mercoledì 27 aprile 2011

Qualcosa dentro


La settimana è stata così così. Ci ha pensato Giovanardi a movimentarla, scagliandosi contro un manifesto pubblicitario dell'Ikea che mostra due uomini che si tengono per mano. E' una cosa lesiva della costituzione, ha detto. Beh, che dire, noi di quest'Italia irredenta che non si arrende al Berlusconismo idiota che impazza un pò dovunque, non ce la sentiamo proprio di prendere lezioni di costituzionalismo da uno come Giovanardi. Uno che arresterebbe i tossici( cominci dai suoi colleghi di partito cocainomani), il neocostituzionalista, sempre, che dove vede uomini che si baciano sulla guancia si indigna perchè a lui sulla guancia non lo bacia nessuno. Ne' in altri luoghi e in altri laghi del suo corpo. Sta sempre a menarla con 'sta storia della famiglia tradizionale. Ma io dico, non si guarda allo specchio? Se fossi una donna l'ultimo con cui andrei sarebbe Giovanardi. E persino se fossi gay non andrei con Giovanardi nemmeno se mi pagassero. Resterai solo. Nemmeno all'Ikea potrai più entrare. Fino ad ora , che io sappia, fanno entrare tutti. Persino le coppie gay. Ma Giovanardi non lo sapeva. Lui all'ikea c'è stato un mucchio di volte. Ma non se n'è accorto nessuno. L'hanno preso per una poang lì in un angolo di un'esposizione. Ecco, adesso nessun gay vorrà più sedersi su una poang. Un'ultima cosa, Giovanardi si è scagliato contro il manifesto gay, ma non abbiamo visto la differenza con la faccia che aveva prima. Forse non ci s'è scagliato abbastanza forte. O forse alla gente di Giovanardi non frega proprio niente. E nemmeno a me. Ma siccome non sapevo come iniziare questo post, per riscaldarmi, prima di parlare di cose più importanti, m'è scappato di parlare di lui.

Sto ultimando le correzioni del mio prossimo libro. Sarà il seguito del primo libro, "nell'acquario", dieci anni dopo. Penso che sia venuto un bel lavoro. L'importante è che il mio pubblico di lettori dell'underground lo gradisca. Non ci crederete mai, ma se vendessero il mio libro su uno scaffale dell'esselunga e finisse in mezzo ai pomodori o alle melanzane o vicino ad detersivo o alla vasellina, peggio ai preservativi primex ultrasottili, beh, vorrebbe dire che mi sarei venduto il didietro. Culo ormai lo dicono tutti. E io amo distinguermi dall'uomo comune. L'uomo comune può continuare a comprarsi il libri della Parodi. A fare le frittelle, le torte e a comprarsi le pastiglie falqui per cercare di espellere ciò che la Parodi dice essere glamouroso dal punto di vista alimentare. Io mi faccio le mie frittate alla contadina e me le metto in panini di grano duro. La Parodi venda pure i suoi libri. Ha il pubblico che si merita. Signore che stravedono per il cavaliere, poverino, non lo lasciano lavorare, condannerebbero alla pena di morte Gino Strada perchè rimette le gambe agli afgani,che, in definitiva, sono pur sempre degli extracomunitari...perchè invece non fa qualcosa per i nostri ragazzi? Beh, che io sappia, a molti gli ha trovato lavoro. Anche Berlusconi ha trovato lavoro a qualcuno. A Ibrahimovic, un noto zingaro che chiedeva l'elemosina davanti all'ipercoop di Bonola.

Non sono buono a parlare, non sono buono a comunicare a voce, non so neanche se sono buono a scrivere, ma se avete qualcosa dentro, non lasciatela spegnere. E' quello che cerco di fare io. Non venitemi a dire che è tempo sprecato. Lavorare 45 anni e prendere 450 euro di pensione, cos'è, al confronto?

Buona giornata e buona fortuna
e buona festa della liberazione.

