mercoledì 21 settembre 2016

La scuola della carne, Yukio Mishima, una recensione

Ho letto questo libro di Mishima, il grande scrittore giapponese, sorta di Pasolini giapponese, con un certo sconcerto. Il linguaggio usato dall'autore e' breve , stringato e inusualmente contemporaneo, al contrario della sua elegante prosa classica alla Proust, ricca pero' di imbizzarrimenti dati dalla provocatorieta' degli argomenti. Forse la scrittura e' costituita di frasi brevi perche' piu' che un romanzo si tratta di un racconto. Taeko, avvenente trentanovenne separata ricca professionalmente a causa del possesso di un avviato atelier di moda, fa lega con altre due donne della stessa eta' , staus ed estrazione sociale, una critica cinematografica e la titolare di un ristorante chic. Insieme hanno inaugurato il comitato Toshima, organismo immaginario che esiste convenzionalmente fra loro e che fa da sfondo ai loro incontri e racconti di vita di cui si mettono reciprocamente a parte. Nel Giappone postbellico la naturale riprovazione sociale per queste donne separate, grazie ai nuovi costumi importati dalla cultura americana per cui il denaro funge da lavacro di una vita svolta nel peccato ,viene stemperata, riproporzionando, che dire, ricollocando,agli occhi della societa', in modo accettabile, queste tre donne in ambiti di un certo prestigio. Donne,le quali sembrano approfittare del loro benessere economico per condurre una vita agiata e frequentare luoghi chic, ma anche alternativi. In uno di questi loghi alternativi, un gay bar, Taeko conosce un giovane avvenente, Senkichi, che far il barman in quel luogo . Fra di loro nasce quasi subito un legame torbido, la quarantenne si innamora appassionatamente e nonostante la sua parte razionale combatta contro quella passionale, alla fine la bella trentanovenne cede inopinatamente alle alchimie muscolari del giovane, infischiandosene delle implicazioni perverse che pure avrebbe comportato frequentare un verde virgulto che cedeva le sue grazie a uomini di ogni risma [ sia pure per denaro] .Nel racconto , ripeto, inferiore alle aspettative del Mishima che conosco, si possono godere le fiondate dell'autore giapponese alla cultura occidentale. Gli americani, giovani e vecchi, vengono definiti brutti e con la pelle di pollo, al contrario dei giapponesi che vengono esaltati , soprattutto in senso estetico, quanto deprecati nella sottomissione ai costumi occidentali. Solo gli italiani, concede Mishima, come poetica dei corpi, possono competere con i giapponesi, bonta' sua. La storia fra Taeko e Senkichi va avanti in modo strano e subisce delle trasformazioni, i due si concedono piu' autonomia e indipendenza nel rapporto, un legame che si riaccende nelle battaglie del letto e si stempera nelle lunghe session ai videogiochi del giovane adone nipponico, mentre l'affascinante quarantenne non disdegna delle buone letture. Mano mano che le cose vanno avanti pero' Taeko comincia ad essere insoddisfatta di questo legame, vuole aiutare il giovane a compiersi come individuo , abbandonando la sua vocazione parassitaria, e lo spinge a riprendere gli studi. Cosa che Senkichi non fa in modo concreto, fino al giorno in cui lei scopre che lui la tradisce. La tradisce , pero', non con il cuore, ma con l'ambizione di guadagnarsi uno status sociale rispettabile corteggiando la giovane figlia di una famiglia molto in vista e ricca, la figlia di una cliente, ironia della sorta, del suo atelier. Lo sviluppo della storia e' stupefacente e bizzarro e ribalta , cosa che avviene in tutti gli scritti di Mishima, la sua collocazione politica in un alveo culturale appartenente alla destra, storica , sociale e culturale, facendolo assurgere per l'ennesima volta a pensatore originale e indipendente, trasvalutatore dei "nuovi valori consumistici", in nome della necessita' del rispetto delle antiche tradizioni[Samurai compresi]. Teruko, un travestito che frequentava lo Hyacinthe{da Giacinto, amato follemente da Apollo], locale dove lavorava Senkichi, prima di fare il mantenuto di Taeko e che quel giovane conosce bene, di fronte ai tormenti d'amore di Taeko, si commuove e le fornisce delle prove che potrebbero rovinare il legame ancora fragile inaugurato da Senkichi con la giovane vergine ereditiera. Le consegna delle foto compromettenti che ritraggono Senkichi in pose lascive con alcuni suoi clienti.E in cambio non le chiede nulla. E' questo il momento piu' commuovente del racconto, incentrato sul legame tutto femminile fra la donna e Teruko, il quale ribalta tutti gli stereotipi riferiti alla "gente della sua specie" , di cui anche il Giappone e' intriso, comportandosi come qualcuno che ama l'amore e lo rispetta in ogni sua forma, molto piu' di quanto venga rispettato dai cosiddetti rispettabili nella forma che essi pensano sia esplicato da gente "della sua risma".La conclusione, per rispetto dei lettori e dell'autore, scrittore che amo e che , lo ripeto, da' il meglio di se' in altri scritti, la lascio alla buona creanza di chi avra' la curiosita' di leggere questo scritto comunque appassionante.

