domenica 27 marzo 2011

Lisbona, itinerario personalizzato due, seconda parte











Proseguo a piedi per Belem, verso la torre: tesoro manuelito con raffinati archi, cupole a meringa e muratura intrecciata. Scendo nelle segrete, il biglietto costa 5 euro, e poi mi arrampico in cima: c'è un panorama fantastico oltre il fiume lisboeta Tejo, e un panorama atlantico dalla parte opposta. Da qui partì Vasco Da Gama per le sue conquiste oltrocenaiche ma non riusciamo a perdonare ciò che fece il suo seguito di morte, in quelle terre, ricordandoci ogni volta che , mangiando un pastel da nata, sentiamo in bocca il sapore della cannella strappata a quelle terre col sangue. Scendo dalla torre, c'è il sole, un sole forte, primaverile, che rende i colori più vividi e gironzolando di qua e di là finisco all' Antiga cafeteria de Belem. Mi mangio in sequenza, ho una fame terrificante, sei pastel da nata. La ragazza che me li serve mi guarda impressionata. Io le dico in portoghese che ho camminato molto. Poi le chiedo la ricetta del paste da nata. Nulla da fare, la crema è top secret, come la coca cola. Consulto guida e cartina e scelgo di fare una pazzia. Voglio andare a vedere l'oceanario di Lisbona, che è uno dei più grandi acquari d'Europa , dedicato all'oceano, in particolare, dalla parte opposta della Città. Prendo un autobus e ripasso nei pressi del ponte xxv aprile. Il ponte rosso mi fa venire in mente una poesia sul ponte di Brooklin di Majakovski, in cui lo definiva un flauto di vertebre. Arrivato in zona Cais do Sodrè, scendo e prendo la metropolitana. La destinazione finale è Oriente. Dopo un'oretta circa e cambiando un pò di linee, scendo a Oriente. All'uscita della metro- ho un cartoncino verde della validità di un anno che ricarico alle macchinette automatiche volta per volta con l'inaspettata facilità di un veterano lisboeta- c'è, come in molte fermate capolinea della metro, un esposizione libraria. Girovago un pò fra i libri e scorgo uno dei miei libri preferiti di Antonio Lobo Antunes, un libro straordinario, il cui titolo, tradotto maldestramente in italiano è "In culo al mondo", ma che una traduzione più fedele avrebbe più efficacemente reso in "i culi dei Giuda", e me lo compro. Costa solo cinque euro. E' il racconto allucinante dell'autore, tenente psichiatra al seguito dell'esercito portoghese, durante la guerra coloniale in Angola. Imperdibile. Nel mio canale su Youtube ( digitando nikokordola su youtube), c'ho messo alcune interviste all'autore, un genio assoluto, valga per tutte quella volta che dice all'intervistatore che gli chiede se i suoi maestri sono stati degli scrittori famosi che hanno venduto milioni di libri, e lui lì, la perenne portugues fumante in bocca a dire" Ma quale Dostoevkij o Cechov o Hosseini...Flash Gordon, è stato un mio maestro, e Jules Verne". Come sempre spiazzante, vecchi Lobo. Attraverso un centro commerciale enorme, su tre piani, una cosa incommensurabile, e noto che ci sono un mucchio di commesse nullafacenti quando a Milano le stesse sarebbero state licenziate o oberate di lavoro accupando tutti i loro organi compreso il culo, avendo tutto il resto occupato a produrre, per infilarci una scopa e spazzare negli angoli. La flessibilità quì non sanno cosa sia. Per questo sono sempre così rilassati: si l'Europa avvisa, d'accordo, che si devono adeguare. Ma i portoghesi guardano ai rimbrotti europei con la stessa flemma di una tartaruga in calore: mitici. Esco finalmente dalla fermata metro-libreria-centro commerciale e mi avvio verso l'oceanario, attraversando una spianata di tavolini all'aperto di ristoranti dove i lisboeti , a qualsiasi ora, mangiano il pesce, gaurdando il mare...e il ponte Vasco Da Gama. I gabbiani si siedono sul pelo dell'acqua come su comode poltrone e io fra bambini che frignano, macchine a pedali per adulti, sullo sfondo di una teleferica che conduce all'Elevador Vasco Da Gama, mi avvio vero l'oceanario. Il biglietto costa 12 euro. Entro in quello che sembra da fuori un enorme tensiostatico sul mare, un uovo di Godzilla poggiato sulla costa. Una signorina mi strappa il biglietto ed entro nel buio delle profondità marine. Vasche enormi con pulcinella di mare, alche, gli immancabili pinguini che prendono il pesce da un uomo che li accudisce, improbabili lontre, che con l'oceano c'entrano come Gheddafi con la democrazia, e poi dentro, le vasche, nel buio di vari ambienti, vasche enormi con squali, a martello, bianchi, razze e altri pesci oceanici, che francamente non so come possano convivere fra loro senza sbranarsi. Dopo un' ora e mezza, come un pipistrello che esce all'aria aperta, inforco i miei occhiali da sole firmati da me e sono all'aria aperta. Scendo dall'uovo di Godzilla e cammino per un pò. Mi siedo ad un bar restaurant lì nei pressi, davanti al mare...e ordino una Sagres. La bevo lentamente e sapientemente. Poi ordino una Super Bock, che ho notato essere più diffusa della Sagres e leggermente più forte. Niente male starsene a guardare il mare bevendo birra, niente male davvero. La giornata volge al tramonto, tiro fuori dallo zainetto "I culi dei Giuda" e ne leggo la prima pagina. Caro Lobo Antunes, tu si che sai scrivere e chi ti ha tradotto è un cane...ho dovuto imparare il portoghese per capire che la traduzione è censura.