venerdì 8 aprile 2011

L'ultimo giapponese


Non succede mai nulla di interessante, in questo paese, il governo dei drittarelli continua ad imperversare, un mucchio di troie senza onore salta davanti al tribunale di Milano al grido chi non salta comunista è, e dichiara il suo amore ad un settantenne cateterizzato, perdono le tette e i vecchi le raccolgono e se le portano a casa per masturbarsi, perdono le dentiere e così sorridono come bradipi, così passano in seconda fila nella rappresentazione messa in opera dal REGIME DI CELLULOIDE, non più fotogeniche; l'opposizione si tira su le maniche dalla camicia...see, fa caldo, lo so, fra un pò arriva l'estate, perchè non vi mettete un pò di olio abbronzante, mentre siete lì sotto a Montecitorio ad invitare alla calma, ad invitare a non insultare dei veri e propri insulti viventi , gente che in una democrazia reale dovrebbe essere deputata più che in un parlamento a spietrare fondi agricoli. Io sono troppo stanco e ho già dato, per cui osservo l'andamento delle cose, e constato semplicemente che non vanno. Una volta ci si vergognava di aver votato per la Dc , oggi invece si rivendica con orgoglio di aver votato per un parrucchino vivente, un parrocchetto lombardo che ripete sempre le stesse imbecilli litanie ad un paese accannato di Raiset. Adesso ci sono tre referendum che non raggiungeranno il quorum, per cui, dopo un pò di morti per radiazioni, pagheranno le tv del mondo perchè non diffondano immagini di moribondi per radiazioni, e torneranno alla carica per le centrali nucleari, dopo che vent'anni fa le avevamo fermate ed ero allora in prima linea nel bloccare strade, organizzare cortei, bloccare treni...solo che con me c'era gente con i cosiddetti. Ora l'opposizione ha D'Alema. Sic! Il rivoluzionario al caviale. Non c'è davvero gusto in questo paese ad essere intelligenti, e , scusate la presunzione, prefrisco passare per fesso piuttosto che per furbo, perchè essere furbo è troppo di moda, e io detesto le mode. Detesto il greggiume, le masse idiote sentenzianti che mandano a morte innocenti, le casalinghe che assassinano il pianeta coi loro bucati irrimandabili caschilmondo, le pensionate del mio condominio che pensano che se il Cavaliere non gli aumenta le pensioni sia colpa dei giudici comunisti che non lo lasciano lavorare, e quelli che dicono di essere comunisti e poi quando entrano in un centro commerciale si scandalizzano del servizio. Beh, stare aperti ventiquattrore e tutte le sante domeniche dell'anno, l'ha voluto Bersani. Per cui non andate raccontandomi barzellette, Veltroni, D'Alema, Bersani, che candidereste Montezemolo a leader del centrosinistra, siete l'altra faccia della stessa medaglia, giocate con la salute della gente, col loro lavoro, col loro futuro. Dimettetevi e ricominciate da zero, allora, forse, vi crederò. Altrimenti siete solo degli stronzi con la coscienza ripassata a candeggina. La politica è una cloaca, lo so, ma da essa dipende la nostra vita, in qualche modo, e in qualche modo determina quanto guadagneremo, se ci pagheranno la malattia, o quanto costa un fottuto filoncino di pane. Solo che io non ci sto più dentro, sono stanco di dare consigli. Fate come vi pare, io resisterò fino all'ultimo, come un giapponese in un isola sperduta dell'oceano, fingendo che la guerra non sia mai finita.

Buona giornata e buona fortuna

lunedì 4 aprile 2011

Sono tornato ma non contateci troppo


Sono rientrato in Italia da un pezzo. Quando da Malpensa ho preso il treno per Cadorna, sul quale ho incontrato delle turiste svedesi di mezz'età che avevano mandato a farsi un pò di scopette in cantina i mariti , un pò mi sono rianimato. Sceso a Cadorna sono piombato nello sconforto. Un fiume interminabile di persone e io lì in mezzo con la mia valigia mentre mi guardavano come un ostacolo che recava disturbo, se mi guardavano, mi sarebbero passati addosso, se fosse stato tecnicamente possibile, greggi umane dirette alla transumanza del lavoro, stressati, incazzati, soli e muti, il chiasso era determinato dallo scalpiccio più che dalle parole...non parlano più, non comunicano più fra loro, con queste stramaledette cuffiette o i cellulari con i videogiochini o per vedere le mail che hanno già letto in ufficio, la cosa più umana che ho visto è stata una zingara col suo bambino in braccio che recitava la solita litanìa e chiedeva l'elemosina, mentre tutti si tenevano stretti nelle loro tasche i portafogli vuoti e si lavavano le coscienze con quest'alibi. Una volta a Corsico ho benedetto di non abitare a Milano Centro e mi sono ricordato di quella volta che ero a casa di amici a Ceglie e c'era una cena giapponese, una varietà di persone, comprese le due giapponesi che avevano cucinato e c'era una coppia gay che apprendendo che vivevo a Corsico e ne ero felice mi dissero:"quando la volpe non arriva all'uva dice che è acerba...noi viviamo in Centro a Milano e ne siamo estasiati".ESTASIATI!. Bene, dissi incazzato, sapete la mia vita si concreta in molte cose, lavoro in un Centro Commerciale, pensate che gioverebbe alla mia colite vivere in Centro a Milano? E loro di rimando, ma cocco, vivere in centro a Milano è glamour! Ho capito, dissi. Cosa?Chiesero. La differenza fra essere omosessuali ed essere froci. Non mi parlarono più per tutta la serata. Si fottano. Ma non era quello che volevano? E chi sono io per essere sempre il difensore delle minoranze? Una volta a casa mentre disfacevo la mia valigia avevo un caleidoscopio di immagini di Lisbona e mi tornavano in mente frammischiate: la birra Sagres, la Superbock, le sardine grigliate, il baccalà in mille modi, i pastel de nata, le pietre bianche incastonate delle strade lisboete e le ragazze ammalianti che le percorrevano , magre, bianche, capelli lunghi lisci, sigaretta portugues pendula in bocca, senza arrancare, i neri e le nere della Guinea Bisseau con i loro vestiti sgargianti e i coltelli di legno intagliato che barattano fra loro, la ginja alle 12,30 come aperitivo prima di qualche salgado ad esempio panzerottini ripieni di gamberi, arabi con stecche di hashish in mano a cielo aperto, poliziotti distratti che chiacchierano fra loro e camminano stancamente, perchè per lavorare e morire c'è sempre tempo, i vicoli di Bairro alto stracolmi di ragazzi con caipirinhas o mojitos in mano a due cinquanta, i graffiti di rua da Artilharia, il mare davanti a praça do Comercio, ragazze rom che cercano un flirt col sottoscritto, roba di sesso, il furto non c'entra, una notte passata al "Finalmente" a vedere uno spettacolo di Drag Queen unico al mondo e attrazione turistica imperdibile ( 40 metri quadri aperti fino alle 6,30 dove passa tutta Lisboa e ci fumano dentro),i taxisti economici che si fermano per strada con una mano, gli autobus moderni, la metro decorata di azulejos....eccetera.