sabato 20 agosto 2016

Mare nero, di Gabriella Genisi, Sonzogno, rece

E' bello, ma soprattutto utile, questo libro di Gabriella Genisi, un giallo, per chi ama le categorizzazioni a tema[io non di certo].Il romanzo tratta le vicende indagatorie del commissario Lolita Lobosco, sorta di alter ego letterario dell'autrice, un alter ego animato pirallendianamente di vita propria, si capisce, ma come spesso accade proiezione di chi scrive. Il ritrovamento del cadavere di una ragazza deceduta in mare , al Commissario Lobosco, una avvenente quarantenne mediterranea che parla un pastiche di italiano baresizzato molto piu' comprensibile del siculitalico da ultimo di Camilleri, da' la stura per aprire un'indagine , che, in un primo momento pareva portare a rapida conclusione. In realta' poi, il ritrovamento in casa della ragazza scomparsa di una tesina, sposta l'indagine in tutt'altra direzione e decisamente il romanzo diventa avvincente, addirittura d'inchiesta ambientale. Vengono fuori mille vicende di relitti di natanti e aerei abbandonati in fondo al mare , mai del tutto bonificati, che rappresentano "il cane rinchiuso nello scantinato" della Puglia, che abbaia e nessuno sente. La Puglia, questa terra venduta come una sorta di paradiso terrestre, come i tropici d'Italia, dove la natura sarebbe incontaminata ed il mare pulito, in realta', anche attraverso questo libro, si scopre la pattumiera d'Italia. E cosi tutti i vari sfotto' degli amici su Facebook che si burlano dei conterranei immigrati, pubblicando foto di mari limpidi e cristallini, deve fare i conti con la realta' agghiacciante che vede migliaia di persone bagnarsi in un mare [e consumarne il pesce pescato, peggio], dove sono presenti pirite, diossina, materiali radioattivi. Se a cio' aggiungiamo la presenza sul territorio pugliese dell'Ilva di Taranto, dell'Enichem di Manfredonia che per anni a sversato in mare liquidi mai controllati, della Centrale a carbone di Cerano[Brindisi], nonche' di migliaia di discariche abusive di Eternit e i fumi dei sansifici, per non parlare delle speculazioni edilizie sulle coste,con buona pace dell'assessorato al turismo regionale, la Puglia rappresenta una delle regioni piu' inquinate d'Italia. Come pure alla baresita' tronfia e arrogate del "tengo i soldi e fatevi da parte che passo io", di un certo ceto di arricchiti rampante, di commercianti senza regole, di gente col rolex d'oro al polso, il macchinone e le gite a Savelletri a rimpinzarsi di ricci di mare , la Genisi, che e' barese per cui le vale la regola che ha il diritto di criticare i luoghi in cui vive, assesta un colpo da maestra, con condite descrizioni sarcastiche , cui contrappone una Bari piu' "antica", verace, popolare, delle braciole al sugo consumate a casa dell'immortale "Mamma'". Il linguaggio della Lobosco e' unico, originale, accattivante, un italiano infarcito di giustezza da dialettismi che non disturbano la lettura di lettori non pugliesi, ma anzi lo impreziosiscono, dando quel tocco di esotismo che mai sconfina nel folklore. Nemmeno nei dialoghi ricchi di sfotto' reciproci con i suoi vice e con una donna magistrato, Marietta Carrozza, che spesso le toglie le castagne dal fuoco. Il cameo della telefonata a Montalbano , che della Lobosco era stato superiore quando la commissaria pugliese era ispettrice in Sicilia, per farsi dare dei consigli per una succulenta ricetta, l'incontro con un fotografo che risveglia il "drago dei sensi"intrappolato nell'aplomb commissariale , la scoperta di un turismo delle esplorazioni subaquee in Puglia e i dialoghi serrati con Marietta Carrozza, da cui si scopre che la convivenza con marito e amante non e' piu' un tabu' dalle nostre parti[la Genisi dice di aver tratto l'argomento da un libro di Attali sui poliamori], sono altri temi molto succosi e ben scritti nel libro. Che dire , un libro per l'estate, ma anche un libro che apre una riflessione sui luoghi comuni e sulla coazione a ripetersi che tutto in Puglia e' sempre bello, gli ulivi sono secolari, le dune millenarie, il mare cristallino, ma con la forte sensazione, fra i piu' avveduti, che il panorama umano , adeguandosi a quello ambientale, si stia lentamente e progressivamente deteriorando.

