio di Corsico verso Milano. Devo andare in centro a Milano, in Corso Buenos Aires a cambiare un regalo per una mia amica, un braccialetto che non le entra nel polso, poco male. Con la mia saxo verde acquistata sotto costo usata da un mio collega di lavoro-era di sua moglie morta improvvisamente di aneurisma a 40 anni per cui la ritengo magica e lo è davvero dato che rabberciata e riparata di quando in quando con qualche opportuna pezza a colori riesce a portarmi a spasso da almeno quattro o cinque anni salvandomi dal vicolo cieco della formula marchionniana dei cento euro al mese di rate per 9 anni per una punto progettata da ingegneri italiani che dovrebbero passare più tempo alle catene di montaggio che a disegnare sgorbi improponibili-sguscio nel traffico postpomeridiano volgente alla sera, un traffico nevrotico di chi non vede l'ora di tornare a casa e sbattersi sul divano e in qualche caso sbattersi il divano , in mancanza d'altro, come certe tribù africane che infilano i propri peni nella nuda terra per fecondarla, non si sa mai da un divano ben fecondato nasca un forziere di monete d'oro. A destra c'è il naviglio abbastanza colmo d'acqua che riflette a specchio grigi palazzoni anni settanta che fanno la gioia di idraulici orfani di ricevute fiscali senza soluzione di continuità e oltre il naviglio una pista ciclabile dove improbabili joggers e ciclisti postlavorativi si illudono di allenare i propri polmoni che incamerano più sostanze cancerose di dieci macchine tester fumasigarette capaci di fumarne a centinaia la volta, solo per prova. Osservati con le code degli occhi da un buon numero di canottieri del Circolo Canottieri Olona, giovani e biondi esibizionisti della Milano bene che immaginano di rinverdire i fasti di una Oxford inesistente nella città del “pirla” facile sparato a mitraglia con il più classico dei cazzofiga finali . Supero un paio di autobus-balenotteri arancioni e vecchi superstiti cigolanti tram elettrici le cui macchie rugginose sono persino più chiare del fuligginoso arancione in via di volatilizzazione come avessero la vitiligine. Viro a destra per viale Cassala e cerco subito dopo un parcheggio in questa giornata di sole ventoso un po' blasè. Riesco a parcheggiare alla velocità della luce, nei pressi della fermata Romolo. Poco dopo sono in strada e venti metri dopo mi immergo negli anfratti strigiformi dalla metropolitana milanese . Ho in tasca il fatidico euro e cinquanta per il biglietto, ma ci sono file all'edicola, file alle macchinette distributrici, file allo sportello dell 'atm e io ho l'incombenza di arrivare in Buenos Aires almeno prima della chiusura per operare il cambio . Dopo un quarto d'ora buono di una fila molto tessera per il pane che mi farà risparmiare quei due o tre euro in luogo della tassa di cinque euro per recarmi in centro by car misura antinquinamento e batticassa della attuale giunta rossoverdebanconota autodefinitasi di sinistra, riesco a fare il biglietto. Ma mi accorgo invece che è una macchinetta che rilascia solo abbonamenti. Andiamo bene, la sfiga s'accanisce sulla fretta come un girfalco su una ignara cavia da laboratorio. Altra fila e altro quarto d'ora. Con l'agognato biglietto attraverso il tornello che quando tornerò giocoforza mi verrà da chiamare ritornello. Attendo il treno. E' pieno e cerco un posto a sedere. Lo percorro tutto in lungo e nell'ultima carrozza che sarebbe poi la prima visto che è in cima al treno, trovo un pertugio vicino ad un'araba enorme che sta studiando un testo per fare l'esame di patente...mi auguro c, a questo punto, nella civiltà della Smart non mi risulta ci siano auto per taglie così forti . Resto in piedi e una donna seduta vestita di nero con occhialetti da vista rotondi alla Gramsci in versione femminile legge un libro di Baricco, Mr Gwyn. Sfoglia il testo con una mano, lentamente e tristemente, deve avergli consigliato quel libro il suo psicanalista per combattere l'insonnia. E quando sorride lievemente mentre io mi meraviglio che abbia trovato qualche traccia di umorismo in quel libro piangente m'accorgo che lo fa ad un bimbo in passeggino davanti a me. Un uomo poco più avanti vestito di nero come l'impiegato di un'impresa di pompe funebri, legge La cripta di di Tom Harper, omen nomen . Tutti gli altri smanettano sui loro smartphone da mille euro con conto in rosso e affitto in arretrato . Un giornalista consulta sul suo tablet le lettere che gli scrivono sulla homepage de La Repubblica . In Cadorna/Triennale, cambio e prendo la linea rossa per Sesto, per scendere poi a Lima, pieno centro di Corso Buenos Aires e sufficientemente vicino al luogo della mia a questo punto poco