Al lavoro in pausa, davanti alla tv, si siedono colleghe che non conosco, tempi determinati, precari, gente che passa e va, purtroppo per loro. E mi dispiace. Ma oltre a dirgli cosa aspettano rompere tutto e rivoltare il parlamento come un calzino cosa posso dirgli. Ho scioperato una vita per gli altri mentre gli altri entravano e mettevano da parte i soldi per pagarsi mediaset premium...beh una certa rosicata scrotale ti viene, no? Insomma me ne sto qui con questa tizia che mette la tv sul tg1 e io le dico, non puoi mettere su qualcosa di meglio, per favore, ho appena pranzato. E lei mi fa ,si, e mette su canale5. C'è il tg5. Parlano di immigrati. Dovrebbero sparargli, dice , così non si avvicinerebbero alle nostre coste. Ok penso. Bisognerebbe sparargli così non si avvicinerebbe al telecomando. Beh, che volete, non ho più pazienza, sto invecchiando.

A sera ho messo su un disco di Mariza, cantante di Fado di origine angolana, mulatta,capelli corti ossigenati e una voce che incanta, commuove. Fumo una sigaretta dalla finestra del bagno che dà sul pozzo di luce dove un giorno ho visto il corpo di uno che si era lanciato dal quinto piano. Niente articoli sui giornali, niente notizie in tv. In realtà quinto suicidio in un mese da 'ste parti. Tutto va bene, tutti sono felici, tutti sorridono, e applaudono Berlusconi che promette casinò non vedendo l'ora di recarsi in un casino. Viva l'Italia, anzi, l'Itaglia(pronuncia delle mie parti), penso, mentre mi viene in mente iersera passando per Corso Buenos Aires tutte quelle bandiere tricolore che fanno tanto inorgoglire la sinistra itagliana e le stesse mie colleghe di lavoro(le donne sono le più razziste) che non fanno altro che ripetere di cacciare quelli che chiamano in una parola, senza distinguerne provenienze e culture, "i marrucchini", perchè sono pericolosi e se ne stessero al paese loro...cattoliche di domenica, si intende, quando si lavano in chiesa la coscienza sozza che hanno dal lunedì al sabato. Insomma sono tornato, ma non contateci troppo.

