Ero da alcuni anni a Milano e cercavo di sbarcare il lunario. Me ne ero partito dal sud, dal salento sitibondo, come scrivevano sui libri di geografia e storia pieni zeppi di luoghi comuni , per andarmene a Milano, più per una sfida con me stesso, che per cercare lavoro in sè. Mi vedevo con Giò, un mio amico ostunese pure lui, più grande di me , insegnante precario di Inglese, all'epoca e gran lettore e conoscitore della vita. Lo andavo a trovare regolarmente nel suo bilocale , nella cameretta piena zeppa di libri, disteso sul letto che normalmente serviva da rialzo per le sue serie di piegamenti sulle braccia che mantenevano in forma il suo fisico secco e scultoreo. Avevamo giocato al pallone insieme, al paesello ,un tempo, e certe esperienze marcano come un senso di fratellanza. Io facevo dei lavori saltuari, distribuzione di volantini, vendita di enciclopedie porta a porta, mi proponevo come investigatore, insomma quel genere di attività che potevano avere una certa utilità solo per infilarle di straforo in racconti autobiografici del genere sfigato-in-cerca-di-comprensione-umana. Giò mi trovò un lavoro da giardiniere. Dovevamo curare i giardini di un buon numero di condomini a Cesano Boscone, un comune di cui ignoravo l'esistenza fino a pochi anni prima, pur essendo popoloso e importante per la cintura milanese. Beh, i milanesi & affini non sapevano dove fosse il Salento ma in compenso conoscevano ogni pietra desertica, ogni ombrellino da cocktail, ogni stanza ad aria condizionata dei villaggi di Sharm El Sheik, così eravamo uno a uno e palla al centro.Il boss della situazione era un giovanotto ben messo, del genere io-i-muscoli-me-li- faccio-in-palestra. Il suo sottogenere era: a-voi-miei-sottoposti-i-muscoli-invece-li faccio-fare-facendovi-sgobbare. Vado avanti con i sottogeneri? Poi basta però, eh: con-i-soldi-che-faccio-su-di-voi-sgobboni-mi-pago-la-palestra. Fine dei sottogeneri:spero. Ma andiamo avanti. Il tizio in questione si chiamava Luigi, ma io e Giò lo chiamavamo Gino. A lui non piaceva, perchè lo faceva sentire terrone. Non importava se suo nonno era di Giovinazzo, lui era nato a Milano e questo a suo parere avrebbe dovuto dargli una ripulita genetica, diciamo così. Usavamo dei tubi per aspirare le foglie secche sotto gli alberi di questi giardini intorno a questi condomini che emanavano la stessa poesia di un tavolo anatomistico, con questi inquilini che rientravano a sera con allegre facce obitoriali , mai stati più lontani dai volti di ballerine brasiliane...di ballerine brasiliane in Brasile, non in locali milanesi, sia chiaro. Poi per le foglie più ostinate passavamo il rastrello e le infilavamo con le mani in sacchi neri tipo quelli per i cadaveri dei marines in Vietnam. A ciascuno il suo Vietnam, noi avevamo milioni di foglie secche, in giornate rigide siberiane, nel nostro arcipelago gulag milanese. A fine mese non s'arrivava a ottocento mila lire...neanche per pagare i farmaci per curarsi bronchiti e affini. Giò arrotondava con lezioni private e mesate in scuole delle province lombarde più disparate, si consumava tutti guadagni in benzina e usura della macchina.Che bella civiltà il capitalismo, ma, pazienza, dicono alcuni, non sai cos'era il socialismo reale! Può darsi, ma io avevo letto un libro di Reinaldo Arenas ( rubato in una libreria con destrezza sinistrorsa) un esule cubano, il quale, una volta a Miami, si era sentito di dire: la differenza fra il comunismo e il capitalismo è che se ti danno un calcio nel culo nel primo caso devi applaudire , nel secondo caso puoi urlare. Prendo questa, va, del resto sono sempre stato distante da Stalin quanto Obama dal Ku Klux Klan. Gino però, oltre che farci sgobbare aveva deciso di torturarci impossessandosi del nostro tempo libero. Voleva che andassimo a delle riunioni a sfondo religioso, così, come complemento del lavoro. Non sia mai potesse restarci tempo per pensare. Pensare a che cavolo stessimo facendo e se invece di fare quella vita non era forse il caso di andarsene nei Caraibi e nutrirsi di noci di cocco o darsi alle truffe passando di quando in quando qualche breve periodo di riposo a spese dello stato nella colonia di San Vittore.