venerdì 4 marzo 2016

Sangue nel Redefossi, di Gino Marchitelli, F.lli Frilli Editori, una recensione

Gino Marchitelli , scrittore milanese che vive a San Giuliano Milanese ma con radici anche nel brindisino, in Puglia, e' un autore molto prolifico . Ma oltre che essere prolifico vi e' nei suoi libri , gialli in particolar modo, una costante qualitativa che sta sempre sullo sfondo e che ne e' la nota piu' interessante:l'analisi approfondita del contesto sociale, urbano , antropologico , nonche' storico, della realta' contemporanea. Le vicende di questo suo romanzo giallo intitolato "Sangue nel Redefossi" che ha per protagonisti principali una coppia di personaggi che nella realta' contemporanea ci starebbero bene, vale a dire il commissario Lorenzi e Cristina, reporter di Radiopopolare, emittente radiofonica realmente esistente e unico faro indipendente nell'informazione lombarda, si dipanano in un territorio che l'autore conosce evidentemente bene e di cui analizza, come sfondo delle vicende narrative, alcune interessanti dinamiche politico-sociali. La storia e' un intreccio estremamente attuale in cui vicende di un appalto truccato assegnato a un boss della 'ndrangheta da un sindaco improvvido di un riconoscibilissimo, quanto a sarcasmo di definizione, "Partito del Progresso" e quelle di una cooperativa sociale che , con la scusa di aiutare i migranti, oltre a rimpinzare le tasche degli operatori, sfrutta i malcapitati proponendo loro la donazione di organi per danarosi italiani [ con la supervisione di un chirurgo privo di scrupoli] e la gestione di un prete maldestro e stupratore, tale Don Piero- fortunatamente compensato dal contraltare, e' proprio il caso di dire ,di Don Carlo, che invece e' un personaggio positivo- finiscono concentricamente per convergere verso una stessa piccola accolita di malvagi che formano una piccola Spectre. Il commissario Lorenzi, sempre alla prese con il suo passato di dolore dovuto alla morte della sua Eleonora, che a volte ritorna fantasmaticamente in forma di incubi, e' un investigatore solitamente lucido e razionale, ma e' fortemente umanizzato dal suo nume tutelare e angelo del focolare in forma di attrazione fatale , che si chiama Cristina . Piu' giovane di lui, la giornalista di Radio Popolare, finisce per incarnarne la sua parte idealista e sognatrice. La vicenda comincia a prendere corpo con la morte di un commercialista, tale Spalloni, che muore cadendo da un piano alto di un palazzo dove abita. Archiviato frettolosamente come suicidio , successive indagini dimostrano che l'uomo ha ingerito una sostanza che ne avrebbe inibito la lucidita'. I sospetti che il suo non sia un suicidio prendono corpo. Usando una tecnica gia' sperimentata in altri romanzi, Marchitelli racconta contemporaneamente altre vicende estremamente attuali, che in un primo momento non sembrano avere un collegamento , ma che , successivamente ce lo avranno, convergendo insieme in una diabolica tela al cui centro , come sempre, piu' che un personaggio in se', c'e' una sorta di ragno che rappresenta la metafora del Male. Tutti i mali contemporanei, la commistione della politica con la malavita, lo sfruttamento dei migranti che divengono ricattabili cittadini di serie b a cui puo' essere "proposta" la donazione d'organi, l'acquisizione di uno status socioeconomico elevato in nome del quale qualsiasi principio puo' essere violato, e' il caso del chirurgo che espianta gli organi ai migranti, sono i fili che compongono la tela che ha al centro il ragno del Male assoluto. Ossia il regno del male assoluto. In mezzo a questa lotta per l'affermazione del male, si muovono pero' anche personaggi positivi, come Marta, assistente rasta di Cristina, Cristina stessa, sempre alla ricerca della verita', anche a costo di rischiare in prima persona, Don Carlo, il prete che aveva denunciato gia' quando era in Congo, per le sue pratiche malsane un suon collega che , sotto il falso nome di Don Piero, si era riciclato e gestiva ora una cooperativa sociale che aveva come scopo nascosto quello di procurare organi a danarosi occidentali, come pure Giacomo, che fugge a Londra per non volersi piu' piegare a certe logiche, e non da ultima, la consigliera di sinistra Rossi, "dimessa" dal sindaco per aver subodorato le irregolarita' di un appalto. E divengono, nell'immaginario narrativo iperrealistico di Marchitelli dei veri e propri eroi, testimoni del fatto che in mezzo al marcio dilagante ci sono tanti piccoli geni combattenti che sparano cannonate di onesta'. La conclusione della vicenda e' a sopresa, con un finale doppio, inedito, che io sappia, per qualsiasi opera di narrativa.

