venerdì 18 marzo 2011

Elevador Da Bica, itinerario personalizzatro:seconda parte









Percorro via augusta, il viale , non a caso, imperiale di Lisboa, cammino agile con le mie scarpe da trekking sull'impiantito di pietre bianche con inserti di pietre nere che riproducono decorazioni, e c'è un artista di strada che crea bolle di sapone enormi e io ne attraverso una enorme che quasi mi contiene, come un embrione, l'embrione dell'uomo nuovo che sarò diventato dopo questo viaggio , come si diventa uomini e donne nuovi ad ogni viaggio. Più avanti, nello spazio fra una spianata di tavolini coperti da tende di cellophane e l'altra-fa ancora freddo nonostante il primo sole pseudoprimaverile- c'è una ragazza tutta dipinta di bianco in piedi su un cubo che fa il mimo immobile. Sono quasi alla porta augustea. Attraverso Avenida Infante Henrique e mi vado a piazzare alla fermata del tram numero 15, che, attraverso Avenida Das Naus, in direzione del mitico ponte XXV aprile, mi porterà in zona Cais Do Sodrè, dove, per la precisione in Rua de Sao Paulo, prenderò il caretteristico Elevador Da Bica, che prende il nome, appunto, dal quartiere o, in portoghese, bairro, de "La Bica". Salgo sul tram e faccio il biglietto usando una macchina automatica. Meno male che ho spiccioli. Resto in piedi per godermi meglio il panorama del mare, che abbiamo, noi passeggeri del tram 15, sulla sinistra. Una ragazzina dai tratti rom, orecchie a sventola, borsetta di pelle lucida rossonera incollata alla spalla destra, sul metro e sessanta, capelli lisci legati dietro la nuca, sguardo ambiguo e sospetto sulle cinture e le borse di noi passeggeri, mi ronza intorno. E' chiaramente una borseggiatrice. Per camuffarsi da turista porta a tracolla (a sinistra) una borsa di pezza con scritte "Portugal"in vari colori, una di quelle borse che si trovano in tutti i negozi di souvenir. Ma a me non la dà a bere. Si esibisce davanti a me, incurante del pericolo, o forse consapevole che, essendo minorenne, non le potrebbero fare nulla. Più o meno. Sulle mani porta un giacchino che le serve per nascondere l'operato delle stesse, mentre si avvicina con fare agile alle tasche dei turisti, o alle loro borse, appena entrano ad ogni fermata. Prima che arrivi a destinazione si è già fatta un paio di macchine fotografiche digitali. Proprio davanti ai miei occhi. E con tono di sfida mi comunica con la chat line dei suoi occhi di farmi gli affari miei. E io non sono certo lì per fare l'eroe fuoriposto di una battaglia che non mi appartiene. Nei pressi di Cais Do Sodrè, scendo. Faccio qualche decina di metri e trovo l'entrata de "L'elevador da Bica". All'ingresso una scritta ricorda che è un monumento nazionale. Entro e un conducente di tram mi fa il biglietto: tre euro. E praticamente ho diritto al viaggio di andata e ritorno. Chiedo all'uomo di mezz'età dai capelli grigi che ha la faccia tipica di un conducente di tram di tutto il mondo, Milano compresa, ma molto più rilassato e lento, dove arrivi quella specie di tram rialzato posizionato lì davanti a me già in salita, una salita vertiginosa che stento quasi a credere sarà in grado di percorrere. E lui in tutta serenità, mi dice:" chega no Baixa-Chiado". Incredibile, arriva in zona Baixa Chiado, praticamente da dove sono partito. E' entusiasmante quest'idea di percorrere Lisboa quasi come un lunapark, ma usando i mezzi pubblici normalmente usati dalla gente che va al lavoro o torna dalla spesa, in mezzo a squarci suggestivi creati involontariamente dalla necessità di costruire sulle colline. Salgo sul tram, che praticamente è una funicolare. Insieme a me ci sono un paio di signore con sporte della spesa e due turisti. Su ognuno di questi convogli a rotaia non possono salirci più di sei o sette persone. Il mezzo si muove e come un vecchio artritico, ad una lentezza esasperatamente poetica che dà l'immagine piena del senso della vita lisboeta, comincia a salire, nel sottofondo del clangore del ferro che resiste al tempo cigolando come risposta all'usura, in mezzo ad uno stretto budello di case dai tetti rossi che si inerpica vero Baixa-Chiado, superando qualche anziano sdentato che fa quella salita mozzafiato a piedi, fumando una sapida sigaretta. E che deve sentirsi più o meno come il marinaio di un sommergibile dimenticato sul fondale oceanico che decide di risalire in superficie a nuoto. Dopo un quarto d'ora arriviamo a destinazione. E dire che a piedi ci avrei messo una vita. La pianta topografica di Lisboa è decisamente esaltante, come giocare a scacchi. E prendere i vari mezzi per creare un'incastro fra le varie zone suggestive e scegliere volta per volta, a seconda del tempo a disposizione e delle suggestioni che la giornata offre, soluzoni diverse, rende la città nuova ad ogni nuovo sguardo. L'elevador , dopo una sosta di una decina di minuti, torna indietro e percorre la discesa, ora, mostrando in lontananza il mare e i tetti delle case che si affacciano sullo stretto percorso, che pare ancora più stretto, quando incrociamo un altro mezzo che sta salendo.
Esco dalla funicolare e mi ritrovo per strada. Ho un'altra tappa da compiere e una missione. Andare al Museo do Oriente , che è da qualche parte poco prima del ponte XV aprile.Prima di partire , su una guida letta rapidamente in libreria, ho letto che lì c'è una bambolina nepalese di legno e pezza , senza volto, usata per esorcismi. Un piccolo insignificante oggetto che racchiude una cultura millenaria, quella sciamanica, dalla quale provengono tutte le religioni. E che mi fa pensare che, una volta tanto, ciò che ha dato origine sia tutto sommato meglio delle sue cosiddette evoluzioni.