Buona giornata e buona fortuna

domenica 27 marzo 2011

Lisbona, itinerario personalizzato due, seconda parte











Proseguo a piedi per Belem, verso la torre: tesoro manuelito con raffinati archi, cupole a meringa e muratura intrecciata. Scendo nelle segrete, il biglietto costa 5 euro, e poi mi arrampico in cima: c'è un panorama fantastico oltre il fiume lisboeta Tejo, e un panorama atlantico dalla parte opposta. Da qui partì Vasco Da Gama per le sue conquiste oltrocenaiche ma non riusciamo a perdonare ciò che fece il suo seguito di morte, in quelle terre, ricordandoci ogni volta che , mangiando un pastel da nata, sentiamo in bocca il sapore della cannella strappata a quelle terre col sangue. Scendo dalla torre, c'è il sole, un sole forte, primaverile, che rende i colori più vividi e gironzolando di qua e di là finisco all' Antiga cafeteria de Belem. Mi mangio in sequenza, ho una fame terrificante, sei pastel da nata. La ragazza che me li serve mi guarda impressionata. Io le dico in portoghese che ho camminato molto. Poi le chiedo la ricetta del paste da nata. Nulla da fare, la crema è top secret, come la coca cola. Consulto guida e cartina e scelgo di fare una pazzia. Voglio andare a vedere l'oceanario di Lisbona, che è uno dei più grandi acquari d'Europa , dedicato all'oceano, in particolare, dalla parte opposta della Città. Prendo un autobus e ripasso nei pressi del ponte xxv aprile. Il ponte rosso mi fa venire in mente una poesia sul ponte di Brooklin di Majakovski, in cui lo definiva un flauto di vertebre. Arrivato in zona Cais do Sodrè, scendo e prendo la metropolitana. La destinazione finale è Oriente. Dopo un'oretta circa e cambiando un pò di linee, scendo a Oriente. All'uscita della metro- ho un cartoncino verde della validità di un anno che ricarico alle macchinette automatiche volta per volta con l'inaspettata facilità di un veterano lisboeta- c'è, come in molte fermate capolinea della metro, un esposizione libraria. Girovago un pò fra i libri e scorgo uno dei miei libri preferiti di Antonio Lobo Antunes, un libro straordinario, il cui titolo, tradotto maldestramente in italiano è "In culo al mondo", ma che una traduzione più fedele avrebbe più efficacemente reso in "i culi dei Giuda", e me lo compro. Costa solo cinque euro. E' il racconto allucinante dell'autore, tenente psichiatra al seguito dell'esercito portoghese, durante la guerra coloniale in Angola. Imperdibile. Nel mio canale su Youtube ( digitando nikokordola su youtube), c'ho messo alcune interviste all'autore, un genio assoluto, valga per tutte quella volta che dice all'intervistatore che gli chiede se i suoi maestri sono stati degli scrittori famosi che hanno venduto milioni di libri, e lui lì, la perenne portugues fumante in bocca a dire" Ma quale Dostoevkij o Cechov o Hosseini...Flash Gordon, è stato un mio maestro, e Jules Verne". Come sempre spiazzante, vecchi Lobo. Attraverso un centro commerciale enorme, su tre piani, una cosa incommensurabile, e noto che ci sono un mucchio di commesse nullafacenti quando a Milano le stesse sarebbero state licenziate o oberate di lavoro accupando tutti i loro organi compreso il culo, avendo tutto il resto occupato a produrre, per infilarci una scopa e spazzare negli angoli. La flessibilità quì non sanno cosa sia. Per questo sono sempre così rilassati: si l'Europa avvisa, d'accordo, che si devono adeguare. Ma i portoghesi guardano ai rimbrotti europei con la stessa flemma di una tartaruga in calore: mitici. Esco finalmente dalla fermata metro-libreria-centro commerciale e mi avvio verso l'oceanario, attraversando una spianata di tavolini all'aperto di ristoranti dove i lisboeti , a qualsiasi ora, mangiano il pesce, gaurdando il mare...e il ponte Vasco Da Gama. I gabbiani si siedono sul pelo dell'acqua come su comode poltrone e io fra bambini che frignano, macchine a pedali per adulti, sullo sfondo di una teleferica che conduce all'Elevador Vasco Da Gama, mi avvio vero l'oceanario. Il biglietto costa 12 euro. Entro in quello che sembra da fuori un enorme tensiostatico sul mare, un uovo di Godzilla poggiato sulla costa. Una signorina mi strappa il biglietto ed entro nel buio delle profondità marine. Vasche enormi con pulcinella di mare, alche, gli immancabili pinguini che prendono il pesce da un uomo che li accudisce, improbabili lontre, che con l'oceano c'entrano come Gheddafi con la democrazia, e poi dentro, le vasche, nel buio di vari ambienti, vasche enormi con squali, a martello, bianchi, razze e altri pesci oceanici, che francamente non so come possano convivere fra loro senza sbranarsi. Dopo un' ora e mezza, come un pipistrello che esce all'aria aperta, inforco i miei occhiali da sole firmati da me e sono all'aria aperta. Scendo dall'uovo di Godzilla e cammino per un pò. Mi siedo ad un bar restaurant lì nei pressi, davanti al mare...e ordino una Sagres. La bevo lentamente e sapientemente. Poi ordino una Super Bock, che ho notato essere più diffusa della Sagres e leggermente più forte. Niente male starsene a guardare il mare bevendo birra, niente male davvero. La giornata volge al tramonto, tiro fuori dallo zainetto "I culi dei Giuda" e ne leggo la prima pagina. Caro Lobo Antunes, tu si che sai scrivere e chi ti ha tradotto è un cane...ho dovuto imparare il portoghese per capire che la traduzione è censura.