Andammo a una di queste riunioni in una chiesa di Gattegrate, un paese vicino ai giardinetti dei condomini di Cesano Boscone. Io e Giò, entrando in chiesa , da dove si passava per andare nella sala riunioni, davamo un'occhiata in giro, ma senza toccare niente, a giudicare dalle vite che avevamo condotto tutto ciò che avessimo toccato in quel luogo si sarebbe liquefatto. Quello che non capivamo era perchè non succedeva quando le toccavano i preti. Comunque in men che non si dica ci ritrovammo in una sala riunioni, su poltroncine di rappresentanza modello congressi di partito. C'erano una quarantina di persone e subito Gino ci presentò. Ci salutarono tutti affettuosamente come se ci conoscessimo da anni. La maggior parte di loro aveva facce brufolose a quarant'anni, e denti piorroici, erano tutti sposati e dotati di figliolanza abbondante . Io e Giò eravamo gli unici non sposati e senza figli e ci guardavano con un certo sospetto, magari pensavano che fra noi ci fosse qualcosa di omosessuale. Giò incominciava a sentirsi a disagio, io no perchè a me certe situazioni mi hanno sempre divertito, specie quando m'accorgevo che il giudizio morale su certe tendenze nasceva da profonde pruderie di base e da conflitti irrisolti sedati dal conforto delle sagrestie. Salvo poi scoprire che dietro ogni sagrestia si nasconde un mondo che avrebbe fatto arrossire il marchese De Sade. Ma andiamo avanti.Dopo un pò, Vito, un tizio allampanato con una faccia ieratica a soggetto, cominciò a leggere un libro. Non ci capii molto anche perchè Vito, che aveva un accento che più lombardoveneto non si poteva ,con quel nome che ,si capiva , odiava profondamente, nel leggere sbagliava gli stacchi e le pause in funzione della punteggiatura . Intuii che lo scrittore di quel saggio, che Vito & c chiamavano Gius, ce l'aveva a morte con Kafka, ritenuto un comunista materialista nemico pubblico numero uno della spiritualità. Io avevo letto Kafka e lo ritenevo uno scrittore addirittura comico. Ma andiamo, pensai, aveva dato vita addirittura ad un genere letterario, quello del grottesco, con quel suo modo tipico di scrivere, con quelle situazioni descritte che rasentavano l'assurdo restando comunque realistiche. Giò, mentre "il Vito", come dicono a Milano mettendo l'articolo davanti al nome, snocciolava tutta quella serie di accuse contro Kafka, mi guardava sottecchi , ma sapevo che cosa stava pensando. La stessa cosa che pensavo io. Ma non osava proferir parola. Lessi nel suo sguardo che si doveva dire qualcosa ma che era meglio non farlo, con Gino, nostro datore di lavoro, lì alle nostre spalle, con i denti sul collo di Kafka, se lo avesse trovato per strada avrebbe chiamato la polizia, lo avrebbe abbattuto come un bazooka. Ma io non riuscivo a resistere, era più forte di me, pensavo a Kafka, nel suo bugigattolo a Praga, mentre guardava tristemente dalla finestra i cieli grigi e le grigie primavere, con quella di velluto rivoluzionaria ancora di là da venire, lo vedevo ingobbito sui suoi quadernetti, mentre scriveva i suoi racconti, come un monaco, come un frate, come un eremita del pensiero, mentre descriveva la tetra e grigia realtà e quegli uomini dai volti inesistenti che lo circondavano...niente di più spirituale. Così alzai la mano. Giò mi fulminò con lo sguardo, capii che stava già pensando come avrebbe fatto a pagare l'affitto del mese successivo. "Scusate, vorrei capire una cosa, ma chi di voi ha letto Kafka?", chiesi. Si fece subito un silenzio assordante. Per un interminabile minuto nessuno parlò. Era evidente che nessuno aveva letto Kafka. Però assentivano tutti con in capo(inteso come testa) mentre il Vito leggeva quelle dure parole di condanna al materialismo di Kafka, lo scrittore ateo e quindi comunista, il nemico pubblico numero uno del secolo, immaginai che Gino per riferirsi con disprezzo a qualcuno gli avesse non so quante volte dato del "Kafka". Poi il Vito, prese coraggio e disse:" ma che c'entra se il Gius dice che Kafka era un materialista e un contro dio, un anti dio, noi dobbiamo credergli". Io tacetti. Giò mi guardava pensando a qualche possibile pezza a colori. Gino si era alzato in piedi e ci osservava curioso. "Io ho letto quasi tutto di Kafka e non trovo nulla di materialista in lui, anzi, mi sembra un uomo così solidale con il tragico destino dell'uomo, cosa c'è di più spirituale di ciò?", ribadii.L'affitto del mese successivo si stava allontanando sempre di più. Il Vito rilesse il passo e ribadì:"ma se lo dice il Gius...ma andiamo, il Gius è il Gius", fece. E furono tutti d'accordo con lui.Non dissi più niente, non ho l'abitudine giudaica di parlare con i muri. Al termine della lettura, Il Vito chiacchierò in privato con alcuni degli astanti. Si parlava di lavoro, di sistemazione in enti pubblici, banche , assicurazioni, persino di appalti ad imprese . Gino chiese al Vito notizie su un appalto per i condomini di Canegrate, un altro comune limitrofo. Il Vito gli mise un braccio sulla spalla. "Le vie del signore sono infinite", gli disse, "abbi fede, vedrai che tutto si risolve, fammi fare due telefonatine". Io e Giò rimanemmo in disparte. Gino si avvicinò. Io gli porsi la mano come per ricevere una busta con la liquidazione. Gino me la strinse. "Cosicchè hai letto tutto Kafka?", mi chiese. "Beh, sì", risposi. "Interessante, un giorno me ne parlerai, ok?". Ok , dissi. "Ci vediamo domani alla solita ora, abbiamo del lavoro da finire", disse rivolto anche a Giò.E sorrise. Io e Giò uscimmo di lì più veloci della luce. Chiesi a Giò, scusa Giò, toglimi una curiosità, ma chi cavolo è questo Gius. Giò mi spiegò che si trattava di Don Giussani, leader spirituale di Comunione e Liberazione e che quella era una riunione di quel movimento. Uscendo in strada mi sentii sollevato, mi resi conto che tutta quella gente con il loro disprezzo fasullo non avrebbero potuto rendere migliore omaggio al grande Franz Kafka, tutta quella situazione sembrava uscita da un suo racconto .