Buona giornata e buona fortuna
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martedì 22 marzo 2011

Lisboa, itinerario personalizzato due, prima parte.











Il giorno dopo mi alzo tardi, faccio il mio qi gong, che mi rimette a posto la schiena a pezzi. Faccio una doccia e una colazione imperiale a base di uova strapazzate, formaggi di capra di altissima qualità , che consumo con pane di varie qualità eccellenti. Poi bevo un caffè lungo accompagnato da dei dolci magnifici fra i quali non mancano i mitici pasteles de nata e via, per strada, strano kerouachiano personaggio munito di zainetto, mappa della città , taccuino per appuntarmi la poesia dei luoghi e dei volti incontrati, una semplicissima digitale per foto di rapina e una minuscola videocamera con cui pasolineggio commentando in presa diretta luoghi e circostanze. Prendo la linea azul, Jardim Zoologico, mi siedo nella metro che a quell'ora, 11 di mattina ora portoghese che da noi in Italia sono le 12, è tranquilla. A parte la voce magnetofonale della speaker preregistrata che scandisce le fermate che si chiamano "paragem", si sentono i bastoni telescopici dei cechi e le loro voci querule che rimandano loro i connotati geometrici degli ostacoli, come fossero pipistrelli, permettendogli di evitarli. Scendo a Restauradores. Parto sempre da lì, dove mi trovo in Rua da Liberdade, poi devio per praça Pedro IV e via per Rua Augusta, il centro pulsante e vitale della città. A piedi attraverso Rua Augusta e mi fermo , sulla destra, davanti all'ingresso do Elevador de Santa Justa. E' un ascensore di ferro battuto con quadrifore di inizio '900 e che ricorda per certi versi la Tour Eiffel. E' alta 45 metri e in cima si dovrebbe godere l'intera vista a treessessanta di Lisboa. Si aprono le porte e un ragazzo in divisa da tramviere mi fa il biglietto. Ci sono un mucchio di turisti , soprattutto tedeschi. Saliamo al piano superiore e mi ritrovo su un balcone metallico protetto interamente da una rete antisuicidio, da cui si gode la vista di Lisboa, che fino a prima del viaggio avevo visto esclusivamente dall'aereo , volando per il Brasile. E' una veduta davvero mozzafiato, di tetti rossi, vicoli intricati dell'Alfama, palazzoni ipermoderni emormi di alberghi a cinque stelle, elevated, ponti che uniscono la città da parte a parte e minuscoli formicolanti individui che passeggiano nelle via limitrofe come pinguini sul pak bianco ghiaccio dei mattoncini bianchi con neri inserti curviformi. Potrei salire ancora più su, con una scala a chiocciola, ma la genetica me lo impedisce, se è vero com'è vero che mio padre soffre di vertigini. E per me già è tanto, perlopiù abituato a volare con l'immaginazione. Scendo dall'ascensore, da un piano dove c'è persino il ristorante con vista sulla città, e sono di nuovo in rua Augusta. Visto l'orario approfitto e mi siedo ad un ristorante con tavolini all'aperto protetti dal cellophane per la stagione non ancora calda "Ninho de Ouro", e ordino da mangiare. Prendo delle crocchette de Bacalhau ( baccalà), panzerottini di camarao( gamberi, ottimi) e insalata mista. Una Sagres suggella l'eccellente spuntino marinaro. Conosco Ana, la cameriera. Lei è di Setubal, una cittadina non distante , circa quaranta minuti di treno. E' una ragazza sui venticinque anni, robusta ma con forme femminili ben distribuite, mora, capelli corti legati dietro, sorriso affabile e furbo, maniere spicce ma dolci. Chiacchieriamo un pò e mi faccio dare due dritte su posti da vedere. Mi dice di andare a Belem, che è una zona celebre perchè da lì parti Vasco Da Gama per le sue scoperte che resero ricco il Portogallo che ancora oggi lo impreziosiscono con le spezie che sono state sapientemente innestate nella sua cucina e i volti della gente: mezza Lisbona è brasiliana, si può dire.