Buona giornata e buona fortuna

martedì 22 marzo 2011

Lisboa, itinerario personalizzato due, prima parte.











Il giorno dopo mi alzo tardi, faccio il mio qi gong, che mi rimette a posto la schiena a pezzi. Faccio una doccia e una colazione imperiale a base di uova strapazzate, formaggi di capra di altissima qualità , che consumo con pane di varie qualità eccellenti. Poi bevo un caffè lungo accompagnato da dei dolci magnifici fra i quali non mancano i mitici pasteles de nata e via, per strada, strano kerouachiano personaggio munito di zainetto, mappa della città , taccuino per appuntarmi la poesia dei luoghi e dei volti incontrati, una semplicissima digitale per foto di rapina e una minuscola videocamera con cui pasolineggio commentando in presa diretta luoghi e circostanze. Prendo la linea azul, Jardim Zoologico, mi siedo nella metro che a quell'ora, 11 di mattina ora portoghese che da noi in Italia sono le 12, è tranquilla. A parte la voce magnetofonale della speaker preregistrata che scandisce le fermate che si chiamano "paragem", si sentono i bastoni telescopici dei cechi e le loro voci querule che rimandano loro i connotati geometrici degli ostacoli, come fossero pipistrelli, permettendogli di evitarli. Scendo a Restauradores. Parto sempre da lì, dove mi trovo in Rua da Liberdade, poi devio per praça Pedro IV e via per Rua Augusta, il centro pulsante e vitale della città. A piedi attraverso Rua Augusta e mi fermo , sulla destra, davanti all'ingresso do Elevador de Santa Justa. E' un ascensore di ferro battuto con quadrifore di inizio '900 e che ricorda per certi versi la Tour Eiffel. E' alta 45 metri e in cima si dovrebbe godere l'intera vista a treessessanta di Lisboa. Si aprono le porte e un ragazzo in divisa da tramviere mi fa il biglietto. Ci sono un mucchio di turisti , soprattutto tedeschi. Saliamo al piano superiore e mi ritrovo su un balcone metallico protetto interamente da una rete antisuicidio, da cui si gode la vista di Lisboa, che fino a prima del viaggio avevo visto esclusivamente dall'aereo , volando per il Brasile. E' una veduta davvero mozzafiato, di tetti rossi, vicoli intricati dell'Alfama, palazzoni ipermoderni emormi di alberghi a cinque stelle, elevated, ponti che uniscono la città da parte a parte e minuscoli formicolanti individui che passeggiano nelle via limitrofe come pinguini sul pak bianco ghiaccio dei mattoncini bianchi con neri inserti curviformi. Potrei salire ancora più su, con una scala a chiocciola, ma la genetica me lo impedisce, se è vero com'è vero che mio padre soffre di vertigini. E per me già è tanto, perlopiù abituato a volare con l'immaginazione. Scendo dall'ascensore, da un piano dove c'è persino il ristorante con vista sulla città, e sono di nuovo in rua Augusta. Visto l'orario approfitto e mi siedo ad un ristorante con tavolini all'aperto protetti dal cellophane per la stagione non ancora calda "Ninho de Ouro", e ordino da mangiare. Prendo delle crocchette de Bacalhau ( baccalà), panzerottini di camarao( gamberi, ottimi) e insalata mista. Una Sagres suggella l'eccellente spuntino marinaro. Conosco Ana, la cameriera. Lei è di Setubal, una cittadina non distante , circa quaranta minuti di treno. E' una ragazza sui venticinque anni, robusta ma con forme femminili ben distribuite, mora, capelli corti legati dietro, sorriso affabile e furbo, maniere spicce ma dolci. Chiacchieriamo un pò e mi faccio dare due dritte su posti da vedere. Mi dice di andare a Belem, che è una zona celebre perchè da lì parti Vasco Da Gama per le sue scoperte che resero ricco il Portogallo che ancora oggi lo impreziosiscono con le spezie che sono state sapientemente innestate nella sua cucina e i volti della gente: mezza Lisbona è brasiliana, si può dire.