probabile transazione . Alle sette meno un quarto finalmente arrivo. Mi involo su per le scale mobili ed eccomi sul corso. Migliaia di persone passeggiano, chiacchierano e aggiornano Facebook via smartphone e io mi immergo in questo torrente umano. Ho voglia di fumare e tiro fuori una siga dal pacchetto morbido delle mie Marlboro light in cerca di un accendino. Trovo una ragazza che ha la siaretta spenta e sta anch'essa cercando un accendino. Un altra fuma una sigaretta handmade e non ha accendino. Milano sta diventando davvero salutista, camminando senza fumare nel bel mezzo di uno dei corsi più trafficato d'auto nel mondo. Quando finalmente scorgo un signore di mezz'età capelli lunghi grigi da ex rocker metallaro in pensione che sta fumando. Gli chiedo un accendino e lui mi guarda e mi mostra le braccia prive di mani . Rimetto la sigaretta nel pacchetto perchè lo capite anche voi che non è cosa . Arrivo finalmente presso la gioielleria. Dentro c'è una commessa poco più che ventenne che è disposta al cambio. Prendo un braccialetto più grande e mi predispongo a pagare la differenza. Mentre mi fa il pacchetto dà un'occhiata alla maglietta che indosso sotto una felpa aperta comprata dai cinesi 10 anni fa a Correggio durante una fiera recante scritte giapponesi che paiono marziane. Sulla maglietta attillata a petto al vento, ho un cocco stilizzato con una cannuccia infilata dentro. “ carina la sua maglietta”, fa, “cosa significa?”. “ Succhiami”, dico in vena di equivoche sintesi. “ Come scusi?”, fa lei diventata più bordò delle mutande rosse della Bardot dei bei tempi andati. “ Volevo dire che viene dal Brasile e immagino che abbia un significato metaforico...mi scuso se può averle dato fastidio, il modo in cui le ho risposto, ma del resto Pasolini diceva che se quello che dici non dà fastidio a nessuno non hai detto niente”.Touchè. La ragazza si apre in un sorriso raggiante. “Questa frase è molto bella...chi era che la diceva?”. “ Pasolini”, ribadisco . Mi guarda interrogativa. Passo. Cambio argomento, parlo di clima , di sole, di gente in giro, di crisi economica, argomenti più rassicuranti in bocca ad un pazzo in libera uscita . La saluto ed esco col mio pacchettino . Il corso è ancora pieno, non si riesce quasi a camminare sui marciapiedi. Entro in metropolitana in Lima, mentre osservo due arabi che fumano le loro sigarette di pace in assenza di narghilè al termine della giornata di un lavoro che non hanno . In attesa del treno ne vedo passare quattro senza riuscire a prenderne uno. Troppo pieni a quest'ora e da quando c'è l'area c e per circolare in auto anche se sei residente devi pagare 2 euro . Tanto che mi viene fatto di pensare che quando si fanno scelte economiche è come tirare da una parte una giacca stretta e le parti nude che restano servono a coprire le altre: morale l'atm sta facendo affaroni . Ma non mi dispiace, se serve a diminuire l'inquinamento. Ma di sicuro non favorisce il dialogo. Dove sono quei vagoni semivuoti dove potevi guardarti nelle palle degli occhi l'un l'altro e se non riuscivi a scambiare qualche chiacchiera perlomeno ti lasciavi andare ai segnali morse del desiderio , mentre ora l'unica cosa che riesci a vedere sono le nuche di quelli che hai di fianco e i pessimi libri che leggono o i sudoku sugli smartphone , massimo contributo possibile allo svago postlavoro di migliaia di uomini e donne metropolitane che vivono alla giornata nella civiltà del lavoro hic et nunc grazieadio che ce l'ho ? Ad una fermata imprecisata entra un gitano, con un cappellino di lana , un armonica a bocca e un microfono da cui declama una litania modello filodiffusione da centro commerciale subumano, con una giacca sdrucita da cui sporge un bicchiere di plastica improvvisata cassa per monete di risulta inesistenti, per i più . Suona l'armonica a bocca e muove una maracas improvvisata che sembra un piccolo pungiball per quatrenni, un piccolo grottesco complesso umano ambulante multitasking. Al termine della sua esibizione incassa il disprezzo bipartisan di un signore anziano che legge Il Giornale e di una bella milf elegante e griffata , ma con immancabile sacchetto ecologico, che legge Repubblica accennando ad un vago gesto di commiserazione furbescamente inoltrato agli astanti metropolitani, giusto a ribadire, che lei è uguale però è anche diversa , dal suo dirimpettaio lettore della stampa di destra . Ancora un po' e giungo a destinazione. Esco all'aria aperta dopo quest'inferno di un paio d'ore di metalli , clangori, sudori, profumi griffati e sguardi vacui da pescirossi, quelli seduti, fortunati, sulla notizia scema dell'ultim'ora, appena giunta sullo smartphone di turno .