giovedì 18 febbraio 2016

Caro Salvatore

Buongiorno signor Danilo sono Salvatore S. l'alunno del professore Lorenzo C. . Salve, signor Danilo Coppola. Io e la mia classe stiamo affrontando un tema molto importante riguardante quello del futuro e del lavoro dei giovani. Sono temi che coinvolgono tutti. Vi sono giovani che emigrano al nord o all' estero per trovare lavoro, abbandonando famiglie, amici, affetti, tradizioni. I miei compagni di classe hanno pensato di porre domande a giovani emigrati o a giovani che sono tornati nel loro paese. Io, invece, vorrei conoscere la sua esperienza e la sua opinione su questo tema ed è per questo che mi permetto di rivolgerle alcune domande. So che ha da fare molto, ma spero che possa trovare un po’ di tempo per rispondermi. Il mio professore mi ha parlato di lei dicendomi che è andato via dal suo paese per trovare un lavoro in maniera civile e corretta, come ha affrontato la distanza da casa? Come è stato l'impatto con la nuova città? ha avuto difficoltà nell'integrarsi? Nonostante lei sia laureato in Giurisprudenza come mai ha deciso di lavorare in un Centro IKEA,i invece di seguire i suoi studi? La ricerca del lavoro è stata difficile o trasferendosi al nord è stato più semplice rispetto alla situazione che abbiamo qui? Che rapporti ha, ora, con il suo paese d’origine? Il mio professore mi ha parlato dei suoi scritti: Acquario1, Acquario2 e Al Maresciallo piace la buona musica, da cosa è stato ispirato nel scrivere questi testi? Le è mai venuto in mente di tornare a vivere nella sua Ostuni? I suoi genitori cosa pensano della sua decisione di partire e non fare un lavoro inerente ai propri studi? Quali consigli darebbe a me giovane studente del sud? La ringrazio molto per la sua disponibilità e le auguro tanti romanzi ancora… Caro Salvatore la tua raffica benefica di domande mi ha messo in difficolta'. Soprattutto perche' da' la stura a una serie di interrogativi ai quali spero di saper rispondere. Innanzitutto la spinta ad andarsene mi e' sorta da un potente desiderio di liberta'. Volevo essere libero. Dalle nostre parti, ed e' ancora cosi, non si pensa minimamente a prepararsi negli studi per affrontare e vincere qualche concorso o per rivestire dei ruoli di responsabilta'. Certo non dico che non ci sia qualcuno che lo fa e ci riesce ed ha tutta la mia sincera ammirazione. Ma la maggior parte di noi ritiene tutta questa faccenda del prepararsi , studiare, formarsi, per poi rivestire un ruolo che sia in grado di introdurti in una carriera, sia una sonora perdita di tempo. Per cui i nostri genitori e parentame vario per primi cominciano dal cercarsi una raccomandazione. E questo malcostume e' impossibile da sradicarsi. Ma c'e' anche il fatto che seppur giustamente si voglia instradare un figlio verso una carriera brillante per il suo bene, perche' guadagnare di piu' aiuta , perche' un posto di potere ti pone in una condizione di scambio di favori che un giorno potrebbe tornargli utile, sta di fatto che anche questa mentalita' e' sbagliata. Ragioniamo un momento, se tutti ragionano cosi come puo' un qualsiasi paese crescere e svilupparsi, se tutti pensano a posti di prestigio e di potere acquisiti senza preparazione? Ora qualcuno potrebbe pensare che al nord dove mi sono trasferito-ma questo l'ho capito dopo-non per lavoro, ma per la ricerca della mia liberta', le cose vadano meglio. La mia esperienza in questi anni mi dice il contrario. Anche al nord ci sono le stesse dinamiche clientelari, di familismo cosiddetto amorale, che porta milioni di persone a brigare per sistemare lavorativamente meglio se stessi e i propri cari. Diciamo che al nord , perlomeno quando sono emigrato io, parlo degli anni '90, c'era piu' richiesta di lavoro e si aveva fretta di completare i ranghi delle aziende. E sotto questo profilo tanti come me sono riusciti a prendere l'ultimo treno per un posto di lavoro a tempo indeterminato. Allora si riusciva anche a non ricorrere al politico di turno che ti raccomandasse. Cosa che da noi in Puglia era pressoche' impossibile. Ecco da noi questa storia della raccomandazione, del mettersi al carro di qualcuno e del galoppinismo politico ha raggiunto tinte grottesche. E una volta ottenuto il posto, spesso pagando tangenti, non si era e , diciamo pure, non si e', liberi. Ad ogni tornata elettorale, ad ogni impegno politico sei chiamato al "vota e fai votare", al porta a porta del lecchinaggio politico. In altre parole, il lavoro, che dovrebbe rendere indipendenti, liberi, dare dignita' piena ad una persona, per le dinamiche attraverso le quali era ed e' acquisito finiva e finisce per trasformarsi in una schiavitu'. Io emigrando al nord non ho comunque trovato lavoro molto facilmente. C'era da confrontarsi con chi viveva al nord e in qualche modo era favorito, poi con chi era emigrato prima di me[la classica guerra dei poveri] ed esercitava una sorta di diritto di prelazione. Riguardo agli stranieri io non ho avuto problemi, perche' ai miei tempi nessuno assumeva per un lavoro normale persone che non fossero in regola. Li assumevano in nero per lavori particolarmente usuranti che noi italiani non volevamo fare. E in qualche modo oggi