A piedi scendo lungo via Augusta, fino a Praça do Comercio, con sempre qualche canzone di Amalia Rodrigues che viene fuori dai negozietti di souvenir che costellano i lati della strada ,in sottofondo. In Praça do Comercio, prendo o eletrico numero 15 e vado fino ad Alcantara-Mar, fino quasi sotto il ponte XXV abril. Da lì un autobus stracolmo mi porta fin sotto il mosteiro dos Geronismos, un monastero manuelita stupendo, con una facciata di pietra bianca decorata e intarsiata come se il genio involontario di un bambino impegnato nel costruire castelli sul bagnasciuga avesse fatto sulle facciate dei disegni con la sabbia semiliquida colante dalle sue mani e dio avesse pensato a solidificare il tutto nel momento in cui la combinazione di sabbia acque e intenzione del bambino-artista avesse raggiunto il risultato visivo più originale. I maestri artigiani, veri e propri artisti, meritano di essere annoverati fra i migliori. E le colonne all'interno del monastero, sono intarsiate da figure in rilievo dal sapore mitologico,chimere, esseri mostruosi e belli, curiosi e fatui, scimmie alate, maiali popputi con testa di donne, draghi, cani con teste di papero e via andando , sin dove la fantasia degli artigiani dell'epoca ( 1501) era stata in grado di spingersi e che oggi oseremmo definire con una certa demoniaca ammirazione, in preda ad acidi. Resto ammirato nell'ombra dei chiostri, mentre tutti osservano in silenzio, come stupefatti dall'hashish. Fuori ci sono dei giardini enormi pieni di fontane che offrono un ombra opportuna in questa giornata di incipiente sole primaverile, e finalmente.

"Quando il viaggiatore si è svegliato stava appena rischiarando, si è reso conto che non era stato solo il rumore della corrente del fiume a cullarlo. Pioveva, le gronde riversavano cateratte sulle mattonelle del terrazzo. Ormai abituato a viaggiare con ogni tempo, il viaggiatore si è stretto nelle spalle sotto le coperte e si è riaddormentato senza preoccuparsene. Ben fatto."

Josè Saramago, Viaggio in Portogallo


Buona giornata e buona fortuna
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domenica 20 marzo 2011