mercoledì 27 febbraio 2013
Kafka
Ero da alcuni anni a Milano e cercavo di sbarcare il lunario. Me ne ero partito dal sud, dal salento sitibondo, come scrivevano sui libri di geografia e storia pieni zeppi di luoghi comuni , per andarmene a Milano, più per una sfida con me stesso, che per cercare lavoro in sè. Mi vedevo con Giò, un mio amico ostunese pure lui, più grande di me , insegnante precario di Inglese, all'epoca e gran lettore e conoscitore della vita. Lo andavo a trovare regolarmente nel suo bilocale , nella cameretta piena zeppa di libri, disteso sul letto che normalmente serviva da rialzo per le sue serie di piegamenti sulle braccia che mantenevano in forma il suo fisico secco e scultoreo. Avevamo giocato al pallone insieme, al paesello ,un tempo, e certe esperienze marcano come un senso di fratellanza. Io facevo dei lavori saltuari, distribuzione di volantini, vendita di enciclopedie porta a porta, mi proponevo come investigatore, insomma quel genere di attività che potevano avere una certa utilità solo per infilarle di straforo in racconti autobiografici del genere sfigato-in-cerca-di-comprensione-umana. Giò mi trovò un lavoro da giardiniere. Dovevamo curare i giardini di un buon numero di condomini a Cesano Boscone, un comune di cui ignoravo l'esistenza fino a pochi anni prima, pur essendo popoloso e importante per la cintura milanese. Beh, i milanesi & affini non sapevano dove fosse il Salento ma in compenso conoscevano ogni pietra desertica, ogni ombrellino da cocktail, ogni stanza ad aria condizionata dei villaggi di Sharm El Sheik, così eravamo uno a uno e palla al centro.Il boss della situazione era un giovanotto ben messo, del genere io-i-muscoli-me-li- faccio-in-palestra. Il suo sottogenere era: a-voi-miei-sottoposti-i-muscoli-invece-li faccio-fare-facendovi-sgobbare. Vado avanti con i sottogeneri? Poi basta però, eh: con-i-soldi-che-faccio-su-di-voi-sgobboni-mi-pago-la-palestra. Fine dei sottogeneri:spero. Ma andiamo avanti. Il tizio in questione si chiamava Luigi, ma io e Giò lo chiamavamo Gino. A lui non piaceva, perchè lo faceva sentire terrone. Non importava se suo nonno era di Giovinazzo, lui era nato a Milano e questo a suo parere avrebbe dovuto dargli una ripulita genetica, diciamo così. Usavamo dei tubi per aspirare le foglie secche sotto gli alberi di questi giardini intorno a questi condomini che emanavano la stessa poesia di un tavolo anatomistico, con questi inquilini che rientravano a sera con allegre facce obitoriali , mai stati più lontani dai volti di ballerine brasiliane...di ballerine brasiliane in Brasile, non in locali milanesi, sia chiaro. Poi per le foglie più ostinate passavamo il rastrello e le infilavamo con le mani in sacchi neri tipo quelli per i cadaveri dei marines in Vietnam. A ciascuno il suo Vietnam, noi avevamo milioni di foglie secche, in giornate rigide siberiane, nel nostro arcipelago gulag milanese. A fine mese non s'arrivava a ottocento mila lire...neanche per pagare i farmaci per curarsi bronchiti e affini. Giò arrotondava con lezioni private e mesate in scuole delle province lombarde più disparate, si consumava tutti guadagni in benzina e usura della macchina.Che bella civiltà il capitalismo, ma, pazienza, dicono alcuni, non sai cos'era il socialismo reale! Può darsi, ma io avevo letto un libro di Reinaldo Arenas ( rubato in una libreria con destrezza sinistrorsa) un esule cubano, il quale, una volta a Miami, si era sentito di dire: la differenza fra il comunismo e il capitalismo è che se ti danno un calcio nel culo nel primo caso devi applaudire , nel secondo caso puoi urlare. Prendo questa, va, del resto sono sempre stato distante da Stalin quanto Obama dal Ku Klux Klan. Gino però, oltre che farci sgobbare aveva deciso di torturarci impossessandosi del nostro tempo libero. Voleva che andassimo a delle riunioni a sfondo religioso, così, come complemento del lavoro. Non sia mai potesse restarci tempo per pensare. Pensare a che cavolo stessimo facendo e se invece di fare quella vita non era forse il caso di andarsene nei Caraibi e nutrirsi di noci di cocco o darsi alle truffe passando di quando in quando qualche breve periodo di riposo a spese dello stato nella colonia di San Vittore.
Andammo a una di queste riunioni in una chiesa di Gattegrate, un paese vicino ai giardinetti dei condomini di Cesano Boscone. Io e Giò, entrando in chiesa , da dove si passava per andare nella sala riunioni, davamo un'occhiata in giro, ma senza toccare niente, a giudicare dalle vite che avevamo condotto tutto ciò che avessimo toccato in quel luogo si sarebbe liquefatto. Quello che non capivamo era perchè non succedeva quando le toccavano i preti. Comunque in men che non si dica ci ritrovammo in una sala riunioni, su poltroncine di rappresentanza modello congressi di partito. C'erano una quarantina di persone e subito Gino ci presentò. Ci salutarono tutti affettuosamente come se ci conoscessimo da anni. La maggior parte di loro aveva facce brufolose a quarant'anni, e denti piorroici, erano tutti sposati e dotati di figliolanza abbondante . Io e Giò eravamo gli unici non sposati e senza figli e ci guardavano con un certo sospetto, magari pensavano che fra noi ci fosse qualcosa di omosessuale. Giò incominciava a sentirsi a disagio, io no perchè a me certe situazioni mi hanno sempre divertito, specie quando m'accorgevo che il giudizio morale su certe tendenze nasceva da profonde pruderie di base e da conflitti irrisolti sedati dal conforto delle sagrestie. Salvo poi scoprire che dietro ogni sagrestia si nasconde un mondo che avrebbe fatto arrossire il marchese De Sade. Ma andiamo avanti.Dopo un pò, Vito, un tizio allampanato con una faccia ieratica a soggetto, cominciò a leggere un libro. Non ci capii molto anche perchè Vito, che aveva un accento che più lombardoveneto non si poteva ,con quel nome che ,si capiva , odiava profondamente, nel leggere sbagliava gli stacchi e le pause in funzione della punteggiatura . Intuii che lo scrittore di quel saggio, che Vito & c chiamavano Gius, ce l'aveva a morte con Kafka, ritenuto un comunista materialista nemico pubblico numero uno della spiritualità. Io avevo letto Kafka e lo ritenevo uno scrittore addirittura comico. Ma andiamo, pensai, aveva dato vita addirittura ad un genere letterario, quello del grottesco, con quel suo modo tipico di scrivere, con quelle situazioni descritte che rasentavano l'assurdo restando comunque realistiche. Giò, mentre "il Vito", come dicono a Milano mettendo l'articolo davanti al nome, snocciolava tutta quella serie di accuse contro Kafka, mi guardava sottecchi , ma sapevo che cosa stava pensando. La stessa cosa che pensavo io. Ma non osava proferir parola. Lessi nel suo sguardo che si doveva dire qualcosa ma che era meglio non farlo, con Gino, nostro datore di lavoro, lì alle nostre spalle, con i denti sul collo di Kafka, se lo avesse trovato per strada avrebbe chiamato la polizia, lo