A piedi scendo lungo via Augusta, fino a Praça do Comercio, con sempre qualche canzone di Amalia Rodrigues che viene fuori dai negozietti di souvenir che costellano i lati della strada ,in sottofondo. In Praça do Comercio, prendo o eletrico numero 15 e vado fino ad Alcantara-Mar, fino quasi sotto il ponte XXV abril. Da lì un autobus stracolmo mi porta fin sotto il mosteiro dos Geronismos, un monastero manuelita stupendo, con una facciata di pietra bianca decorata e intarsiata come se il genio involontario di un bambino impegnato nel costruire castelli sul bagnasciuga avesse fatto sulle facciate dei disegni con la sabbia semiliquida colante dalle sue mani e dio avesse pensato a solidificare il tutto nel momento in cui la combinazione di sabbia acque e intenzione del bambino-artista avesse raggiunto il risultato visivo più originale. I maestri artigiani, veri e propri artisti, meritano di essere annoverati fra i migliori. E le colonne all'interno del monastero, sono intarsiate da figure in rilievo dal sapore mitologico,chimere, esseri mostruosi e belli, curiosi e fatui, scimmie alate, maiali popputi con testa di donne, draghi, cani con teste di papero e via andando , sin dove la fantasia degli artigiani dell'epoca ( 1501) era stata in grado di spingersi e che oggi oseremmo definire con una certa demoniaca ammirazione, in preda ad acidi. Resto ammirato nell'ombra dei chiostri, mentre tutti osservano in silenzio, come stupefatti dall'hashish. Fuori ci sono dei giardini enormi pieni di fontane che offrono un ombra opportuna in questa giornata di incipiente sole primaverile, e finalmente.

"Quando il viaggiatore si è svegliato stava appena rischiarando, si è reso conto che non era stato solo il rumore della corrente del fiume a cullarlo. Pioveva, le gronde riversavano cateratte sulle mattonelle del terrazzo. Ormai abituato a viaggiare con ogni tempo, il viaggiatore si è stretto nelle spalle sotto le coperte e si è riaddormentato senza preoccuparsene. Ben fatto."