Lisboa, itinerario personalizzato, terza parte










Riprendo il tram 15 e scendo in zona Alcantara-mar. Attraverso un ponte di ferro giallorosso che mi ricorda i colori del Lecce e fatti cinquanta metri mi ritrovo davanti ad un palazzo marmoreo enorme con un telo plastico pubblicitario che reca il nome Museo do Oriente. Entro, l'ingresso costa cinque euro. Il museo e dislocato su 5 piani e il quinto ed ultimo piano ospita un ristorante con vista panoramica sul mare e sul ponte XXV abril. Al piano terra ci sono alcune opere di uno scrittore, un fotografo e una pittrice portoghesi che hanno viaggiato ad oriente recandone testimonianze nei loro lavori. Mi colpisce il riferimento a Basho, un poeta viandante giapponese del '600 che raccoglie in migliaia di haiku, una forma di poesia zen composta di brevi versi, le immagini e le considerazioni sui suoi viaggi in cui mette in risalto la bellezza della natura dei luoghi visitati. Fu militare poi monaco zen, infine maestro di poesia. Pensate, nel seicento. Oggi nella civiltà del Kinder fette al latte, farebbe ridere. A me, francamente commuove. Che cosa saremmo senza la poesia? un guazzabuglio di invertebrati mentali. Al primo piano, rinchiuse in blocchi di vetro e sapientemente illuminate in un ambiente buio e inquietante creato per mettere in risalto le opere stesse, ci sono armature di samurai giapponesi del periodo namban, quadri che ritraggono Macao, una colonia portoghese sperduta sulle coste del mar cinese meridionale, dove si parla la lingua dei colonizzatori( pensate, dei cinesi che parlano ancora portoghese), di autori misconosciuti o anonimi e vasi cinesi del periodo ming, tutto materiale riferibile alla presenza portoghese in quei luoghi di cui si studiano ancora oggi le dinamiche dei rapporti commerciali e politici . Giro lentamente in un silenzio inquietante, fendendo il buio circostante e fermandomi davanti ai vetri dei blocchi espositivi. Si sentono i passi di una sorvegliante del museo, e dei suoi tacchi che ritmicamente come in un film di Dario Argento si aggira per i piani, nonostante le telecamere. Alcuni turisti cinesi si soffermano nella sezione dedicata alle religioni. Ci sono ritratti di bonzi taoisti, altari taoisti, e divinità indiane e srilankesi. Tutti paesi che hanno rappresentano un trait-union con il Portogallo e dei quali, il Portiogallo, serba oggi molte cose, dai cibi, ai colori, dai profumi, ai tratti somatici della gente. Mi soffermo a guardare una statua che riproduce in invasore olandese di Macao, un blocco di pietra che raffigura un uomo dai baffoni da olonese, molto piratesco, di un metro e venti di altezza. Salgo su e giù per i piani, alla ricerca della bambolina nepalese che veniva usata per esorcismi. E la ricerca di quest'oggetto curioso mi guida alla scoperta di altre rare bellezze. Nella sezione delle religioni, che non ricordo a quale piano sia, alcuni pannelli spiegano la teoria secondo la quale fu il buddismo, con la sua teoria della reincarnazione dell'anima che aprì la strada alle grandi religioni monoteiste. E, in fondo, in un angolo, dentro un blocco di vetro, appesa ad un pannello di legno nero lavagna, eccola, la vedo: la bambolina. E' inquietante. Intorno a lei ci sono collane con brandelli di capelli veri , bracciali e altri oggetti usati dagli sciamani nepalesi, gli antenati di tutte le religioni. Cerco di fotografare la bambolina ma non mi viene nelle foto. Sono costretto ad usare il flash. La sua faccia senza faccia mi fa pensare all'istante in cui il demonio abbandona il corpo di un posseduto, l'attimo in cui la persona non è nè persona nè demonio, nè niente. L'istante infinito in cui il tempo è sospeso e tutto è in pace con tutto, niente in guerra con niente, immoto, silente e imperituro. Forse gli sciamani volevano riprodurre quell'attimo e mostrare al diavolo il momento della sua sconfitta. O mostrarlo semplicemente al male . Mi soffermo a guardarla ancora un pò. Poi vado via per altre esposizioni. Mi colpiscono alcuni amuleti Thailandesi di forma penica che favorirebbero la fertilità. E li immortalo. Un pò tutti i visitatori vi si soffermano per un pò. Quasi scambiassero la fertilità con la sessualità, quando invece la sessualità è solo uno strumento della fertilità. Tutto può essere fertile e generare idee, principi, forze ed energie, invece che vite umane. Fotografo delle maschere cinesi di significato religioso, dei scaramantici e benefici, pur con facce mostruose, che mi danno ancora una volta l'idea che il bello ha aspetti diversi a seconda delle culture cui appartiene e che esseri mitologici, come il minotauro o la chimera, che oggi ci appaiono mostruosi, in realtà, un tempo erano archetipi di un'estetica differente. Trovo un minotauro, una maschera cinese, una bambolina contro gli esorcismi molto più belli e intensi di un qualsiasi divetto televisivo. Esco dal museo sentendomi come un minatore cileno appena tratto in salvo da un'oscurità gravida di insegnamenti. Metto gli occhiali da sole. Davanti al museo un autista dell'autobus della linea 12 è in attesa che qualcuno salga sul suo mezzo giallo-blu, fumando una sigaretta. Dopo un pò partiamo e faccio un altro pezzo di Lisboa. L'autobus sale verso la parte alta della città. Ad un certo punto , sulla destra, nei pressi della zona denominata Marques Pombal, che culmina in una statua dedicata al marchese medesimo dal cui epicentro si dipanano a raggiera varie avenidas lisboete, compresa la lunghissima avenida da Liberdade, sulla sinistra, scorgo un muro di quasi un chilometro di graffiti. Un muro grigio nel centro residenziale di Lisboa, che, con quei colori , quei disegni e quegli stickers bellissmi, assurge a una vera e propria opera d'arte anonima, perchè non segnalata da alcuna guida. Una volta in Marques Pombal, scendo dal 12 e torno indietro per fotografare e filmare questo enorme muro graffitato. Si tratta di Rua Da Artilharia, ed è un opera da non perdere. Le foto testimonieranno della sua esistenza, che suppongo, sarà a tempo determinato. Come le falene, come le cose belle , come le farfalle, nel grigio bituminoso che fa da sfondo a tutti i cetrocittà commerciali.