Buona giornata e buona fortuna

giovedì 17 marzo 2011

Lisboa, itinerario personalizzato prima parte








Prendo la metro in Jardim Zoologico, in albergo mi sono studiato un percorso un pò a piedi un pò con i mezzi. Scendo e Restauratores, linea blu, ore dieci circa del mattino al mio orologio che va un ora avanti rispetto al Portogallo. Nella metro ci sono ciechi che passano di treno in treno, che qui si chiamano comboios , chiedendo l'elemosina che molti elergiscono senza problemi. Li aiutano a scendere alle fermate, tolleranti ai colpetti di bastone telescopico che subiscono un pò tutti. A volte li aiutano a sedere, altre gli spianano il passaggio prima delle uscite dai convogli. Esco in zona Rossio, in piena Praça Pedro IV. E' pieno di bar con tavolini all'aperto già pieni di gente che prende un cappuccino annegandoci dentro i meravigliosi pastel da nata, che sono l'equivalente più orientaleggiante dei nostri pasticciotti leccesi. Mi fermo anch'io ad un bar ad assaggiarli. E li trovo squisiti. Roba da portarsene vagonate a casa. Sulla sinistra di Praça Pedro IV, guardando verso Praça do Comercio, verso il mare c'è Praça da Figuera, che, non so perchè solo con quel nome mi mette di buon umore, anche se non ce n'è bisogno, vista la quantità di facce esotiche , nere, mulatte , olivastre, portate in giro da dei veri e propri portenti anatomici che non hanno avuto altro che Dio, come personal trainer. Torno un pò indietro nella piazza e scorgo in lontananza Largo Domingos, una piazza molto carina e seminascosta, interrotta da una strada che sale verso l'Alfama. Sul muro marmoreo bianco che sostiene questa strada c'è scritto "Lisbona città della Tolleranza" in tutte le lingue e al centro del largo c'è un monumento ai caduti ebrei. Giusto di fronte al monumento che è al centro del largo c'è la Ginjinha. E' un baretto, che dico, un buco costituito da un bancone quasi all'aperto e nei due metri che lo separano dalla piazza, ti si appiccicano i piedi sulle mattonelle. Il posto prende il nome da la Ginjia, che è un liquore caratteristico di queste parti inventato da un frate, nel lontano 1840, tale Espinhera, che, quasi per scommessa provò a ricavare un brandy dalle ciliege. Il risultato è straordinario. A qualsiasi ora del giorno i lisboeti , al prezzo di un euro e venti cadauno , bevono uno o più bicchierini di questo brandy e chiacchierano all'impiedi dei più disparati argomenti, che, disinibiti dal brandy, prendono le pieghe più inattese. Lì davanti c'è un lustrascarpe e un'italiana si sta facendo lucidare i suoi stivali, metafora delle metafore, di uno stivale italico che ha proprio bisogno di essere tirato a lucido. La Gingjia è veramente buona e io faccio il bis tanto per gradire, mangiandomi persino le ciliegine capitate dentro insieme al liquido. Davanti all'ingresso del baretto c'è un barbone che chiede l'elemodina, tale senhor Pinto, il quale si lamenta con me delle centinaia di neri della Guinea Bissau che se ne stanno seduti su delle panche di marmo, giusto sotto il muro della tolleranza e anche dietro, sulla strada che si inerpica su, dove è pieno di donnone africane nere come le lavagne delle elementari dei miei tempi e vestite di colori sgargianti. Il senhor Pinto dice che sono rifugiati politici della Guinea Bissau, ex colonia portoghese e che il governo ha dato loro casa e sussidio. Stanno lì tutto il giorno e vendono droga. Dico al senhor Pinto di non esagerare, perchè in due giorni che sono a Lisboa gli unici che hanno tentato di vendermi droga erano arabi o , udite udite, portoghesi. Lui sorride, lo sa che ha esagerato, è sempre così, non ci si lamenta del soffitto del re, se fa rumore, ma del casino che viene da chi abita sotto di te...specie se non può farti niente. Mi aggiro fra questa gente di colore e vedo che si scambiano fra loro, facendo un piccolo commercio, frutta tropicale, cibi del loro paese o oggetti d'artigianato. Di droga nemmeno l'ombra. Entro nella Igrecia Sao Domingos e me ne sto lì in contemplazione qualche minuto. E' una chiesa grande, con i muri un pò in via di sgretolamento, ma che conserva un fascino speciale, con la luce che vi entra filtrata ad arte da grandi finestroni, lasciando in una misteriosa penombra alcune zone dove giacciono inerti santi lignei di tutte le fogge. Esco dalla chiesa e mi dirigo verso la via augustea. Di lì raggiungerò Praça do Comercio. Dove prenderò o eletrico numero 15, diretto a "la Bica", dove prenderò "o elevador da bica", un'altra delle attrazioni della città, (è monumento nazionale), caratteristica funicolare che sale per un altro bairro o quartiere caratteristico trasportando anziane signore con sporte della spesa e turisti a caccia dello scatto fotografico della vita.