mercoledì 2 maggio 2012

Milano è una città dove non ci si può sedere

Milano è una città dove non ci si può sedere. Penso questo mentre mentre scrivo a penna queste note seduto sotto uno dei tanti grattacieli in zona Stazione Centrale tra via Melchiorre Gioia e Piazzale Lagosta, in quella zona che una volta era costituita da case di ringhiera e oggi da appartamenti frazionati in bi e monolocali per farci i soldi affittandoli a manager o executives di multinazionali o gente del mondo della moda. Dico così perchè dalla Stazione Centrale ho dovuto fare i chilometri per trovare un posto a sedere decente sotto forma di questa panchina lignea senza schienale a prova di ernia del disco-ma chi è che non ha l'ernia del disco a Milano tra scale mobili, scale normali, marciapiedi, autobus e metropolitana presi in fretta al ritmo imposto dalla produzione in una città dove se non corri non arrivi in tempo per produrre e se non produci non mangi. E 'l'unico posto che ho trovato per sedere da Corso Buenos Aires fino qua , più o meno 4 km in linea d'aria, questo qui dove sono seduto. Davanti alla Stazione Centrale dove sto di solito seduto sull'ampio bordo delle aiuole è tutto recintato, ci sono dei lavori in corso che permetteranno alla metropolitana due altre uscite , altre due bocche verminanti umanità sprinters alla Usain Bolt con per premio finale la sopravvivenza. E adesso me ne sto qui a scrivere di come cambino i colori delle amministrazioni mentre la filosofia resta la stessa : devi muoverti, non puoi sederti, perchè sederti significa fermarti a pensare, meditare, ed è pericoloso per i sistema. E lo mette in crisi economicamente, altresì. Se ti vuoi sedere c' è il bar, i Mac Donald , Spizzico. Così per sederti devi spendere e far girare l'economia, ma io mi chiedo ma quest'economia che gira e gira , ma poi la direzione che prende è dritta dritta in saccoccia ai soliti furbi in barba a noi parco buoi eterni clienti di sempre . Inoltre devi consumare in fretta perchè altri attendono il proprio turno in piedi davanti a te guardandoti mangiare. E guai a leggere il giornale, vuol dire relax, genera invidia e odio sociale. Quanto a scrivere su un quadernetto poi è sovversione pura: sei un esaurito che sta perdendo il suo tempo: specie se non sei uno scrittore famoso, conosciuto, questo poi manda i tuoi spettatori non richiesti fuori di testa. Cominciano a odiarti sul serio. Altro che invidia sociale, esiste un' invidia ancora peggiore che è quella culturale. Almeno usassi un pc portatile, sarei più accettato. Ma un quaderno con una penna, beh, questo no, è sovversione armata, genera risentimento, specie in gente in astinenza da Mac Donald , da hamburgher e da quelle proteine aggressive di cui ha bisogno per avere il coraggio di aggredire il prossimo. Alla stessa maniera di giovani virgulti delle new generations che per chiedere come si chiami ad una ragazza in discoteca hanno bisogno di sbronzarsi fino a sboccare. Il massimo contributo dato alla mobilità dalla giunta Pisapia sono le piste ciclabili. Sempre di stare in movimento si tratta , su una specie di rullo che ricorda le catene di montaggio dell'America anni '50 di Bukowski. E adesso sono qui a scrivere sul mio quadernetto antidiluviano con una penna a spirito in quanto posso usarla persino la sera disteso nel letto contro quella a sfera che scrive solo dall'alto verso il basso, mentre io amo scrivere dal basso verso l'alto e usare la penna come un mortaio dritto negli zebedei di chi si crede potente solo perchè porta la giacca e cravatta, guida la maserati e ricorre alla chimica per un minimo d'erezione decente...Qui, sotto questi palazzoni retaggio della giunta Moratti, palazzoni o , meglio, grattacieli di calcestruzzo armato e vetrometallo che si stagliano babelicamente sullo sfondo azzurrino primavera trapuntato di nuvole che scorrono veloci scolpite da un vento improbabile per Milano che le rende cangianti, ora assomiglianti ad un volto di Padre Pio, ora al Millenium Falcon, ora alla barba di Zeus: costruzioni silenti, corpi cavi senza un'anima che hanno arricchito solo le imprese siculo-milanesi in odore di ndrangheta che le hanno innalzate e che mi fanno sentire, ragazzo di provincia quale sono rimasto, un lillipuziano