avrebbe abbattuto come un bazooka. Ma io non riuscivo a resistere, era più forte di me, pensavo a Kafka, nel suo bugigattolo a Praga, mentre guardava tristemente dalla finestra i cieli grigi e le grigie primavere, con quella di velluto rivoluzionaria ancora di là da venire, lo vedevo ingobbito sui suoi quadernetti, mentre scriveva i suoi racconti, come un monaco, come un frate, come un eremita del pensiero, mentre descriveva la tetra e grigia realtà e quegli uomini dai volti inesistenti che lo circondavano...niente di più spirituale. Così alzai la mano. Giò mi fulminò con lo sguardo, capii che stava già pensando come avrebbe fatto a pagare l'affitto del mese successivo. "Scusate, vorrei capire una cosa, ma chi di voi ha letto Kafka?", chiesi. Si fece subito un silenzio assordante. Per un interminabile minuto nessuno parlò. Era evidente che nessuno aveva letto Kafka. Però assentivano tutti con in capo(inteso come testa) mentre il Vito leggeva quelle dure parole di condanna al materialismo di Kafka, lo scrittore ateo e quindi comunista, il nemico pubblico numero uno del secolo, immaginai che Gino per riferirsi con disprezzo a qualcuno gli avesse non so quante volte dato del "Kafka". Poi il Vito, prese coraggio e disse:" ma che c'entra se il Gius dice che Kafka era un materialista e un contro dio, un anti dio, noi dobbiamo credergli". Io tacetti. Giò mi guardava pensando a qualche possibile pezza a colori. Gino si era alzato in piedi e ci osservava curioso. "Io ho letto quasi tutto di Kafka e non trovo nulla di materialista in lui, anzi, mi sembra un uomo così solidale con il tragico destino dell'uomo, cosa c'è di più spirituale di ciò?", ribadii.L'affitto del mese successivo si stava allontanando sempre di più. Il Vito rilesse il passo e ribadì:"ma se lo dice il Gius...ma andiamo, il Gius è il Gius", fece. E furono tutti d'accordo con lui.Non dissi più niente, non ho l'abitudine giudaica di parlare con i muri. Al termine della lettura, Il Vito chiacchierò in privato con alcuni degli astanti. Si parlava di lavoro, di sistemazione in enti pubblici, banche , assicurazioni, persino di appalti ad imprese . Gino chiese al Vito notizie su un appalto per i condomini di Canegrate, un altro comune limitrofo. Il Vito gli mise un braccio sulla spalla. "Le vie del signore sono infinite", gli disse, "abbi fede, vedrai che tutto si risolve, fammi fare due telefonatine". Io e Giò rimanemmo in disparte. Gino si avvicinò. Io gli porsi la mano come per ricevere una busta con la liquidazione. Gino me la strinse. "Cosicchè hai letto tutto Kafka?", mi chiese. "Beh, sì", risposi. "Interessante, un giorno me ne parlerai, ok?". Ok , dissi. "Ci vediamo domani alla solita ora, abbiamo del lavoro da finire", disse rivolto anche a Giò.E sorrise. Io e Giò uscimmo di lì più veloci della luce. Chiesi a Giò, scusa Giò, toglimi una curiosità, ma chi cavolo è questo Gius. Giò mi spiegò che si trattava di Don Giussani, leader spirituale di Comunione e Liberazione e che quella era una riunione di quel movimento. Uscendo in strada mi sentii sollevato, mi resi conto che tutta quella gente con il loro disprezzo fasullo non avrebbero potuto rendere migliore omaggio al grande Franz Kafka, tutta quella situazione sembrava uscita da un suo racconto .
martedì 29 gennaio 2013
La notte che incontrai Henry Miller
Camminavo in via Melchiorre Gioia, era di notte, nelle stradine là intorno, cercavo un posto per mangiare un panino. Era pieno di strane donne sui marciapiedi, tratti femminili, voci stentoree , sotto i loro cappotti dovevano agitarsi della carpe. Le famose carpe diem. Non ridevo mai alla mie battute interiori, tanto lo sapevo che avrebbero fatto ridere solo me, la mia filosofia, il mio mondo popolato di fantasmi, gli unici che mi capissero fino in fondo, che capivano la natura triste e malinconica fin de siecle dalla mia comicità. Mentre driblavo queste creature della notte che mi guardavano con odio perchè impedivo a tizi con macchine da 40 mila euro di fermarsi, per paura di essere riconosciuti come padri di famiglia, leaders politici, manager di successo, anche se manager di successo ci sarebbe voluto un bel coraggio a definirli, visto che avevano fatto fallire persino il capitalismo, una scienza economica che si fonda sul principio che il fallimento è un'opportunità, pensaunpò... Trovai un chiosco che vendeva panini. Dentro c'era un tizio con i capelli lunghi, la faccia da pregiudicato dei fumetti di Blek Macigno anni '80. Gli chiesi un hamburger. Lui mi guardò e disse, mettiamo anche un pò di formaggio? No risposi, altrimenti avrei chiesto un cheeseburger. Lui mi guardò con odio. Però non potette sputare nel panino perchè lo doveva preparare a vista. Si avvicinò un uomo piuttosto anziano, ma ancora ben disarticolato, non artrosicamente bloccato, voglio dire, come accade a quelli che in questa dannata città riescono a superare i 50 anni. Aveva una leggera calvizie, capelli bianchi intorno al suo personale aeroporto per zanzare e una faccia che ispirava fiducia, anche se da duro. Mi guardò e mi sorrise. Salve, fece. Poi rivolto al tizio dei panini chiese una birra. Facciadapatibolo gli dette una birra in bottiglia. Non c'è niente di meglio che andarsene in giro di notte, la notte è popolata di puttane , pazzi, poeti e scrittori, di spacciatori e di presunti tori che fanno i conquistadores con i soldi in tasca, disse l'anziano. Era anziano, ma non riuscivo a percepirlo come tale, poteva avere dai 60 ai 90 anni, ma ne dimostrava 40. Fossi Dio abolirei il giorno, il giorno significa lavoro, un insensato spreco di energie creative al fine di far guadagnare dei soldi a gente che non sa che farsene, Paperon De Paperoni insulsi che guadagnano talmente tanto che i soldi potrebbero usarli per foglie secche sull'impiantito delle loro dimore solitarie popolate di stolti, ma già sarebbe poesia, questa, raffrontata alle loro menti da australopitechi, disse ancora il vecchio. Conoscevo quel linguaggio ma non poteva essere lui, Henry Miller, era morto nel 1980 ed eravamo nel 2013. Doveva essere uno che aveva letto Miller, comunque merce rara di questi tempi e in Italia poi, da far concorrenza all'uranio. Se non che gli assomigliava molto. Sembrava proprio lui. La dovevo smettere di circolare di notte, incontravo solo fantasmi. Lo guardai e gli dissi, i tempi sono cambiati , dalla Parigi degli anni '50, quella del primo Tropico, azzardai. In quel momento una trans si avvicinò al baracchino e chiese un panino. L'accento era brasiliano. Ci squadrò a tutti e due con un certo interesse . A cosa ti riferisci, disse l'anziano, al fatto che non ci sono più le puttane di una volta? Beh, anche, dissi. Forse dimentichi il fatto che simili creature esistono dalla notte dei tempi, dai tempi di Afrodite, disse. Cavolo, sembrava proprio lui, la stessa cultura, la stessa profondità. Nel frattempo il mio panino era arrivato. Chiesi anche una birra e