Buona giornata e buona fortuna

martedì 15 marzo 2011

Per le strade dell'Alfama








Ci sono passato con il tram 28, nell'Alfama, il mitico quartiere ex medina di Lisboa. E avevo notato un belvedere stupendo con dei tavolini e un suonatore di fado, presumo, con una zazzera di capelli bianchi e lunghi in testa, magro come un chiodo e una ragnatele di rughe in faccia che lo proiettava in un mondo senza tempo. Poi ho deciso di percorrerli a piedi, quei vicoli meravigliosi. Viaggiatore leggero col mio zainetto e una mappa essenziale, senza tutte le strade ma solo le principali, che a me piace scoprire e memorizzare i vicoli e i posti e le facciate delle case, in funzione di particolari non segnati su alcuna mappa cartacea, ma su quella della mente e dei ricordi, seguendo come il segugio di un antropologia pedestre del momento, ora una scritta su un muro, ora uno sticker, il viso di un ceramista sulla soglia del suo localino, la cameriere nera di un ristorante che fuma come un personaggio di Hugo Pratt in Corto Maltese inalando nell'aria fumo mistico di sigaretta che , chissà, gli reinvia immagini dall'altra parte della città che essa vede in quel vapore tabagico, la musica di Amalia Rodrigues che esce da un'abitazione riecheggiando nei vicoli di questa vera e propria casbah e diffondendosi attraverso il filtro di quel dedalo i cui viottoli diventano come canne di un immenso organo restituendo una voce e delle note trasformate in meglio, come se il filtro di quelle facciate color pastello ingentilite da panni stesi e signore che spettegolano da finestra a finestra( che sono a un tiro di lancio di prezzemolo), di quelle pareti decorate di piastrelle di fiorato geometrico colorate di verde ma, soprattutto, di azzurro, gli odori del bacallhau, il baccalà, cucinato in mille modi e prezioso supporto alimentare dei portoghesi, per non parlare dello sferragliare dei tram che , a quei vicoli, girano intorno, arricchissero quelle note melanconiche che parlano della vita e della morte e forse della vita oltre la morte, restituendo questa forma d'arte in una versione nuova, diversa, umana, troppo umana...che è quella che ci piace di più. Il fado, o destino, o nostalgia, o malinconia, definito in mille modi dai portoghesi, è nato in questo quartiere e si è diffuso in tutto il mondo ed io ho avuto, anni fa, il piacere di conoscere personalmente e scambiare qualche parola (conoscevo già un pò di portoghese) con una delle più grandi interpreti di questa forma d'arte canora, Anna Moura, che è venuta ad Ostuni, alcuni anni fa, d'estate, a incantare una platea rimasta estasiata. Amalia Rodrigues è stata la sua interprete più famosa ed ha avuto il merito di far conoscere il fado in tutto il mondo, permettendo ad una generazione di fadisti di vivere della loro arte, che dopo la sua diffusione è diventata popolare e di successo. Sono tanti i fadisti che si esibiscono nei locali di Bairro Alto, il quartiere del divertimento nei poco nei pressi di Largo do Chiado, nelle sere dei fine settimana, quando le stradine minuscole della zona, piena zeppa di locali, pub e ristoranti, si riempiono all'inverosimile di una folla di giovani che trascorrono ore a bere, ma anche, e soprattutto, a parlare, comunicare, infischiandosene di poltrire davanti ad una televisione. Le retate antialchol e droga (mi riferisco , chiaramente, alle droghe leggere, non a coca ed eroina, che piacciono ai ricchi, se non altro per questioni di portafoglio) dimostrano solo quanto il potere tema i giovani che si riuniscono e parlano fra loro. E con la scusa degli alcolici e della droga, in molti luoghi del mondo, si proibiscono queste reunion...Io fra i vicoli di Bairro Alto ho visto ragazzi di tutto il mondo, ma anche e sopratutto, di Lisboa, bere tranquillamente una birra, davanti a dei murales che ricordavano il 25 aprile, data che per i portoghesi riveste un'importanza enorme, dal momento che è il giorno in cui un manipolo di ufficiali spodestò la quarantennale dittatura di Salazar, attraversando la città con i loro blindati, di ritorno da una guerra coloniale che si erano rifiutati di portare a termine. Sfilarono lungo i viali di Lisboa, sui loro carri, con i fucili sul presentat-arm, giusto per non far cadere i garofani che ci avevano piantato dentro. Ma per tornare al fado, in Bairro Alto ci sono parecchi ristoranti dove si può cenare e assistere spettacoli dal vivo di Fado, canto struggente e nostalgico, che si esegue solo con chitarra e voce( e qui il mio minimalismo va in visibilio). Solo che i prezzi sono altissimi e per una serata con cena e spettacolo si può arrivare a pagare ben 100 euro. Comunque questi locali sono sempre pieni, perchè per una volta si può fare...e la morale della storia è che un canto nato nell'Alfama, nei vicoli di un quartiere povero di Lisboa, dà da mangiare ad una generazione di cantanti. Mi hanno consigliato di andare al Club do Fado, dove si esibiscono i migliori fadisti...ma soprattutto le migliori fadiste, amante come sono delle voci femminili...
Salgo su per questi vicoli , l'impiantito è un mosaico di cubetti di porfido neri, intervallati da cubi di pietra marmorea bianca, in un gioco di bianchi e neri che ti porta lungo strettoie assurde, o, se non stai attento, in vicoli ciechi, con squarci di improvvisi panorami che si aprono inaspettatamente, verso il mare, non lontano e campanili di chiese. Non mancano scritte sui muri contro la polizia e l'esercito, scritte da qualche purista del quartiere, che vuole sentirsi libero nella sua giungla di mattoni rossi in scala ridotta. Ad un certo punto mi ritrovo davanti all'ingresso del Castello di San Giorgio. Leggo sull'iscrizione esplicativa all'ingresso che lo hanno costruito i mori e subito mi viene fatto di pensare che la storia si dovrebbe imparare viaggiando, vedendo, osservando, auscultando l'aria, fermi in contemplazione, immaginando per esempio che grande civiltà è stata quella araba, che grande cultura, se solo penso che oggi gli arabi sono considerati il prodotto dell'immagine di marocchini che chiedono l'elemosina ai semafori...
Scendo senza meta, di ritorno verso il mare. Chissà perchè mi viene sempre di ritornare al mare, come se l'insicurezza di quel deserto idrico fosse in realtà la mia più solida certezza. Mi fermo in un ristorantino a gustare una refeçao rapida, che sarebbe la traduzione di fast food, ma che suona meglio...e soprattutto è più saporita, e rapida quanto un pranzo normale, in questo paese che non ha scordato quanto è bello prendersela comoda. Soprattutto quando "l'Europa", questa forma di colonialismo camuffato , sta per piombargli addosso come una mannaia. Prendo un Bacalhao a' Narciso ( baccalà fritto con su una spianata di cipolla, aglio e uovo sodo sbriciolato... e cannella a volontà) e un paio di birre Sagres em garafas, in bottiglia. Il tempo scorre, e, nel posto della refeçao rapida, dopo mezz'ora sono io che devo chiedere un caffè.