Buona giornata e buona fortuna
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venerdì 18 marzo 2011

Elevador Da Bica, itinerario personalizzatro:seconda parte









Percorro via augusta, il viale , non a caso, imperiale di Lisboa, cammino agile con le mie scarpe da trekking sull'impiantito di pietre bianche con inserti di pietre nere che riproducono decorazioni, e c'è un artista di strada che crea bolle di sapone enormi e io ne attraverso una enorme che quasi mi contiene, come un embrione, l'embrione dell'uomo nuovo che sarò diventato dopo questo viaggio , come si diventa uomini e donne nuovi ad ogni viaggio. Più avanti, nello spazio fra una spianata di tavolini coperti da tende di cellophane e l'altra-fa ancora freddo nonostante il primo sole pseudoprimaverile- c'è una ragazza tutta dipinta di bianco in piedi su un cubo che fa il mimo immobile. Sono quasi alla porta augustea. Attraverso Avenida Infante Henrique e mi vado a piazzare alla fermata del tram numero 15, che, attraverso Avenida Das Naus, in direzione del mitico ponte XXV aprile, mi porterà in zona Cais Do Sodrè, dove, per la precisione in Rua de Sao Paulo, prenderò il caretteristico Elevador Da Bica, che prende il nome, appunto, dal quartiere o, in portoghese, bairro, de "La Bica". Salgo sul tram e faccio il biglietto usando una macchina automatica. Meno male che ho spiccioli. Resto in piedi per godermi meglio il panorama del mare, che abbiamo, noi passeggeri del tram 15, sulla sinistra. Una ragazzina dai tratti rom, orecchie a sventola, borsetta di pelle lucida rossonera incollata alla spalla destra, sul metro e sessanta, capelli lisci legati dietro la nuca, sguardo ambiguo e sospetto sulle cinture e le borse di noi passeggeri, mi ronza intorno. E' chiaramente una borseggiatrice. Per camuffarsi da turista porta a tracolla (a sinistra) una borsa di pezza con scritte "Portugal"in vari colori, una di quelle borse che si trovano in tutti i negozi di souvenir. Ma a me non la dà a bere. Si esibisce davanti a me, incurante del pericolo, o forse consapevole che, essendo minorenne, non le potrebbero fare nulla. Più o meno. Sulle mani porta un giacchino che le serve per nascondere l'operato delle stesse, mentre si avvicina con fare agile alle tasche dei turisti, o alle loro borse, appena entrano ad ogni fermata. Prima che arrivi a destinazione si è già fatta un paio di macchine fotografiche digitali. Proprio davanti ai miei occhi. E con tono di sfida mi comunica con la chat line dei suoi occhi di farmi gli affari miei. E io non sono certo lì per fare l'eroe fuoriposto di una battaglia che non mi appartiene. Nei pressi di Cais Do Sodrè, scendo. Faccio qualche decina di metri e trovo l'entrata de "L'elevador da Bica". All'ingresso una scritta ricorda che è un monumento nazionale. Entro e un conducente di tram mi fa il biglietto: tre euro. E praticamente ho diritto al viaggio di andata e ritorno. Chiedo all'uomo di mezz'età dai capelli grigi che ha la faccia tipica di un conducente di tram di tutto il mondo, Milano compresa, ma molto più rilassato e lento, dove arrivi quella specie di tram rialzato posizionato lì davanti a me già in salita, una salita vertiginosa che stento quasi a credere sarà in grado di percorrere. E lui in tutta serenità, mi dice:" chega no Baixa-Chiado". Incredibile, arriva in zona Baixa Chiado, praticamente da dove sono partito. E' entusiasmante quest'idea di percorrere Lisboa quasi come un lunapark, ma usando i mezzi pubblici normalmente usati dalla gente che va al lavoro o torna dalla spesa, in mezzo a squarci suggestivi creati involontariamente dalla necessità di costruire sulle colline. Salgo sul tram, che praticamente è una funicolare. Insieme a me ci sono un paio di signore con sporte della spesa e due turisti. Su ognuno di questi convogli a rotaia non possono salirci più di sei o sette persone. Il mezzo si muove e come un vecchio artritico, ad una lentezza esasperatamente poetica che dà l'immagine piena del senso della vita lisboeta, comincia a salire, nel sottofondo del clangore del ferro che resiste al tempo cigolando come risposta all'usura, in mezzo ad uno stretto budello di case dai tetti rossi che si inerpica vero Baixa-Chiado, superando qualche anziano sdentato che fa quella salita mozzafiato a piedi, fumando una sapida sigaretta. E che deve sentirsi più o meno come il marinaio di un sommergibile dimenticato sul fondale oceanico che decide di risalire in superficie a nuoto. Dopo un quarto d'ora arriviamo a destinazione. E dire che a piedi ci avrei messo una vita. La pianta topografica di Lisboa è decisamente esaltante, come giocare a scacchi. E prendere i vari mezzi per creare un'incastro fra le varie zone suggestive e scegliere volta per volta, a seconda del tempo a disposizione e delle suggestioni che la giornata offre, soluzoni diverse, rende la città nuova ad ogni nuovo sguardo. L'elevador , dopo una sosta di una decina di minuti, torna indietro e percorre la discesa, ora, mostrando in lontananza il mare e i tetti delle case che si affacciano sullo stretto percorso, che pare ancora più stretto, quando incrociamo un altro mezzo che sta salendo.
Esco dalla funicolare e mi ritrovo per strada. Ho un'altra tappa da compiere e una missione. Andare al Museo do Oriente , che è da qualche parte poco prima del ponte XV aprile.Prima di partire , su una guida letta rapidamente in libreria, ho letto che lì c'è una bambolina nepalese di legno e pezza , senza volto, usata per esorcismi. Un piccolo insignificante oggetto che racchiude una cultura millenaria, quella sciamanica, dalla quale provengono tutte le religioni. E che mi fa pensare che, una volta tanto, ciò che ha dato origine sia tutto sommato meglio delle sue cosiddette evoluzioni.