ne offrii una a Henry Miller. Grazie Nico, disse Miller. Come sai il mio nome? Feci. Appaio sempre agli scrittori solitari e disperati senza successo nelle notti solitarie e sghembe sotto stelle inesistenti in città metropolitane prive di vite animali dove si respira ozono, non lo sapevi? Sorrisi e mi girai per prendere la birra posata sul bancone. Nel frattempo la trans si stava ridando il trucco. Sembrava una donna,era molto femminile, nei movimenti, sembrava un'attrice degli anni '50, solo che era a colori. Mi sorrise. Io ricambiai. Mi fece un occhiolino. Io sorrisi e addentai il mio hamburger. Sapeva che non sarei andato con lei, certe persone sono propriocettive, intuitive, ma capii che un pò mi stimò per questo, un pò mi fece capire che apprezzava, che non la disprezzavo quanto invece la disprezzavano quelli che pagavano per fare sesso con lei disprezzando se stessi nel disprezzo che avevano per lei . Henry si stava finendo la birra . Io finisco a me stesso, disse, ma se mai avessi avuto un figlio, avrei voluto che fosse come te. Anche se non siamo uguali, tu non saresti capace di vivere con una puttana e farti pagare la pubblicazione dei tuoi libri, disse. Lo so , Henry, ma la morale non è un limite, la morale è un codice, Dio mi ha programmato per come sono, vuolsi così colà dove si puote ciò che si vuole e più non dimandare, ricordi? Non posso dimenticare il poeta dei poeti, dopo Omero, disse. Dette un sorso alla birra, la cui marca era, ironia della sorte "Miller", una birra americana. La trans sgattaiolò via col suo panino. Mentre si allontanava fu fermata sul marciapiedi da un tizio con un gippone da 50 mila euro. Stettero lì a parlamentare per un pò. Poi il gippone sgommò via. La trans restò lì addentando il suo panino. Mi girai verso Miller. Si stava allontanando. Quello era solo uno che stava tirando sul prezzo, disse. Buonanotte , Nico, spero di incontrarti sulle strade della notte, mentre curi la tua insonnia, camminando a piedi, col viso illuminato dai neon della città. La prossima volta offro io, disse. Io lo inseguii, scusa , gli urlai, ma sei veramente Henry Miller? Lui attraversò la strada, lo vidi dietro le auto che passavano e ripassavano come in pieno giorno. Quando ci fu un momento di tregua, guardai sul marciapiedi opposto. Non vidi nessuno. No, non era Miller, era stata la mia mente bacata a farmelo immaginare. In lontananza , su un panettone di cemento, sul ciglio della strada dove era scomparso Miller c'era una bottiglia di birra. Attraversai la strada, mi avvicinai. Presi la bottiglia in mano. Era una Miller.
lunedì 28 gennaio 2013
Dexter
Sdraiato sol mio sofà, di fronte alla tv , ieri sera mi sono dedicato alla visione dei film in quel momento su Rai4. Due puntate di Dexter, un serial killer di serial killers che lavora per la polizia scientifica di Miami, in apparenza un secchione del vetrino, in realtà uno spietato killer di serial killers e criminali incalliti, che cattura drogandoli e prima di ammazzarli ferocemente con un pugnale nel petto li sottopone ad una specie di seduta di autocoscienza perchè capiscano lucidamente prima di perire per sua mano il dolore che hanno arrecato al mondo. Ha per fidanzata la moglie di due figli violentata da un marito drogato che il nostro ineffabile Dex fa sparire con uno stratagemma facendolo finire in carcere dove perirà durante un tafferuglio fra detenuti. Dexter ha una sorella , Debra, una tipa tosta( bella attrice, nevrile), che è in realtà la sua sorella adottiva a cui però egli tiene più che a suo fratello di sangue, a cui è legato per lo stesso spasmodico amore per l'eliminazione di persone, senonchè, però, questo fratello è un serial killer che agisce senza un codice, diciamo così, etico e ammazza indiscriminatamente specie donne per il puro gusto di farlo e perchè a suo avviso la vera libertà è non avere scrupoli morali e non ammantare di presunta nobiltà azioni di per se' spregevoli per umani che non sono in grado di comprendere. Ragion per cui Dexter lo elimina per salvare sua sorella adottiva, rapita da Rudy, appunto, suo fratello di sangue, allo scopo di ucciderla e sezionarla. La qual cosa fa riflettere sul fatto che si possano provare sentimenti per persone che non abbiano il nostro stesso sangue persino più forti che per le persone con il nostro stesso dna. Un tema decisamente interessante. Nella puntata di ieri Dexter entra in chiesa con la compagna per il funerale del marito violentatore tossico perito in carcere e mentre entra nel tempio di Dio, sottoforma di io narrante in sottofondo, afferma di non credere in Dio nè nell'inferno e quando il prete fa la predica dall'altare si distrae osservando una statua che raffigura Gesù soffermandosi sulla perfetta riproduzione della sua ferita al costato che gli fu inferta da un soldato romano. In realtà mi sono interrogato sul fatto, che sì, Dexter è un mostro, ma è diventato così, come si evince da alcuni flash back nel film, perchè ha assistito all'omicidio di sua madre, una spacciatrice di droga che aveva sposato un poliziotto, suo padre, il quale lo aveva tirato fuori da un container , in cui era accaduto il fattaccio, dove il nostro baby Dext era stato immerso in un lago di sangue insieme al suo fratellino Rudy, per ore. Dexter in realtà non è nient'altro che il prodotto di una nemesi generata dalla violenza della società in cui vive. Potrebbe sembrare un racconto filmico ma a me pare che a Miami e dintorni questo tipo di situazioni sia la norma, per non parlare delle varie gang ispaniche che imperversano nei vari episodi che sfornano personaggi letterari, come el Chino , un essere alto due metri tutto muscoli e mustacchi, che spaccia droga e uccide le sue vittime con il machete. Comunque nella formazione, diciamo così, da assassino seriale, c'entra molto suo padre, che già per suo conto faceva sparire fior di delinquenti sottraendoli alla giustizia del carcere ed eliminandoli direttamente. Diciamo che suo padre trasmette a Dexter un codice, per così dire, morale, di modo che, le pulsioni killeriche del figlio si indirizzino verso individui che per la società rappresentano un problema e un pericolo, eliminandoli in nome di una presunta morale superomista che nasce comunque dalla consapevolezza di non essere umani. Perchè non si provano sentimenti, sensi di colpa, scrupoli di coscienza. E dopo aver descritto, diciamo così, il perfetto profilo psicologico dell'uomo politico medio di più o meno tutto il mondo, concludo dicendo che mi sono svegliato stamattina sul sofà blu viagra sul quale mi ero addormentato con Il Re Pallido di Wallace sul petto e alzandomi sono andato subito a guardarmi allo specchio per vedere se ero ancora tutto intero. Nel corpo ero tutto ancora intero, tutto al suo posto, ma era la mia mente ad essere sezionata. A volte avere un cadavere nel cervello ti permette di vedere persino il colore dei tuoi pensieri e se hanno fegato o cuore.