e' ancora cosi. E poi c'era naturalmente questa questione che la laurea che mi ero preso e che-altra ubbia diffusa ad arte dal sistema di cui l'universita' stessa era parte-doveva schiudermi le porte del dorato mondo del lavoro che contava, in realta' era ritenuta da un bel po' di selezionatori del personale, poco piu' che carta straccia. Un po' perche' venivano preferiti i laureati in Bocconi e Cattolica, universita' prestigiose per frequentare le quali si pagano rette salate[e io invece ero laureato alla statale e per di piu' a Bari], ma anche perche' ho dovuto confrontarmi con il sistema delle raccomandazioni a Milano gestito in gran parte da Comunione e Liberazione. Tutte queste dinamiche, per risponderti compiutamente , caro Salvatore, le ho trasferite nei miei due romanzi classici, di letteratura contemporanea, Nell'acquario e Nell'acquario 2. La raccolta di racconti "Una faccia una razza" si riferisce principalmente a storie della mia infanzia, mixate con pezzi di satira politica o di costume. Al maresciallo piace la buona musica, invece, costituisce la mia irruzione , come narratore, nel mondo del giallo. Il protagonista di questi quattro racconti che costituiscono il libro, si chiama Gabriele Santoro, e' di Ostuni, poco piu' che quarantenne,soffre pesantemente di colite spastica, cosa che lo porta a consumare quantita' industriali di camomilla, legge molto soprattutto classici, di cui si avvale per risolvere casi intricati ed e' un grande appassionato di jazz e musica classica. Tre di questi racconti sono ambientati a Milano, territorio metropolitano in cui attualmente vivo , mentre il primo e' ambientato a Trieste, citta' dove ho svolto il servizio militare come Ufficiale di complemento. Mi chiedi come mai non ho svolto un lavoro attinente ai miei studi. Beh, io sono laureato in Scienze Politiche, che come ben sai, non e' un titolo che puo' darti accesso alla libera professione. In un paese che e' nato e cresciuto secondo logiche provinciali, dove lo studio settoriale doveva necessariamente dar luogo ad uno sbocco certo, ha creato una mostruosita' antropologica piu' unica che rara. Oggi infatti abbiamo laureati in filosofia che si sono riciclati e lavorano nell'ambito delle ricerche di mercato, non avendo trovato sbocco nel semibloccato mondo della scuola, laureati in giurisprudenza che insegnano diritto a scuola, architetti che si occupano di grafica pubblicitaria, laureati in economia e commercio che selezionano il personale. Io faccio l'arredatore per l'Ikea. Ci sono arrivato dopo vent'anni di militanza in questa multinazionale svedese dell'arredamento. Il mio lavoro consiste in un mix di consulenza tecnica e vendita. Una volta, caro Salvatore, pensavo che mi sarebbe piaciuto fare lo scrittore a tempo pieno. Ma ora non lo penso piu' . Non lo farei nemmeno se ne avessi l'opportunita'. Un'autore deve stare in mezzo al popolo, in mezzo alla gente di cui racconta le vicende. La maggior parte degli autori che mi sono piaciuti, infatti, sono stati questo tipo di scrittori. Lo scrittore professionista e' finto e quella finzione nella finzione risulta ancora piu' falsa, ad un lettore ben accorto, di quella che crea lo scrittore che modifica solo lievemente, la realta' che descrive, a fini letterari. Per quanto concerne il mio rapporto con Ostuni, mio paese ci origine, beh, devo dire, che , rispetto ad una fase iniziale in cui non mi sentivo pienamente a mio agio, non sentivo che la citta' stava dando a me cio' che io , nel mio impegno sociale e ambientale, avevo cercato di dare a lei, fase iniziale appena partito per cambiare vita, oggi il mio rapporto e' mutato in senso positivo. So apprezzare di piu' quello che ho perso, cio' da cui mi sono allontanato. E ogni volta torno a trovare i miei cari genitori con sempre maggiore nostalgia, una nostalgia pero' venata di una giusta dose di distacco, non quella nostalgia malata dell'emigrante classico che se n'e' andato a malincuore. Io, chiaramente, non me ne sono andato a cuor leggero, ma i motivi del mio allontanamento, in realta', non consistevano esclusivamente nella ricerca di un lavoro. Ma anche e soprattutto in una ricerca di se stessi , una sorta di autoproiezione nell'oceano della vita, fra le procelle dei mari agitati della realta' contemporanea, per vedere se ce la potevo fare con le mie forze, da solo, senza il doping dell'aiutino di un politico o altro. Con le mie proprie forze. C'era il rischio, in questa sfida con se stessi, di perdersi e di non ritrovarsi, di perdere contro se stessi e di non riprendersi mai piu' da questa sconfitta. Ma valeva comunque la pena di tentare. Di affrontare la vita. E di affrontarsi. Per cui, caro Salvatore, invito i giovani a mettersi in gioco e a ragionare in grande. Le proprie radici sono il punto di partenza a cui si ritorna, di quando in quando o sempre, a volte definitivamente. Ma cosa sarebbe il nostro albero senza radici. E che rigoglio sarebbe. Un rigoglio senza classe, quello di un orticello di fronte a quello maestoso e imperituro della foresta pluviale di un'esistenza forgiata ai marosi della vita, quando ce l'hai fatta ad approdare dall'altra parte del fiume. E la zattera e' la vita.