Buona giornata e buona fortuna
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giovedì 17 marzo 2011

Lisboa, itinerario personalizzato prima parte








Prendo la metro in Jardim Zoologico, in albergo mi sono studiato un percorso un pò a piedi un pò con i mezzi. Scendo e Restauratores, linea blu, ore dieci circa del mattino al mio orologio che va un ora avanti rispetto al Portogallo. Nella metro ci sono ciechi che passano di treno in treno, che qui si chiamano comboios , chiedendo l'elemosina che molti elergiscono senza problemi. Li aiutano a scendere alle fermate, tolleranti ai colpetti di bastone telescopico che subiscono un pò tutti. A volte li aiutano a sedere, altre gli spianano il passaggio prima delle uscite dai convogli. Esco in zona Rossio, in piena Praça Pedro IV. E' pieno di bar con tavolini all'aperto già pieni di gente che prende un cappuccino annegandoci dentro i meravigliosi pastel da nata, che sono l'equivalente più orientaleggiante dei nostri pasticciotti leccesi. Mi fermo anch'io ad un bar ad assaggiarli. E li trovo squisiti. Roba da portarsene vagonate a casa. Sulla sinistra di Praça Pedro IV, guardando verso Praça do Comercio, verso il mare c'è Praça da Figuera, che, non so perchè solo con quel nome mi mette di buon umore, anche se non ce n'è bisogno, vista la quantità di facce esotiche , nere, mulatte , olivastre, portate in giro da dei veri e propri portenti anatomici che non hanno avuto altro che Dio, come personal trainer. Torno un pò indietro nella piazza e scorgo in lontananza Largo Domingos, una piazza molto carina e seminascosta, interrotta da una strada che sale verso l'Alfama. Sul muro marmoreo bianco che sostiene questa strada c'è scritto "Lisbona città della Tolleranza" in tutte le lingue e al centro del largo c'è un monumento ai caduti ebrei. Giusto di fronte al monumento che è al centro del largo c'è la Ginjinha. E' un baretto, che dico, un buco costituito da un bancone quasi all'aperto e nei due metri che lo separano dalla piazza, ti si appiccicano i piedi sulle mattonelle. Il posto prende il nome da la Ginjia, che è un liquore caratteristico di queste parti inventato da un frate, nel lontano 1840, tale Espinhera, che, quasi per scommessa provò a ricavare un brandy dalle ciliege. Il risultato è straordinario. A qualsiasi ora del giorno i lisboeti , al prezzo di un euro e venti cadauno , bevono uno o più bicchierini di questo brandy e chiacchierano all'impiedi dei più disparati argomenti, che, disinibiti dal brandy, prendono le pieghe più inattese. Lì davanti c'è un lustrascarpe e un'italiana si sta facendo lucidare i suoi stivali, metafora delle metafore, di uno stivale italico che ha proprio bisogno di essere tirato a lucido. La Gingjia è veramente buona e io faccio il bis tanto per gradire, mangiandomi persino le ciliegine capitate dentro insieme al liquido. Davanti all'ingresso del baretto c'è un barbone che chiede l'elemodina, tale senhor Pinto, il quale si lamenta con me delle centinaia di neri della Guinea Bissau che se ne stanno seduti su delle panche di marmo, giusto sotto il muro della tolleranza e anche dietro, sulla strada che si inerpica su, dove è pieno di donnone africane nere come le lavagne delle elementari dei miei tempi e vestite di colori sgargianti. Il senhor Pinto dice che sono rifugiati politici della Guinea Bissau, ex colonia portoghese e che il governo ha dato loro casa e sussidio. Stanno lì tutto il giorno e vendono droga. Dico al senhor Pinto di non esagerare, perchè in due giorni che sono a Lisboa gli unici che hanno tentato di vendermi droga erano arabi o , udite udite, portoghesi. Lui sorride, lo sa che ha esagerato, è sempre così, non ci si lamenta del soffitto del re, se fa rumore, ma del casino che viene da chi abita sotto di te...specie se non può farti niente. Mi aggiro fra questa gente di colore e vedo che si scambiano fra loro, facendo un piccolo commercio, frutta tropicale, cibi del loro paese o oggetti d'artigianato. Di droga nemmeno l'ombra. Entro nella Igrecia Sao Domingos e me ne sto lì in contemplazione qualche minuto. E' una chiesa grande, con i muri un pò in via di sgretolamento, ma che conserva un fascino speciale, con la luce che vi entra filtrata ad arte da grandi finestroni, lasciando in una misteriosa penombra alcune zone dove giacciono inerti santi lignei di tutte le fogge. Esco dalla chiesa e mi dirigo verso la via augustea. Di lì raggiungerò Praça do Comercio. Dove prenderò o eletrico numero 15, diretto a "la Bica", dove prenderò "o elevador da bica", un'altra delle attrazioni della città, (è monumento nazionale), caratteristica funicolare che sale per un altro bairro o quartiere caratteristico trasportando anziane signore con sporte della spesa e turisti a caccia dello scatto fotografico della vita.