sabato 26 gennaio 2013
I mecccanismi della cattura del consenso nella democrazia italiana
Sento da più parti affermare che l'Italia apparterrebbe al novero delle democrazie cosiddette avanzate, quelle democrazie occidentali che dovrebbero essere più democratiche per il fatto intrinseco che sono in essere da più tempo. A me personalmente non sembra. I meccanismi della cattura del consenso in un paese dove i giornali e i libri sono letti da una esigua minoranza di persone e dove la scolarità , per essere appunto un paese avanzato, è molto bassa, si basano essenzialmente da notizie apprese per lo più dalle televisioni, le quali, per forza di cose filtrano e indirizzano le stesse fornendole commentate o in modo artato. Ad esempio dire ai tg tutti i giorni che un rumeno ha violentato una donna e tacere delle migliaia di altre violenza sulle donne compiute da italiani non serve a indirizzare il voto della gente su forze politiche che vogliono limitare il numero o addirittura scacciare gli extracomunitari? Enfatizzare tutti i giorni gli scandali di una parte politica ed edulcorare quelli della parte avversa è un modo obbiettivo di informare l'opinione pubblica? Anche la Rai non è immune da tali operazioni, pur essendo una tv per così dire pubblica, è in definitiva controllata dai partiti e quindi non può che esserne il portato proporzionalmente ai voti presi dai partiti medesimi che hanno potuto così esprimere più consiglieri di altri partiti all'interno stesso della struttura. Già questo concetto ci fa capire come il consenso nel nostro paese sia formato in modo surrettizio e subdolo e indirizzato da mezzi di informazione che disinformano. Persino i giornali mezzo principe di formazione della coscienza civica, che dovrebbero essere letti per gli opinionisti, più che per le notizie in se' che sono introiettate nell'opinione pubblica dalla valanga dei mass media radiotelevisivi, porgono le notizie in modo scandalistico, scorretto, sulla base di dossiers personalizzati che colpiscono questo o quell'esponente politico a seconda del fastidio in grado di dare ai manovratori del momento. Confezionare dei dossiers che scavano nella vita privata dei politici è una pratica da regime totalitario, nemmeno la Gestapo o il Kgb sono mai giunti a tanto in quei sistemi politici che non si sono mai di certo definiti democratici. E poi c'è internet, mezzo quest'ultimo poco diffuso fra la popolazione media e che fornisce una quantità di notizie anch'esse filtrate secondo il principio di sempre, e cioè, chi ha più soldi compra più spazi e copre l'opinione di chi tali spazi per motivi economici non riesce a ritagliarsi. In definitiva mi sento di affermare che l'Onu che impiega soldi e mezzi per consentire il regolare svolgimento di elezioni in paesi di recente democrazia o di debole democrazia, dimentica che forse dovrebbe sorvegliare i meccanismi della formazione del consenso anche e soprattutto in paesi come il nostro. Impostare dei talk show teevisivi in forma di spettacolo comico, banalizzando gli argomenti e limitandosi a trasformare la platea televisiva in spalti di tifosi che prendano le parti dell'uno o dell'altro contendente a seconda che questi sia più bravo , brillante, faccia battute più efficaci, ignorando del tutto i programmi che i partiti di riferimento dei candidati portano avanti ,non fanno altro che trasformare la politica, che , in definitiva, deciderà le nostre vite, in uno spettacolo da baraccone per comici improvvisati, attori navigati, battutisti nati, commedianti da bar, uomini della strada in giacca e cravatta. Non voglio arrivare a dire che in una democrazia reale il suffragio universale dovrebbe essere determinato dalla conoscenza o meno del documento fondante dello stato in cui si ha diritto di voto, vale a dire della Costituzione, ma se scopriamo che anche buona parte dei nostri politici non la conosce o, se la conosce, la ignora di proposito perchè non confacente agli interessi dei medesimi , qualche dubbio in proposito me lo porrei. Aggiungiamoci anche che alcune forze politiche forti del consenso elettorale hanno come prima cosa preteso nel recente passato il cambiamento dei libri di storia scolastici nel tentativo di riscrivere la storia dalla parte di chi era stato militarmente, politicamente e moralmente sconfitto, allo scopo precipuo di annullare del tutto la memoria, non sia mai Bella Ciao cantata nelle scuole potesse farci ricordare in quale orrido fossato della storia siamo stati cacciati dalla dittatura (e dal consenso alla stessa, attenzione) e non sia mai la Storia potesse indurre qualcuno a pensare che si ripete a cicli ,periodicamente ,riproponendo le stesse dinamiche di sempre lasciando al potere le stesse forze di sempre e gli stessi uomini di sempre , usciti ben riposati dall'ennesimo cavallo di Troia questa volta piatto come uno schermo piatto.