lunedì 14 marzo 2011

Tram 28






Il tram 28 è un'istituzione, a Lisbona. Percorre il centro pulsante e vitale della città, il più caratteristico e lo fa sfidando la forza di gravità delle salite, che attacca con andatura ofidica da serpente producendo vibromassaggi ai passeggeri. I conducenti della linea dei tram ventotto, e da qualche parte devo aver già detto che il tram qui lo chiamano "o eletrico", sono dei fenomeni, dei veri e propri artisti della fredda rotaia, con il loro corredo di frenate , rallentamenti, evitando macchine che sbucano agli incroci all'improvviso o improvvidi passanti che attraversano un pò dove gli pare, alla latina, potremmo dire, e, contemporaneamente a queste loro evoluzioni, fanno biglietti, danno il resto, sono, come dire , multitasking. Ma si capisce che lo fanno volentieri, come se percepissero che sono parte dello spettacolo della città, artisti circensi che fanno la loro parte. Sul tram ventotto, seduto a fianco ai finestrini aperti pioviggina e qualcuno è in strada con l'ombrello, qualcun altro no, che la pioggerellina all'irlandese alternata a capolinii di un tenue sole, consente anche di andare a capo scoperto e alimenta la leggenda venatoria che la volpe si sta sposando. Lungo il percorso si possono notare degli scorci che si aprono all'improvviso di poesia architettonica assoluta, facciate di palazzi piastrellate di azulejos con motivi geometrici, l'alfama, il quartiere arabo, la medina lisboeta, che appare di quando in quando a fotogrammi alternati con i suoi tetti rossi, i vicoli stretti e la vaga riecheggiante eco di un muezzin esistente solo nella nostra immaginazione. Quando arriviamo in largo Chiado, che prende il nome dal soprannome di un grande poeta portoghese prePessoa, sulla piazzetta antistante a "A Brasileira", il bar dove soleva prendere il caffè Fernando Pessoa, c'è un giamaicano rasta che suona il sax inarcandosi con lo strumento in una vis grata puellis che produce gemiti musicali, mentre annoiati turisti sorseggiano un caffè, ai bar di fronte e mentre la statua bronzea di Fernando Pessoa è già stanca di tutte quelle foto di turisti italiani che lo prendono come il socio di minoranza di " Italia uno ". C'è una folla impressionante, per strada, scolaresche in gita scolastica che saccheggiano con gli occhi musei e ipermercati, turisti a caccia di scatti suggestivi, bohemiennes caracollanti che fumano una sigaretta, in attesa che le ombre della sera gli consentano di fumare altro. Largo do Chiado è un posto energetico, uno di queli luoghi frequentati da persone particolari, artisti dalla sensibilità spiccata, uomini che hanno cambiato il mondo con le loro visioni...alla loro scomparsa un pò di energia di questi luoghi è stata assorbita dalle pietre, dall'impiantito, dai muri e dalle mattonelle che li rivestono. E al passaggio delle genti, qualche molecola, piano piano e poco a poco, si stacca dalla materia per andarsene in giro delle anime altrui.

"...il viaggiatore si ferma, lascia passare il bestiame, saluta il guardiano che è un ragazzo giovane e pacifico. Questi non sembra mettere molto impegno nel proprio lavoro da pastore, il che dimostrerebbe la sua grande abilità: le vacche, almeno, si comportano come se fossero circondate da una legione di sorveglianti..."