venerdì 12 febbraio 2016

Delitto al Cruson, Riccardo Sedini, una recensione.

Prendo l'autostrada per Genova ed esco ad un certo punto. Sono diretto a Sale , un borgo di 4000 anime e poco piu'. Mi incontrero' con un giornalista editore che ha letto un mio racconto su Henry Miller e si dice interessato a pubblicare le mie cose. Attraverso la pianura ordinata , geometrica, con qualche cascina qua e la' di ausilio per le varie attivita' agricole che devono ivi svolgersi, persino gli alberi dei boschi, spogli per l'inverno, sono stati piantati con una precisione che fa spavento. Come se questa gente sapesse il fatto suo e piegasse la natura al proprio volere senza pero' violentarla. Quando arrivo a Sale entro in un'alberata e alla mia destra vedo il corpo massiccio, littorio direi, di un plesso scolastico tutto tinto di giallo . Scuole Giacomini, mi pare. In attesa li davanti, sono poco piu' che le dodici e mezza, ci sono alcune donne che indossano l'hijab e vestiti a tinta unica verdi e azzurri, i colori degli arabi. Il borgo appare semideserto a quell'ora. Parcheggio e ricevo subito una chiamata sullo smartphone. E' Riccardo Sedini , l'editore, giornalista e scrittore di romanzi gialli. Vuole sapere se sono arrivato. Mi dice di dirigermi verso piazza Verdi. Io metto il navigatore e lo imposto sulla funzione a piedi. Mi indica che piazza Verdi e' a cinque minuti da dove sono io. Basta andare dritto. Intanto faccio qualche foto a tre chiese che incontro al mio passaggio, tre corpi abbastanza ben tenuti con dei campanili alti e ben visibili, di stile e epoche diverse. Una volta in piazza Verdi vedo al centro della piazza un uomo con un palto' verde , in testa un capello a falde larghe un po' alla Tex Willer ma leggermente piu' stretto, fuma la pipa, gli intravedo degli occhialini da vista tondi da intellettuale gramsciano probabilmente con montatura in tartaruga. Avvicinandomi noto che porta degli scarponcini eleganti . Si aggiusta il tabacco nella pipa, ma si capisce che e' un vezzo appartenente alla gestualita' del personaggio.Mi stringe la mano e mi invita ad un bar li nei pressi. Ci sediamo. Mi chiede se gradisco qualcosa. Io gli dico che un caffe' a quell'ora e' piu' che sufficiente. Ci sediamo e facciamo le presentazioni. Come prima cosa ho portato una copia del mio primo libro, Nell'acquario, una ristampa, l'ennesima. Gli dico che e' un libro del 2007 ma che e' scritto in un modo e con una tecnica che ho ormai abbandonato o nella quale l'attuale mia sensibilita' non si riconosce piu'. Lui mi sta a sentire e sistema la pipa. Le folate di fumo emanano un odore gradevole nell'aria. Arriva un caffe' normale per me e uno lungo per lui. Io racconto un po' di me e lui mi sta a sentire. Gli parlo dei miei progetti e del mio recente lavoro che consiste nello scrivere contemporaneamente sette romanzi che portero' a termine presumibilmente a fine anno. Poi, su mia sollecitazione, mi parla di lui. E' un ex carabiniere, all'epoca era un simpatizzante di Democrazia Proletaria, esattamente come il sottoscritto, penso, un progetto di sinistra che e' ormai sepolto dai nuovi politicanti di una sinistra ormai bocconiana.E' un critico specializzato nei romanzi gialli ed ha alo. Insomma , per lui, ex carabiniere, il vizio per l'indagine e' inestinguibile. Ha dei contatti con la Fratelli Frilli Editori, una storica casa editrice genovese specializzata nei noir. Con cui ha pubblicato di recente un suo lavoro, Delitto al Cruson. Una storia dalle tinte fortemente aut n'associazione che raccoglie memorie di stranieri venuti in Italia a sbarcare il lunario. Un progetto sociale di cui pare molto orgoglioso. Gli parnuuesta storia decide di andare in Brasile per indagare sulla morte di Vanessa, una sua compagna, deceduta in circostanze mai del tutto chiarite in un incidente d'autobus, una volta che era stata nel nordest brasiliano per trovare la sua famiglia. Gli dico che il mio personaggio ha delle caratteristiche ben precise, che soffre di colite e consuma abbondantemente camomilla, che ama la musica classica ed il jazz e legge molto utilizzando la letteratura come milieu mentale per risolvere casi intricati. Mi interessa dice, i personaggi ben caratterizzati sono il fulcro dei noir. Dico che il fatto della colite ho scoperto in seguito essere caratteristica dell'Ispettore Sarti di Loriano Macchiavelli. Non solo di lui, dice...conosco Loriano, e' un buon amico. Raggiungiamo un accordo: io lavoro alla conclusione di questo lavoro e poi ci