Josè Saramago, Viaggio in Portogallo


Buona giornata e buona fortuna

domenica 20 marzo 2011

Lisboa, itinerario personalizzato, terza parte










Riprendo il tram 15 e scendo in zona Alcantara-mar. Attraverso un ponte di ferro giallorosso che mi ricorda i colori del Lecce e fatti cinquanta metri mi ritrovo davanti ad un palazzo marmoreo enorme con un telo plastico pubblicitario che reca il nome Museo do Oriente. Entro, l'ingresso costa cinque euro. Il museo e dislocato su 5 piani e il quinto ed ultimo piano ospita un ristorante con vista panoramica sul mare e sul ponte XXV abril. Al piano terra ci sono alcune opere di uno scrittore, un fotografo e una pittrice portoghesi che hanno viaggiato ad oriente recandone testimonianze nei loro lavori. Mi colpisce il riferimento a Basho, un poeta viandante giapponese del '600 che raccoglie in migliaia di haiku, una forma di poesia zen composta di brevi versi, le immagini e le considerazioni sui suoi viaggi in cui mette in risalto la bellezza della natura dei luoghi visitati. Fu militare poi monaco zen, infine maestro di poesia. Pensate, nel seicento. Oggi nella civiltà del Kinder fette al latte, farebbe ridere. A me, francamente commuove. Che cosa saremmo senza la poesia? un guazzabuglio di invertebrati mentali. Al primo piano, rinchiuse in blocchi di vetro e sapientemente illuminate in un ambiente buio e inquietante creato per mettere in risalto le opere stesse, ci sono armature di samurai giapponesi del periodo namban, quadri che ritraggono Macao, una colonia portoghese sperduta sulle coste del mar cinese meridionale, dove si parla la lingua dei colonizzatori( pensate, dei cinesi che parlano ancora portoghese), di autori misconosciuti o anonimi e vasi cinesi del periodo ming, tutto materiale riferibile alla presenza portoghese in quei luoghi di cui si studiano ancora oggi le dinamiche dei rapporti commerciali e politici . Giro lentamente in un silenzio inquietante, fendendo il buio circostante e fermandomi davanti ai vetri dei blocchi espositivi. Si sentono i passi di una sorvegliante del museo, e dei suoi tacchi che ritmicamente come in un film di Dario Argento si aggira per i piani, nonostante le telecamere. Alcuni turisti cinesi si soffermano nella sezione dedicata alle religioni. Ci sono ritratti di bonzi taoisti, altari taoisti, e divinità indiane e srilankesi. Tutti paesi che hanno rappresentano un trait-union con il Portogallo e dei quali, il Portiogallo, serba oggi molte cose, dai cibi, ai colori, dai profumi, ai tratti somatici della gente. Mi soffermo a guardare una statua che riproduce in invasore olandese di Macao, un blocco di pietra che raffigura un uomo dai baffoni da olonese, molto piratesco, di un metro e venti di altezza. Salgo su e giù per i piani, alla ricerca della bambolina nepalese che veniva usata per esorcismi. E la ricerca di quest'oggetto curioso mi guida alla scoperta di altre rare bellezze. Nella sezione delle religioni, che non ricordo a quale piano sia, alcuni pannelli spiegano la teoria secondo la quale fu il buddismo, con la sua teoria della reincarnazione dell'anima che aprì la strada alle grandi religioni monoteiste. E, in fondo, in un angolo, dentro un blocco di vetro, appesa ad un pannello di legno nero lavagna, eccola, la vedo: la bambolina. E' inquietante. Intorno a lei ci sono collane con brandelli di capelli veri , bracciali e altri oggetti usati dagli sciamani nepalesi, gli antenati di tutte le religioni. Cerco di fotografare la bambolina ma non mi viene nelle foto. Sono costretto ad usare il flash. La sua faccia senza faccia mi fa pensare all'istante in cui il demonio abbandona il corpo di un posseduto, l'attimo in cui la persona non è nè persona nè demonio, nè niente. L'istante infinito in cui il tempo è sospeso e tutto è in pace con tutto, niente in guerra con niente, immoto, silente e imperituro. Forse gli sciamani volevano riprodurre quell'attimo e mostrare al diavolo il momento della sua sconfitta. O mostrarlo semplicemente al male . Mi soffermo a guardarla ancora un pò. Poi vado via per altre esposizioni. Mi colpiscono alcuni amuleti Thailandesi di forma penica che favorirebbero la fertilità. E li immortalo. Un pò tutti i visitatori vi si soffermano per un pò. Quasi scambiassero la fertilità con la sessualità, quando invece la sessualità è solo uno strumento della fertilità. Tutto può essere fertile e generare idee, principi, forze ed energie, invece che vite umane. Fotografo delle maschere cinesi di significato religioso, dei scaramantici e benefici, pur con facce mostruose, che mi danno ancora una volta l'idea che il bello ha aspetti diversi a seconda delle culture cui appartiene e che esseri mitologici, come il minotauro o la chimera, che oggi ci appaiono mostruosi, in realtà, un tempo erano archetipi di un'estetica differente. Trovo un minotauro, una maschera cinese, una bambolina contro gli esorcismi molto più belli e intensi di un qualsiasi divetto televisivo. Esco dal museo sentendomi come un minatore cileno appena tratto in salvo da un'oscurità gravida di insegnamenti. Metto gli occhiali da sole. Davanti al museo un autista dell'autobus della linea 12 è in attesa che qualcuno salga sul suo mezzo giallo-blu, fumando una sigaretta. Dopo un pò partiamo e faccio un altro pezzo di Lisboa. L'autobus sale verso la parte alta della città. Ad un certo punto , sulla destra, nei pressi della zona denominata Marques Pombal, che culmina in una statua dedicata al marchese medesimo dal cui epicentro si dipanano a raggiera varie avenidas lisboete, compresa la lunghissima avenida da Liberdade, sulla sinistra, scorgo un muro di quasi un chilometro di graffiti. Un muro grigio nel centro residenziale di Lisboa, che, con quei colori , quei disegni e quegli stickers bellissmi, assurge a una vera e propria opera d'arte anonima, perchè non segnalata da alcuna guida. Una volta in Marques Pombal, scendo dal 12 e torno indietro per fotografare e filmare questo enorme muro graffitato. Si tratta di Rua Da Artilharia, ed è un opera da non perdere. Le foto testimonieranno della sua esistenza, che suppongo, sarà a tempo determinato. Come le falene, come le cose belle , come le farfalle, nel grigio bituminoso che fa da sfondo a tutti i cetrocittà commerciali.