Viaggio in Portogallo, Josè Saramago


Buona giornata e buona fortuna

sabato 12 marzo 2011

Primo giorno lisboeta







Esco dall'hotel, sono in zona Jardim Zoologico, prendo la metropolitana. Mi spiegano che per andare in centro, nella zona intorno al porto, devo prendere la linea blu e scendere a Restauradores. Chiedo al punto informazioni, una ragazza carina,carnagione bianchissima, magra, esile, capelli scuri ricci e lunghi, con piccole atmosfere carnacee nei punti giusti-che poi risulterà essere lo stereotipo della donna portoghese- mi dà un cartoncino verde, valido un anno, che devo ricaricare volta per volta del credito necessario alle corse. Davanti all'ingresso della metro ci sono dei distributori metallici di quotidiani gratuiti e , pensate un pò, pieni zeppi del familiarissimo "Metro", distribuito nella metropolitana a Milano e in altre città italiane, l'internazionale della notizia quotidiana gratuita, la globalizzazione dell'informazione di giornata a costo zero per l'utente. Attendo il treno che mi porterà a destinazione, sulla pensilina. Le pareti sono decorate di piastrelle bianche che fanno da sfondo a tucani, scimmie e altri animali stilizzati, in uno stile moderno e pittorico. La gente in attesa è variopinta, multietnica, un mix di provenienza o origine dei paesi colonizzati dal Portogallo antico, in Africa, Sudamerica, Asia. Non c'è una faccia uguale, non c'è un volto ordinario, e benchè non siano facce che si sbellicano dalle risate non hanno la cupa tristezza delle nostre facce nella metro milanese. Facce serie, che non hanno cessato di ridere dentro, non ancora preoccupate, nonostante tutto. Sui display annunciano di stare attenti agli scippi e ai furti con destrezza, in particolare nei treni affollati e ai cambi di linea.
Scendo a Restauradores. Mi ritrovo in Rua da Liberdade, guardate un pò, quasi il destino mi volesse continuamente ricordare ciò a cui tengo più per me stesso e per il genere umano. I marciapiedi sono costituiti da mosaici di pietre incastonate sapientemente l'una con l'altra, pietre bianche e lucide che luccicano , lievemente umide per la pioggerella alternata, che si affaccia fastidiosa a tratti. Migliaia di persone di un pianeta multietnico vi passeggiano, nere con bambini in passeggino o in braccio, asiatiche di carnagione olivastra, qualche bianco portoghese che resiste alle contaminazioni ricavandone una bella faccia cadaverica e smunta circondata dalla solita aureola di fumo di sigaretta, che fumano in continuazione - le sigarette portoghesi si chiamano Portugues e c'è al versione rossa o blu, a seconda della pesantezza, così com'è convenzione globalizzata nel mondo tabagico-. Mi ritrovo in Praça D. Pedro IV , una bella piazza di pietra bianche iridescente sotto il sole che fa capolino in quel momento. Sono davanti ad una fontana e una nera alta due metri mi passa davanti ancheggiando elegantemente come una regina africana in libera uscita, mentre in un bar poco lontano una ragazza portoghese dai capelli lisci e neri corvini tenuti legati dietro al collo, fuma sapidamente una sigaretta "portugues", fra un sorso d'espresso e un pericoloso sguardo sghembo catturaconsensi. Sullo sfondo le case dai tetti rossi dell'Alfama, la medina lisboeta. Le piazze della città sono i loro ombelichi che guardano come occhi involontari verso il cielo, che, a sua volta, è l'unico e onnipotente ombelico di Dio il quale , evidentemente, non riesce a posare il suo sguardo su tutti gli ombelichi del pianeta. E poichè l'uomo odia gli spazi aperti perchè gli ricordano la possibilità di essere libero, ci sono sempre meno piazze e sempre più condomini-prigioni. E meno piazze vuol dire meno