rivediamo. Senza una scadenza pressante. Come piace a me. Prima di congedarci ci dirigiamo verso la sua macchina. Un'utilitaria rossa stracolma di scatole di libri. Dalla matassa di scatoloni, sul sedile posteriore, tira fuori una copia del suo libro: Delitto al Cruson. Ci salutiamo calorosamente e io torno verso la mia auto. Scatto ancora qualche foto. Durante il mio colloquio con lui, mentre ce ne stavano seduti al bar, all'aperto, godendoci la giornata di sole terso e inspiegabile di febbraio,Sedini saluta calorosamente la famiglia cinese che gestisce il bar, mentre passano per entrarci dentro. Loro rispondono con calore, come se fosse uno di famiglia. E conoscendo la diffidenza media della gente di quei luoghi verso gli stranieri la cosa mi meraviglia sensibilmente. Poi rabbonisce un anziano che fuma la pipa, il viso rugoso, piuttosto carico di bianchetti mattutini, il quale annuncia che i politici sono una razza di ladroni. Parla mezzo in piemontese e mezzo in italiano. Sedini lo ammansisce e lui si quieta.Mi stringe la mano. Mi guarda bene negli occhi. Io gli dico che bisognava incontrarsi di persona, annusarsi il culo, parafrasando il grande Luis Sepulveda quando in Patagonia Express racconta il suo incontro con Bruce Chatwin paragonandolo a quello fra due cani che fanno conoscenza. Faccio due passi a piedi e ritorno alla macchina. Il ritorno a casa e' tranquillo, poco traffico. Una volta a casa non resisto alla tentazione. Abbasso le imposte, accendo un abat-jour in cima al mio divano letto, inforco gli occhiali e inizio a leggere il suo libro. Dario Toso, ex giornalista della carta stampata ora convertitosi a Blogger, e' l'alter ego di Sedini. Dopo una prolusione in cui le origini di Sale vengono fatte risalire ad un esercito di ostrogoti in rotta che avrebbero trovato momentaneo rifugio nella zona, vediamo il nostro giornalista e blogger, la pipa perennemente in bocca, il meticcio Freccia al seguito, aggirarsi per le strade del Borgo Insigne, come gli abitanti di Sale stessa chiamano il paese, il paese dei "mesa cervela",i mezzo cervello, appellativo campanilisticamente attribuito dai rivali del vicino Castelnuovo cui i salesi rispondo un ironico,"perche' l'altra parte ce l'hanno quelli di Castelnuovo",nei pressi di una vecchia fabbrica del tabacco ormai in disuso, in zona Crocione, da cui il titolo del noir. Poco dopo il cane ritrova il cadavere sfigurato di una donna. Subito il blogger salese di importazione che proviene da Bareggio, comune dell'hinterland milanese dove aveva vissuto buona parte delle sua vita lasciandosi due matrimoni e un figlio alle spalle, nonche' una buona dose di anaffettivita' verso il genere umano [una corazza psicologica che resta un proposito irrealizzato, visti gli sviluppi delle vicende semiautobiografiche], viene mosso dall'antico prurito investigativo da ex carabiniere- usi ad obbedir tacendo e tacendo morir, ama ripetere al maresciallo di zona- e nonostante lo svolgimento di un'indagine ufficiale portato avanti dalle cosiddette autorita' competenti, trova modo di svolgerne una parallela per proprio conto. Muovendosi fra i torrenti, le osterie , le vite semplici di artigiani, professori, politici locali e amici, molti dei quali stranieri-ad un certo punto cita suo padre che aveva risieduto molto all'estero per lavoro e gli aveva trasmesso il rispetto per le culture diverse -sulle tracce di questa donna misteriosa trovata uccisa, Sedini mi trasporta in un mondo dove le lancette dell'orologio hanno una velocita' sudamericana e la bagna cauda consumata nelle osterie di questi luoghi un sapore irresistibile persino per chi come me non l'ha mai assaggiata. Insomma alla fine del libro, di cui non svelo il finale, per permettere a chi volesse di gustarselo,fra citazioni di Guccini , De Andre' e Corto Maltese, viene fuori la perfetta descrizione di un provinciale, che ama essere definito tale, che ama il lento incedere delle giornate autunnali nelle quali la scarnebbia sporca i contorni delle case e delle cose, poetizzandone l'immagine, restituendoci la vista di un mondo che in questi lidi e' celato e oscurato dall'onnipresente e pervasiva metropoli, che sembra tollerante perche' inglobalizzante, rispetto ad una provincia descritta come intollerante, solo perche' e' la metropoli a dirlo, come se Milano, la Milano nei dintorni della quale, al solo avvicinarsi, a Dario Toso, al secolo Riccardo Sesini, sudano le mani fosse il tempio della perfezione invece che la Babilonia dei cantanti reggae.