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martedì 15 marzo 2011

Per le strade dell'Alfama








Ci sono passato con il tram 28, nell'Alfama, il mitico quartiere ex medina di Lisboa. E avevo notato un belvedere stupendo con dei tavolini e un suonatore di fado, presumo, con una zazzera di capelli bianchi e lunghi in testa, magro come un chiodo e una ragnatele di rughe in faccia che lo proiettava in un mondo senza tempo. Poi ho deciso di percorrerli a piedi, quei vicoli meravigliosi. Viaggiatore leggero col mio zainetto e una mappa essenziale, senza tutte le strade ma solo le principali, che a me piace scoprire e memorizzare i vicoli e i posti e le facciate delle case, in funzione di particolari non segnati su alcuna mappa cartacea, ma su quella della mente e dei ricordi, seguendo come il segugio di un antropologia pedestre del momento, ora una scritta su un muro, ora uno sticker, il viso di un ceramista sulla soglia del suo localino, la cameriere nera di un ristorante che fuma come un personaggio di Hugo Pratt in Corto Maltese inalando nell'aria fumo mistico di sigaretta che , chissà, gli reinvia immagini dall'altra parte della città che essa vede in quel vapore tabagico, la musica di Amalia Rodrigues che esce da un'abitazione riecheggiando nei vicoli di questa vera e propria casbah e diffondendosi attraverso il filtro di quel dedalo i cui viottoli diventano come canne di un immenso organo restituendo una voce e delle note trasformate in meglio, come se il filtro di quelle facciate color pastello ingentilite da panni stesi e signore che spettegolano da finestra a finestra( che sono a un tiro di lancio di prezzemolo), di quelle pareti decorate di piastrelle di fiorato geometrico colorate di verde ma, soprattutto, di azzurro, gli odori del bacallhau, il baccalà, cucinato in mille modi e prezioso supporto alimentare dei portoghesi, per non parlare dello sferragliare dei tram che , a quei vicoli, girano intorno, arricchissero quelle note melanconiche che parlano della vita e della morte e forse della vita oltre la morte, restituendo questa forma d'arte in una versione nuova, diversa, umana, troppo umana...che è quella che ci piace di più. Il fado, o destino, o nostalgia, o malinconia, definito in mille modi dai portoghesi, è nato in questo quartiere e si è diffuso in tutto il mondo ed io ho avuto, anni fa, il piacere di conoscere personalmente e scambiare qualche parola (conoscevo già un pò di portoghese) con una delle più grandi interpreti di questa forma d'arte canora, Anna Moura, che è venuta ad Ostuni, alcuni anni fa, d'estate, a incantare una platea rimasta estasiata. Amalia Rodrigues è stata la sua interprete più famosa ed ha avuto il merito di far conoscere il fado in tutto il mondo, permettendo ad una generazione di fadisti di vivere della loro arte, che dopo la sua diffusione è diventata popolare e di successo. Sono tanti i fadisti che si esibiscono nei locali di Bairro Alto, il quartiere del divertimento nei poco nei pressi di Largo do Chiado, nelle sere dei fine settimana, quando le stradine minuscole della zona, piena zeppa di locali, pub e ristoranti, si riempiono all'inverosimile di una folla di giovani che trascorrono ore a bere, ma anche, e soprattutto, a parlare, comunicare, infischiandosene di poltrire davanti ad una televisione. Le retate antialchol e droga (mi riferisco , chiaramente, alle droghe leggere, non a coca ed eroina, che piacciono ai ricchi, se non altro per questioni di