manifestazioni di dissenso per il potere. Almeno speriamo tutto ciò serva a Dio, ed a fargli riprendere il controllo della situazione. Mi ritrovo in Rua Augusta, una lunga strada dal pavimento acciottolato, che termina con un immenso arco, dietro il quale intravedo il mare. Chiedo ad una fioraia che vende le sue mercanzie floreali lì in mezzo alla strada di farmi una foto su quel magnifico sfondo. Lei non si fa pregare. Poi mi dice di stare attento al mio zainetto, perchè è pieno di scippatori. "Romenos", mi urla. (Più tardi una signora alla fermata del tram ventotto - a proposito loro i tram li chiamano "eletricos"- smentisce la teoria dei romeni-zingari scippatori, "la cosa grave", mi dice," è que son portugueses"). Ho fame e mi siedo a mangiare sardinhas asadas( sardine arrostite) sedendomi ad uno di quei tavolini al centro di Rua Augusta. Innaffio tutto con "Duas garafas de Sagres", due bottiglie di birra Sagres, la saporita birra portoghese che sanno servire alla temperatura giusta. Alla brasiliana, potrei dire. Per oggi derogo alla dieta vegetariana e sono largamente ricompensato da queste delizie gastronomiche: pesce freschissimo e saporito. Del resto detesto gli integralismi e fumare di quando in quando, bere un bicchiere di vino e mangiarsi un panino con la porchetta aiuta a goderti una vita che, vada come vada, nella sua fase calante, nutrirai comunque a pillole. Proseguo lungo Rua Augusta, attraverso quel suo meraviglioso arco e mi trovo davanti la spianata di Praça do Comercio e davanti ancora il mare. Ho preso un aereo alle sei e mezza di mattina per godermi tutto questo, per vedere il mare , scambiate iodio con odio, osservare le onde e cogliere nelle loro increspature le rughe d'espressione, le facce allegre o tristi o maliconiche, ma comunque vive, degli abitanti delle città di mare, quasi copiassero dal mare e si lasciassero suggerire i sentimenti dall'immensa e multiforme-cangiante, faccia idrica , che è il mare. Per contro alle facce degli abitanti delle città dove il mare non c'è, che hanno la stessa espressività dei metalli inerti e del calcestruzzo armato di cui sono circondati. Resto lì in contemplazione del mare. Mentre un uomo, un marocchino alto due metri con un cappotto nero e dei denti catramati, mi si avvicina cercando di vendermi dell'hashish. In pieno giorno e con a due passi poliziotti in assetto di guerra e vigili urbani su dei simpatici ed ecologici dueruote elettrici. "Voçe è brasileiro"?, mi fa il marocchino. "No, italiano".
"Cinquanta euro per questo. Mi mostra una stecca enorme di hashish. Saranno due etti. Mi chiede cinquanta euro. Io dico che non sono ineterssato. Tira fuori un'altra stecca e dice di volerne vendermene due allo stesso prezzo. Io declino. Poi aggiunge una busta incredibilmente enorme di mariujana. "Amico, fermati, come fai a nasconderti addosso tutta quella merce?". Per tutta risposta mi fa"vuoi coca, gli italiani impazziscono per la coca". Mentre gli rispondo di no, che non mi interessa per niente, chiama un vecchio e si fa passare delle bustine. Il vecchio è il suo deposito ambulante. Un vecchio dai capelli bianchi con la barba lunga da imam che nessuno si sognerebbe mai di perquisire. "Tieni, tutto cinquanta euro". "Sou brasileiro", gli dico, e vado via. Vado verso il mare driblando un altro paio di spacciatori. La piazza termina con una scalinata digradante verso l'acqua e con due colonne. Su ciascuna delle colonne ci sono due vanitosi gabbiani in posa, che amano farsi fotografare dai turisti e che mi suggeriscono l'idea che , in fondo, anche gli animali hanno un anima e dei sentimenti. E che, anche loro, non possono fare a meno degli umani difetti.