giovedì 31 dicembre 2015

Gli anni al contrario, di Nadia Terranova, rece

Viaggiando in autobus durante le vacanze di Natale, un viaggio notturno, lungo, dieci ore circa, da Milano verso la Puglia, mi ero portato, come mia abitudine qualcosa da leggere. La mia attenzione era capitata su "Gli anni al contrario" di Nadia Terranova, libro che avevo acquistato durante la sua presentazione ad Ostuni alcuni mesi passati. Quando nell'abitacolo del pullman si e' fatto buio, ho acceso la lucina sovrastante il mio posto a sedere, ho reclinato il sedile-mi ero piazzato in coda al mezzo, al piano superiore, dove non c'era nessuno -, ho inforcato i recenti occhiali per presbiopia e mi sono immerso nella lettura. Durante la presentazione del libro alcune studentesse avevano letto alcuni brani, in modo da dare un'idea abbastanza precisa dell'opera, ma personalmente io credo alle parole del grande Vladimir Nabokov, quando da qualche parte nei suoi scritti dice:“quando si legge, bisogna cogliere e accarezzare i particolari. Non c’è niente di male nel chiarore lunare della generalizzazione, se viene dopo che si sono amorevolmente colte le solari inezie del libro. Se si parte invece da una generalizzazione preconfezionata, si comincia dalla parte sbagliata e ci si allontana dal libro prima ancora di aver cominciato a capirlo”.Per cui ho iniziato a leggere questo libro con l'intenzione di capire il mondo nel quale l'autrice voleva proiettarci. Dopo i primi capitoli introduttivi in cui la Terranova, scrittrice siciliana che a dispetto dei suoi 37 anni serba un aspetto semiadolescente, inquadra il suo racconto narrandoci delle vite dei protagonisti. La storia e' incentrata su una coppia di Messina: Aurora Silini figlia del "fascistissimo" reduce littorio e direttore del Carcere e Giovanni Santatorre, ultimogenito di una famiglia comunista, il cui genitore e' un noto avvocato e dirigente del partito comunista, e si svolge sullo sfondo degli anni '70, periodo storico sul quale a dire il vero, a dispetto di tanta saggistica, di letteratura non vi e' molto. Le vicende iniziali illustrano la nascita di un amore fra due ragazzi che provengono da famiglie di opposte ideologie e stili di vita ma che insperabilmente decolla ,sia pure all'insegna di un conformismo di maniera, un po' provinciale, che mira alla sistemazione sentimentale e sociale anelata dalle rispettive famiglie, le quali, al di la' delle differenze ideologiche , nel classico clima di riconciliazione postbellico sul tappeto di una pace sociale disteso sul pavimento di un neocapitalismo consumistico ,finiscono per mettersi formalmente d'accordo . La prima parte del libro , scritto in una prosa asciutta ma presentata come in versi, in uno stile che mi ricorda molto i poemi omerici, quanto a musicalita', scorre nella narrazione delle vicende di questi due ragazzi che provano a diventare adulti. Se Aurora Silini si libera dell'ingombrante gravame culturale fascista del padre, aderendo alla protesta studentesca , genius loci di quegli anni, Giovanni contesta il padre da sinistra, accusando lui e il suo partito di attendismo e socialdemocrazia. Nella seconda parte del libro Giovanni diventa protagonista assoluto del racconto, lasciando sullo sfondo le vicende degli altri protagonisti. Secondo uno schema classico della cultura greca antica, due sarebbero i modi di perpetuare se stessi nel tempo, di ambire in qualche modo all'immortalita': avere dei figli o diventare degli eroi. E Giovanni vuole tutte e due queste cose. Aurora resta infatti in cinta, motivo per cui si sposa con il suo compagno, a coronamento di un amore nato sui banchi universitari. Giovani vuole una figlia femmina, lo ha sempre detto, sin da prima che accadesse che Aurora restasse incinta. E vuole essere un eroe. Un rivoluzionario, qualcuno che partecipa ai processi decisionali del paese. Ha un amico a Bologna , delle Brigate Rosse e lo prega di coinvolgerlo in qualcosa di grosso. Ma un po' per il tergiversare dell'amico e un po'per la fretta di compiere azioni immediate quanto inutili e tragicomiche, nel contesto locale , gli ardori rivoluzionari di Giovanni subiscono una battuta d'arresto. E la delusione e' cocente. Portera' Giovanni ad interessarsi sempre meno delle vicende politiche, quasi rassegnato al destino di non poter diventare un eroe. L'uso delle droghe sempre piu' assiduo e il freddo distacco dalla moglie, Aurora, che nel frattempo continua ad amarlo , nonostante tutto, proietteranno Giovanni in un tunnel dai contorni drammatici ma dal quale in qualche modo , un modo personalissimo e descritto stupendamente dall'autrice, trovera' un riscatto che catarticamente chiudera' il cerchio, di questo racconto concentrico letto in una notte, mentre intorno gli altri passeggeri dormono e mentre intorno il mondo dorme il sonno del riflusso. Della vita e delle idee.

domenica 4 ottobre 2015

Islampunk, di Michael Muhammad Knight, Tascabili Newton, rece

Bellissimo libro quello di Michael Muhammad Knight, scrittore mussulmano americano bianco che ha studiato Islam in Pakistan ed ha abbandonato gli studi per partecipare alla guerra in Cecenia. In questo bellissimo ritratto di una generazione di americani islamici figli di immigrati che danno vita ad una loro personale forma di adesione al credo religioso mussulmano attraversando una marea di contraddizioni senza mai perdere di vista l'amore per Allah, che tutto perdona in relazione alle intenzioni vere di chi crede."Il Punk e l'Islam", dice Youssef, alter ego di Knight, studente di ingegneria,"non sono diversi come si potrebbe pensare.Sono iniziati entrambi con tremende esplosioni di verita' e vitalita', ma sembrano aver perso qualcosa lungo la strada: forse l'energia infusa dalla consapevolezza che il mondo non ha mai visto una forza ed un furore tanto positivi e non li rivedra' mai piu'. Entrambi hanno sofferto a causa di traditori e ipocriti, ma anche a causa di credenti sinceri la cui devozione ne aveva mutilato la pulsione creativa. I profani li considerano entrambi come comunita' unite e compatte, quando nulla puo' essere piu' lontano dalla verita'. Raccontando le vite sbrindellate di una galleria di giovani americani, perche' nati li, in odore di islam, fra le quali antropologicamente interessantissime spiccano le antinomiche figure di Rabeya, femminista radicale che indossa il burqa, di Jehangir, mistico sufi che fuma erba sostenendo che il Corano proibisce solo l'alcol e Muzammil, che si batte contro l'omofobia nell'Islam ortodosso, Muhammad Knight, scrittore del 1977, espone una fluidita' narrativa e una potenza allegorica impressionante che alla fine ci pone davanti alla possibilita' che l'Islam non sia esattamente come ci viene raccontato dai media occidentali, ma bensi un movimento millenario molto piu' complesso e ricco in cui l'ironia e l'umorismo, al contrario di cio' che si possa pensare, si sedimentano in una prospettiva di progresso di questo sistema di valori la cui continua evoluzione risulta estremamente ricca ed interessante. Il dialogo di seguito riportato credo che con la sua semplicita' disarmante possa essere sufficientemente esplicativo di quel che Knight vuol dire:" Credi ancora in Allah?", "Credo che siamo stati creati e che proveniamo da Qualcosa...e quel Qualcosa prova nei nostri confronti una compassione che siamo ben lontani dal capire", "Beh, a me questo sembra Islam".