Buona giornata e buona fortuna

venerdì 18 marzo 2011

Elevador Da Bica, itinerario personalizzatro:seconda parte









Percorro via augusta, il viale , non a caso, imperiale di Lisboa, cammino agile con le mie scarpe da trekking sull'impiantito di pietre bianche con inserti di pietre nere che riproducono decorazioni, e c'è un artista di strada che crea bolle di sapone enormi e io ne attraverso una enorme che quasi mi contiene, come un embrione, l'embrione dell'uomo nuovo che sarò diventato dopo questo viaggio , come si diventa uomini e donne nuovi ad ogni viaggio. Più avanti, nello spazio fra una spianata di tavolini coperti da tende di cellophane e l'altra-fa ancora freddo nonostante il primo sole pseudoprimaverile- c'è una ragazza tutta dipinta di bianco in piedi su un cubo che fa il mimo immobile. Sono quasi alla porta augustea. Attraverso Avenida Infante Henrique e mi vado a piazzare alla fermata del tram numero 15, che, attraverso Avenida Das Naus, in direzione del mitico ponte XXV aprile, mi porterà in zona Cais Do Sodrè, dove, per la precisione in Rua de Sao Paulo, prenderò il caretteristico Elevador Da Bica, che prende il nome, appunto, dal quartiere o, in portoghese, bairro, de "La Bica". Salgo sul tram e faccio il biglietto usando una macchina automatica. Meno male che ho spiccioli. Resto in piedi per godermi meglio il panorama del mare, che abbiamo, noi passeggeri del tram 15, sulla sinistra. Una ragazzina dai tratti rom, orecchie a sventola, borsetta di pelle lucida rossonera incollata alla spalla destra, sul metro e sessanta, capelli lisci legati dietro la nuca, sguardo ambiguo e sospetto sulle cinture e le borse di noi passeggeri, mi ronza intorno. E' chiaramente una borseggiatrice. Per camuffarsi da turista porta a tracolla (a sinistra) una borsa di pezza con scritte "Portugal"in vari colori, una di quelle borse che si trovano in tutti i negozi di souvenir. Ma a me non la dà a bere. Si esibisce davanti a me, incurante del pericolo, o forse consapevole che, essendo minorenne, non le potrebbero fare nulla. Più o meno. Sulle mani porta un giacchino che le serve per nascondere l'operato delle stesse, mentre si avvicina con fare agile alle tasche dei turisti, o alle loro borse, appena entrano ad ogni fermata. Prima che arrivi a destinazione si è già fatta un paio di macchine fotografiche digitali. Proprio davanti ai miei occhi. E con tono di sfida mi comunica con la chat line dei suoi occhi di farmi gli affari miei. E io non sono certo lì per fare l'eroe fuoriposto di una battaglia che non mi appartiene. Nei pressi di Cais Do Sodrè, scendo. Faccio qualche decina di metri e trovo l'entrata de "L'elevador da Bica". All'ingresso una scritta ricorda che è un monumento nazionale. Entro e un conducente di tram mi fa il biglietto: tre euro. E praticamente ho diritto al viaggio di andata e ritorno. Chiedo all'uomo di mezz'età dai capelli grigi che ha la faccia tipica di un conducente di tram di tutto il mondo, Milano compresa, ma molto più rilassato e lento, dove arrivi quella specie di tram rialzato posizionato lì davanti a me già in salita, una salita vertiginosa che stento quasi a credere sarà in grado di percorrere. E lui in tutta serenità, mi dice:" chega no Baixa-Chiado". Incredibile, arriva in zona Baixa Chiado, praticamente da dove sono partito. E' entusiasmante quest'idea di percorrere Lisboa quasi come un lunapark, ma usando i mezzi pubblici normalmente usati dalla gente che va al lavoro o torna dalla spesa, in mezzo a squarci suggestivi creati involontariamente dalla necessità di costruire sulle colline. Salgo sul tram, che praticamente è una funicolare. Insieme a me ci sono un paio di signore con sporte della spesa e due turisti. Su ognuno di questi convogli a rotaia non possono salirci più di sei o sette persone. Il mezzo si muove e come un vecchio artritico, ad una lentezza esasperatamente poetica che dà l'immagine piena del senso della vita lisboeta, comincia a salire, nel sottofondo del clangore del ferro che resiste al tempo cigolando come risposta all'usura, in mezzo ad uno stretto budello di case dai tetti rossi che si inerpica vero Baixa-Chiado, superando qualche anziano sdentato che fa quella salita mozzafiato a piedi, fumando una sapida sigaretta. E che deve sentirsi più o meno come il marinaio di un sommergibile dimenticato sul fondale oceanico che decide di risalire in superficie a nuoto. Dopo un quarto d'ora arriviamo a destinazione. E dire che a piedi ci avrei messo una vita. La pianta topografica di Lisboa è decisamente esaltante, come giocare a scacchi. E prendere i vari mezzi per creare un'incastro fra le varie zone suggestive e scegliere volta per volta, a seconda del tempo a disposizione e delle suggestioni che la giornata offre, soluzoni diverse, rende la città nuova ad ogni nuovo sguardo. L'elevador , dopo una sosta di una decina di minuti, torna indietro e percorre la discesa, ora, mostrando in lontananza il mare e i tetti delle case che si affacciano sullo stretto percorso, che pare ancora più stretto, quando incrociamo un altro mezzo che sta salendo.
Esco dalla funicolare e mi ritrovo per strada. Ho un'altra tappa da compiere e una missione. Andare al Museo do Oriente , che è da qualche parte poco prima del ponte XV aprile.Prima di partire , su una guida letta rapidamente in libreria, ho letto che lì c'è una bambolina nepalese di legno e pezza , senza volto, usata per esorcismi. Un piccolo insignificante oggetto che racchiude una cultura millenaria, quella sciamanica, dalla quale provengono tutte le religioni. E che mi fa pensare che, una volta tanto, ciò che ha dato origine sia tutto sommato meglio delle sue cosiddette evoluzioni.

Buona giornata e buona fortuna