portafoglio) dimostrano solo quanto il potere tema i giovani che si riuniscono e parlano fra loro. E con la scusa degli alcolici e della droga, in molti luoghi del mondo, si proibiscono queste reunion...Io fra i vicoli di Bairro Alto ho visto ragazzi di tutto il mondo, ma anche e sopratutto, di Lisboa, bere tranquillamente una birra, davanti a dei murales che ricordavano il 25 aprile, data che per i portoghesi riveste un'importanza enorme, dal momento che è il giorno in cui un manipolo di ufficiali spodestò la quarantennale dittatura di Salazar, attraversando la città con i loro blindati, di ritorno da una guerra coloniale che si erano rifiutati di portare a termine. Sfilarono lungo i viali di Lisboa, sui loro carri, con i fucili sul presentat-arm, giusto per non far cadere i garofani che ci avevano piantato dentro. Ma per tornare al fado, in Bairro Alto ci sono parecchi ristoranti dove si può cenare e assistere spettacoli dal vivo di Fado, canto struggente e nostalgico, che si esegue solo con chitarra e voce( e qui il mio minimalismo va in visibilio). Solo che i prezzi sono altissimi e per una serata con cena e spettacolo si può arrivare a pagare ben 100 euro. Comunque questi locali sono sempre pieni, perchè per una volta si può fare...e la morale della storia è che un canto nato nell'Alfama, nei vicoli di un quartiere povero di Lisboa, dà da mangiare ad una generazione di cantanti. Mi hanno consigliato di andare al Club do Fado, dove si esibiscono i migliori fadisti...ma soprattutto le migliori fadiste, amante come sono delle voci femminili...
Salgo su per questi vicoli , l'impiantito è un mosaico di cubetti di porfido neri, intervallati da cubi di pietra marmorea bianca, in un gioco di bianchi e neri che ti porta lungo strettoie assurde, o, se non stai attento, in vicoli ciechi, con squarci di improvvisi panorami che si aprono inaspettatamente, verso il mare, non lontano e campanili di chiese. Non mancano scritte sui muri contro la polizia e l'esercito, scritte da qualche purista del quartiere, che vuole sentirsi libero nella sua giungla di mattoni rossi in scala ridotta. Ad un certo punto mi ritrovo davanti all'ingresso del Castello di San Giorgio. Leggo sull'iscrizione esplicativa all'ingresso che lo hanno costruito i mori e subito mi viene fatto di pensare che la storia si dovrebbe imparare viaggiando, vedendo, osservando, auscultando l'aria, fermi in contemplazione, immaginando per esempio che grande civiltà è stata quella araba, che grande cultura, se solo penso che oggi gli arabi sono considerati il prodotto dell'immagine di marocchini che chiedono l'elemosina ai semafori...
Scendo senza meta, di ritorno verso il mare. Chissà perchè mi viene sempre di ritornare al mare, come se l'insicurezza di quel deserto idrico fosse in realtà la mia più solida certezza. Mi fermo in un ristorantino a gustare una refeçao rapida, che sarebbe la traduzione di fast food, ma che suona meglio...e soprattutto è più saporita, e rapida quanto un pranzo normale, in questo paese che non ha scordato quanto è bello prendersela comoda. Soprattutto quando "l'Europa", questa forma di colonialismo camuffato , sta per piombargli addosso come una mannaia. Prendo un Bacalhao a' Narciso ( baccalà fritto con su una spianata di cipolla, aglio e uovo sodo sbriciolato... e cannella a volontà) e un paio di birre Sagres em garafas, in bottiglia. Il tempo scorre, e, nel posto della refeçao rapida, dopo mezz'ora sono io che devo chiedere un caffè. video