venerdì 25 gennaio 2013
Un angelo nero caduto dal cielo
Correvo sotto l'acqua, in tuta, una tuta attillata da ballerino, all'interno del paese, un paese della cintura milanese, dove abitavo, dove abito, dove , in definitiva, non ho mai abitato, visto che non conosco nessuno, ma mi va bene così, la popolarità non mi piace, sa di dittatura, di bugie, di spettacolo, io sono una persona autentica. Vidi una donna con l'ombrello ferma sul marciapiede, una nera con scintillanti e grossi orecchini rotondi d'oro, vestita con un soprabito antico ma elegante, sembrava uscita dai fumetti di Hugo Pratt, sembrava la maga brasiliana di Bahia innamorata di Corto Maltese, le mancava una lunga sigaretta in bocca e un tavolino con i tarocchi sparsi davanti. Mi fermai. La osservai. Lei mi sorrise come se mi conoscesse. Era grande d'età, nè vecchia, però, nè troppo giovane, nè milf d'immaginazione segaiola, una donna seria, una di quelle che avrebbero aspettato una vita il marito a casa di ritorno dalla fazenda morto di fatica per lenirgli le ferite e lavargli i piedi, come un Gesù Cristincroce. Vuoi conoscere il tuo destino, mi chiese ? Sì,risposi senza riflettere troppo. Richiuse l'ombrello e mi invitò a entrare in un portone. Facemmo un piano a piedi e subito fummo in una sala abbastanza ampia e buia. C'era un tavolo al centro e lei mi invitò a sedermi. Cosa che feci con una certa calma. Ero stranamente calmo, pacificato, l'atmosfera intorno era ovattata come dopo una nevicata. Entrò in un'altra stanza che doveva essere la cucina. Dopo cinque interminabili minuti, praticamente un'era glaciale intera, tornò con delle tazze e una teiera. Bevi, disse, un pò di tè speciale. Io presi la tazza, lei mi versò il te' e bevvi. Aveva uno strano sapore d'erba, non sembrava un gusto che avessi già assaporato, aveva un sapore, come dire, ultraterreno. Bevve anche lei, in silenzio. Intorno a noi c'era la penombra e un mucchio di sedie apparentemente vuote, che mi davano l'idea di essere invece popolate di creature invisibili. Stai tranquillo, disse, sono i miei amici, mi tengono compagnia, vengono da molto lontano, e sono anche molto lontani, ma sedendosi a casa loro si siedono contemporaneamente anche da me. Riesci a capire? Chiese. Vagamente, dissi. Oh no, disse, capisci eccome, tu sei come me, solo che non lo sapevi. In che senso, chiesi. Sei come me, vivi di aria, di fumi, di pensieri, vivi nel passato presente, in un'altra era, in un altro pianeta, su un altro piano. Capisco, dissi. Cominciamo, dissi ancora. Apparve nelle sue mani un mazzo di carte e cominciò a mischiarle. Le sparse sul tavolo. Non vedevo il fondo del tavolo, doveva essere di vetro trasparente , era come se le carte restassero sospese, in aria, eppure non cadevano. Me ne fece scegliere alcune, a piacere, poi tirò via le altre e le scoperse. Erano disposte a semicerchio. Diedi un'occhiata sommaria e fra dieci carte mi soffermai su La Morte. Che significa , chiesi. La Morte non significa La Morte, indica che qualcosa sta morendo e che sta nascendo qualcos'altro. Cosa? chiesi. Stai per rinascere ancora una volta, la tua vita è un libro e sei al capitolo successivo. Ora però sta a te scrivere la storia. Morirò? Le chiesi. Non si muore mai veramente, qualcosa di noi resta sempre nell'aria, sulle pareti delle case che abbiamo abitato, nei letti dove abbiamo dormito o fatto sesso, sulle strade dove abbiamo camminato e persino sulla pelle dei corpi con i quali ci siamo amalgamati. Morirò? chiesi ancora. Non si muore mai, si cambia solo di stato. Fammi vedere cosa mi aspetta, chiesi. Attese un interminabile istante. Poi disse:" va bene, chiudi gli occhi". Aveva un viso fiero, denti bianchissimi, occhi penetranti, zigomi sporgenti ma aggraziati, pelle d'ebano e gli orecchini d'oro le illuminavano i lati del viso donandole un alone mistico. Chiusi gli occhi. Mi incamminai per un canyon illuminato da una luce appena antelucana, intorno a me non vedevo nessuno ma avvertivo delle presenze. Mi sentivo come su un tapis roulant, camminavo, camminavo, ma intorno lo scenario era sempre uguale. Rocce, deserto, strade sterrate, strade morte, Messico dell'anima. Poi lentamente incominciai a vedere qualcosa. Delle forme umane. Erano donne, avvolte in una sorta di burqua e gesticolavano come al rallenti. Sembrava volessero dirmi qualcosa. Mi si fece avanti una di queste creature e io la interrogai. Dove siamo qui? chiesi. Da nessuna parte e ovunque, rispose. Siamo all'inferno?, chiesi. Non siamo all'inferno, l'inferno è la tua vita. Ma io non sono infelice, non sto male, ho un lavoro, dei genitori ancora in salute, tanti amici. Non ti manca proprio niente? chiese la donna-fantasma. Ci pensai su un momento. Mi pare di no, dissi. Lei sorrise e fece per accarezzarmi. Mi prese per mano e mi fece entrare in una stanza. Mi fece stendere su un letto. Poi si tolse il burqua, si denudò. I suoi seni dritti all'insù mi ricordavano la vitalità degli ultimi momenti di antilopi sotto le fauci di leoni, era una scultura vivente, di pelle nera. Le osservai il viso. Era lei. La maga che avevo incontrato per strada. Con un gesto della mano chiuse la porta. Si distese su di me. Aveva ragione, la mia vita era un inferno, per questo gli angeli hanno pietà di noi e scendono dal cielo per allietarcela.