"viaggiare dovrebbe essere fermarsi più a lungo e girare di meno, forse si dovrebbe addirittura istituire la professione del viaggiatore solo per chi ne ha la vocazione ed è di gran lunga in errore chi crede che sarebbe un lavoro di poca responsabilità, ogni chilometro non vale meno di un anno di vita. Alle prese con questo filosofare , il viaggiatore finisce per addormentarsi, e quando al mattino si sveglia, ecco davanti agli occhi la pietra gialla, è il destino delle pietre, sempre nello stesso posto, a meno che non venga il pittore e se le porti via nel cuore"

Josè Saramago, Viaggio in Portogallo

Buona giornata e buona fortuna

venerdì 11 marzo 2011

Lisboa, prime impressioni



Ore 4,30, un taxi clandestino guidato alla Ayrton Senna da un bahiano nero barba abrasiva di tre giorni, mi scarica a Linate. Pago 20 euro anzicchè 70 o 100 di un normale taxi. Alle 6,30 prendo l'aereo per Lisbona, che chiamerò Lisboa, mentre Paola e Chiara, due compagne occasionali di viaggio che chiamerò così perchè sono la loro parodia fisiognomica, mi guardano in modo strano lì davanti al check in. Scrivo qualche impressione su un taccuino, felice di essere tornato a scrivere a penna, allenando le sinapsi in modo adeguato , mentre i classici italiani da villaggio vacanze fanno i berluschini con corredo di foto con corna, ironia sui portoghesi, che nemmeno conoscono e scambiano per brasiliani, extracomunitari, dicono, stessa cosa, mammamia che ignoranza, e gli danno il diritto di viaggiare a questi? E il diritto di voto? Dopo un volo in cui scrivo sul mio taccuino le impressioni del mio folle dialogo col Senna improvvisato che attraversando Milano morta e sonnolenta, deserta e occhiolinante di semafori gialli, leggo qualche pagina di Viaggio In Portogallo, di Saramago, di cui non ho ancora letto nulla. Dirò che le prime righe non è che mi entusiasmino, magari è un disel, carbura alla distanza. All'aereoporto un doganiere mi ferma chiedendomi scusa subito dopo e dicendomi "desculpa, voçe tem cara de brasileiro", scusa ma hai una faccia da brasiliano, boh, sarà la barba incolta e il mio portoghese molto nordest Brasile. Appena fuori chiedo delle informazioni e mi scopro fortunato a conoscere il portoghese, la gente mi spiega nel dettaglio e per di più percepisce che io sono europeo e mi tratta con i guanti di velluto. Prendo un autobus e il conducente mi fa pagare il biglietto, 3,50 euro, dicendomi che vale tutto il giorno per tutti i mezzi, compresi metro e ascensori, e con una gentilezza disarmante mi dice che conosce il mio Hotel e che c'è una fermata giusto di fronte. Lungo le arterie che mi portano dal'aereoporto verso il centro, vedo una città moderna, con palazzoni enormi, ma di colori mediterranei, vivi, sul rosa e sull'azzurro, che sullo sfondo del cielo plumbeo- ha piovuto da poco- offrono uno spettacolo bozzettistico. Lungo il tragitto, qualche incidente, cartelloni pubblicitari di partiti di sinistra contro il governo, e una varietà multietnica nelle facce della gente assiepata alle fermate degli autobus, impressionante, quasi in sintonia con i multicolorati palazzi. Facce nere, mulatte, bianche, capelli biondi, treccine rasta, capelli lisci asiatici, vestiti rossi e verdi, come la bandiera del Portogallo, un cartellone pubblcitario che raffigura una foto in primo piano di Mourinho, sorta di eroe nazionale, immagini che come in un caleidoscopio, si mescolano fornendomi una prima impressione.
Scendo davanti all'albergo che ho prenotato su expedia.it, sito che consiglio. Entro e alla reception una biondina tutta pepe col seno a seggiolino così sodo da potertici sedere su, e che mostra fieramente con un decoltè mozzafiato, mi dà alcune informazioni facendomi i complimenti per il mio portoghese. Poi mi dà il numero di camera e una tessera tipo bancomat per entrarci dentro. Mi dà anche una mappa della città, con le indicazioni dei mezzi da prendere per il centro. Salgo in camera, al settimo piano con un'ascensore di cristallo e lo so, lo so perchè tutto mi eccità, dovremmo tutti, prima o poi, concedere una pausa al nostro cervello e ai nostri corpi, drogati di lavoro.