davanti ad una simile rappresentazione fisica di un potere di per sé opprimente e schiacciante, erto a simbolo minaccioso di un potere gigantesco come Gulliver quanto a denaro ma nano morale . E pensare che poche ore fa ero partito da Corsico con l'autobus, in fuga dal mio appartamento in un condominio molto difficile, dove urla di mogli violentate da mariti, schiamazzi di bambini trascurati e perenni lavori di ristrutturazione eseguiti con trapani e martelli pneumatici avrebbero finito per trapanarmi il cervello...e invece via verso il centro, via via , vieni via con me m'ha detto l'autobus improvvisamente sembiante un Paolo Conte improvvisato. E così in autobus, il 325 che ferma a Romolo quasi capolinea della linea verde della metropolitana milanese, in compagnia di molto sud del mondo, me compreso, noto una esteuropea bionda e scollata con calze a rete piuttosto ardite per l'orario ed il luogo che sorride mentre osserva delle studentesse delle medie superiori, biondine anch'esse e sboccate , che ripassano la lezione d'inglese coram populo dialogando fra loro in uno slang periferico molto “zia hai rotto”. A Romolo scendo e subito mi immergo nel torrente umano che si immette nella bocca che dà giù per la metro . Ognuno con la sua copia di “Metro” in mano, quotidiano gratuito che dà notizie stringate come le striinghe di una ballerina de La Scala. Passo dai tornelli obliterando il mio biglietto e ciondolo sulla banchina in attesa del treno. C'è un telo proprio sui binari , sul quale un proiettore irradia immagini di una tv locale e tutti i passeggeri in attesa la guardano come ipnotizzati. Io sono l'unico che guarda invece i volti della gente . L'unico che non guarda la tv ma preferisce quei paesaggi straordinari che sono i volti della gente e che raccontano di sofferenze e di gioie e mostrano occhi che hanno visto panorami andini, paesaggi tropicali e visto corpi che hanno danzato su spiagge incontaminate, spento falò in un'infanzia tanto lontana quanto la prospettiva di uno sguardo metropolitano che ha teletrasportato i proprietari di quegli sguardi nei lerci retrobottega di discoteche buie e spente piene di tavolini che fanno da base d'appoggio a uomini tanto ricchi quanto morti , sponsor ufficiali notturni della Folletto nasale diochenoia... Scendo in Duomo e c'è un mucchio di gente che mi spinge a pensare che tutte queste persone in giro che non lavorano e che spendono mi danno l'impressione che non abbiamo ancora toccato il fondo. Ma non aspetto questo momento, tanto poi, noi italiani, scaviamo. Entro alla Feltrinelli e chiedo un libro di De Sade, Viaggio in Italia e viaggio in Olanda. La ragazza dà una scorsa su un pc e dice che quel libro è introvabile e che non sarà più ristampato. E aggiunge che se voglio vedere per altri libri di Sade devo guardare nella sezione dei libri erotici . “Letteratura erotica?”, dico, “ ma avete affidato la dislocazione dei volumi per argomenti a Fabio Volo?”. Lei ride e dice che ho ragione e che non è più la Feltrinelli di una volta. De Sade mi piace perchè è uno dei pochi scrittori ateisti che scriveva da Dio. Vale la pena comunque di comprare “ La filosofia del boudoir”. O meglio ricomprarla, visto che una volta ne avevo una copia che ho lasciato in chissà quale dei cento appartamenti dove ho dimorato in questi ultimi vent'anni a Milano . Esco dalla Feltrinelli del Duomo. Non ho mai provato invidia per gli scrittori che pubblicano senza meritarselo. Semplicemente non compro i loro libri. Compro quelli di scrittori che possono darmi qualcosa. Mi nutro di loro. Poi però cerco la mia voce. Ci ho impiegato anni, ma l'ho trovata. Quando riesci a scrivere quello che pensi nella forma più vicina a come l'hai pensato originariamente, il più è fatto. Io scrivo cercando di dire ciò che voglio dire nel modo più conforme a me. Alla mia musicalità. Senza preoccuparmi del pubblico. Non è presunzione. Se scrivi per il pubblico o cose che pensi possano piacere al pubblico , allora diventi il pubblico, diventi la gente. E io devo poter un minimo detestare la gente per poterne scriverne male ed essere apprezzato per questo dalla gente che leggendo si riconosce e approva il tuo disvelamento. Tanto comunque non cambierà. E' la forza del genio della massa .