Ate depois

lunedì 7 marzo 2011

Non è per tutti



Il bradipo è il mio animale preferito: è esclusivamente vegetariano, vive su un albero tutta la vita e possiede una caratteristica rivoluzionaria: la lentezza. Il bradipo è lento quando mangia, quando cammina, quando gioca, ma soprattutto quando si riproduce:persino quando defeca. Fra le sue malattie non ne è mai stata riscontrata alcuna derivante dallo stress. Di sicuro non desta le simpatie di Marchionne. Ma questa è un'altra storia.


Altro capitolo: hanno rinnovato il contratto della mia categoria, il commercio. Novità succulente che faranno la gioia dei miei colleghi: fuoriuscita dal sistema Inps e malattia pagata al 50% dopo il terzo evento e non pagata dopo il quarto evento. Domeniche pagate senza maggiorazione e messe obbligatoriamente negli orari di lavoro...devo continuare? Non è il caso. Solo chi non ha mai lavorato in un centro commerciale e magari invece lo frequenta ricavando l'impressione che chi ci lavora sia un cazzeggiatore folle, non può capire la gravità della cosa. In un Centro Commerciale, di domenica, possono transitare anche trentamila persone. E il personale impegnato a gestirle non arriva a cento persone. Vedete voi , considerando l'educazione media italica degli ultimi tempi, quale sia il grado si sanità mentale al termine della giornata, per chi ci lavora dentro. Ah, dimenticavo un dettaglio. Hanno firmato Uil e Cisl e così per la legge italiana quando firmano due su tre della trimurti sindacale, il contratto è valido. Mi chiedo cosa pensino gli iscritti della Cisl e della Uil. Mi chiedo se sia democratico che queste due sigle, che, insieme, non raggiungono gli iscritti della Cgil, possano decidere il destino di milioni di lavoratori. Forse aveva ragione il vecchio ubriacone pervertito Charles Bukowski: la differenza fra dittatura e democrazia è che nella democrazia prima si vota e poi lo prendi nel culo. Nella dittatura non c'è questa perdita di tempo del voto. Lo dico sempre, io , di diffidare dei finti morigerati.Meglio Bukowski. Infatti lui, la morigeratezza non si è minimamente sognato di pretenderla dagli altri. Potete immaginare a chi mi stia riferendo come suo contraltare.
Complimenti: affidiamo il futuro di noi lavoratori nelle mani dei Marchionne. Guadagneremo di più: così potremo pagarci le spese sanitarie per le malattie derivanti dallo stress. Oppure il funerale.

Sto leggendo un libro di Pynchon: l'arcobaleno della gravità. Dappertutto, in internet ma anche altrove, si legge che questo scrittore è una specie di genio, che ogni suo libro è un evento, che non appare mai in pubblico alimentando il mistero sulla sua persona. Ora posso dirvi perchè non appare in pubblico: ci vorrebbe un bel coraggio a mostrare la propria faccia dopo che si è stati rinchiusi per anni a scrivere delle boiate come quelle che scrive lui. Libroni di seicento e passa pagine che non dicono niente. Mia nipote di tre anni è molto più acuta di lui. Scavando un pò nella sua biografia, scopro che sua moglie è una delle più influenti editors degli Stati Uniti:mmmh, che posso dire: traete voi le vostre conclusioni. Questo tizio se avesse un minimo di dignità dovrebbe andarsene a spietrare fondi agricoli. E anche lì...ci sarebbe da vedere: non è per tutti.

Godetevi questo video di una delle mie cantanti preferite:
Rosalia De Souza

Buona giornata e buona fortuna