giovedì 24 gennaio 2013
L'antiproibizionismo e i socialnetwork, buoni a cattivi maestri
E' un pò di tempo che mi cimento con i social network, in particolare facebook e twitter. Dico che il loro avvento sta cambiando la gente che li usa e la gente in generale: la gente che li usa perchè sta sviluppando una nuova e potente forma di dipendenza e quella che non li usa perchè viene percepita come antica, demodè, non al passo con i tempi, dalla gente che invece li usa. La cosa che ho comunque denotato è che a fronte di uno sparuto gruppo di persone che usa facebook come un veicolo di divulgazione della propria produzione artistica o per chattare con amici e conoscenti lontani risparmiando in alternativa alla normale telefonata, vi è una vasta parte di persone che sono portate a usarlo come mezzo per ottenere la propria approvazione sociale e che soffrono terribilmente qualora non la rilevino dal numero dei "mi piace" su qualsivoglia argomento , scritto o foto o quant'altro, essi condividano con i propri amici o contatti. Anzi, spesso proprio chi cerca di mostrarsi indifferente al mezzo e ne parla snobisticamente , in realtà, in segreto, ne fa un uso spasmodico diventando una sorta di guardone dipendente dal mezzo. Twitter è un pò diverso, per impostazione tecnica e per la limitazione che ne è insita nell'uso ;in quanto si possono scrivere pensieri che non superano i 140 caratteri, in modo tale da rappresentarsi come una sorta di gara collettiva di battute, dovendo attirare l'attenzione e dare efficacia in poche righe, ed è destinato ad un pubblico più colto e più informato politicamente, che segue in diretta avvenimenti o trasmissioni televisive commentandoli all'istante e cercando, in questo modo , di ricavarne una eco di qualche tipo... Se sei una persona non famosa. Se fai parte del jet set politico-spettacolare-imprenditoriale, ogni tuo cinguettio diviene una dichiarazione ufficiale riportata puntualmente dalla stampa. Una sorta di ufficio stampa sintetico in 140 caratteri. E comunque facebook ha un'impostazione più commerciale, promuove e segnala di propria iniziativa persone e cose che possono portare un rientro economico , in qualche modo, e induce chi lo utilizza a pagare per visibilizzarsi maggiormente. Poi c'è chi usa facebook e twitter per rimorchiare. Anche se questi social network sembra stiano lasciando il passo a Grindr( per quanto concerne i gay, per così dire non troppo a caccia di preamboli) e a "what's up" per la scena cosiddetta etero-cazzeggioamanetta . E l'uso per così dire rimorchiatorio implica come in tutte le questioni virtuali, dei rischi per chi poi passa dal virtuale al reale, perchè la persona che si mostra virtualmente , solo raramente si autopercepisce realmente per così com'è, ma tende spesso ad autoenfatizzarsi sottendendo nel concreto intenti frodatori o ingannatori, per non parlare di maniaci, serial killer e stupratori seriali, aggiungendoci stalkers più o meno innocui . A seconda del numero dei suicidi che inducono. In definitiva i socialnetworks in molti dei suddetti casi appena riportati svolgono la funzione che negli anni '80 svolgeva, ad esempio, l'alcohol nel suo effetto disinibitorio su maschi già prodromicamente in crisi allorchè in una qualsiasi discoteca volevano prendere coraggio per avvicinare una ragazza. Negli anni '90 e duemila si è passati alle droghe sintetiche e ai vari profeti della House e Techno music che hanno fatto i soldi sulla pelle dei ragazzi e li hanno fatti fare a epatologi, trapiantisti e pompe funebri. Il danno di questi ultimi( i social network) è cerebrale, sta diffondendo il sapere per slogan, per frasi fatte ( non a caso Fabio Volo è un vero è proprio profeta delle bacheche) e sta allontanando le nuove generazioni dalla realtà fenomenica anche dei fenomeni fisici più semplici: si preferisce stare tutto il giorno davanti al pc anzichè ascoltare il flebile suono di gocce d'acqua di una stenta pioggerella autunnale, percependo lontani odori di terra bagnata , guardare foto e video di corpi perfetti che avranno l'odore inodore degli schermi piatti, guardare i politici dentro un salotto invece che sentire l'odore della gente ad un comizio, guardare le loro facce , i loro occhi, capire se provano ancora emozioni...La morale come al solito sta nel mezzo. Siamo sempre noi a decidere di non vivere come gli ikikomori, ragazzi giapponesi che trascorrono la loro esistenza chiusi in camera davanti al pc, perchè la vita là fuori non gli piace ed è dura. Siamo sempre noi, così come davanti alle droghe, che dobbiamo avere la capacità di dominare il mezzo senza farci dominare, dedicandoci ad un uso, per quanto possibile ,virtuoso e, men che mai, criminoso. Anche riguardo i social network, così come per qualsiasi forma di dipendenza, resto irrimediabilmente antiproibizionista. Solo avere la libertà di abusare ci induce ad autoregolamentarci. Proibire serve solo ad alimentare il desiderio e ad ingrassare i mercanti di morte, morale, cerebrale e persino fisica. Disseminiamo il mondo di maestri virtuosi, che mettano in guardia dai cattivi maestri e ci ricordino che la bellezza dei fili d'erba in una giornata d'autunno non potrà mai essere paragonata alla sua foto spedita su twitter.
martedì 22 gennaio 2013
Il venditore di cucine
Arrivava sempre sul tardi, al lavoro, non che non gli piacesse dormire, ma i suoi orari tenevano conto della maggioranza cattolica del paese, e siccome i suoi colleghi avevano dei figli, beh, lui poteva fare gli orari peggiori, tanto era uno sporco single, non s'era sposato, era strano, non che fosse frocio, ma era strano, chi era che non si sposava al giorno d'oggi facendo poi regolarmente le corna alla moglie che però era bella profumata nelle occasioni ufficiali in presenza di amici e affini? Nessuno immaginava che anche loro, le mogli, da quando c'era internet tradivano i mariti virtualmente e praticamente e sistematicamente, ma siccome erano sposate nessuno le poteva chiamare puttane ,erano sotto l'egida della santa romana ecclesiae, un organismo bancario che si fregiava di titoli religiosi governato da uomini che amavano altri uomini odiando se stessi nel pubblico disprezzo degli altri che lo facevano fuori dalle mura di Gerico. Posava la sua borsa nera che tutti osservavano come una specie di ordigno che si portava al seguito e si scommetteva su cosa contenesse. Conteneva libri, ma per non scandalizzare i presenti e per lasciare una divertente aura di mistero lui diceva che conteneva i suoi guai. E in un certo senso i libri portavano guai, aiutavano a pensare e pensare era cagionevole per la salute, perchè tendeva a farti rendere conto di quanto fosse assurda la tua vita, tirare la carretta per un pugno di ragazzotti brufolosi che erano poi i figli dei padroni del vapore, che trascorrevano la propria vita a prelevare dai bancomat paterni e materni un bel gruzzolo da spendere quotidianamente per i loro stravizi. Avere soldi di solito tende a farti dimenticare che potrebbe esistere un Dio e un al di là a cui rendere conto dopo, una volta tirate le cuoia . Posava come detto la borsa in un armadio lì nei pressi dell'area progettazione e cominciava il proprio lavoro. I clienti si sedevano al tavolo e lui cominciava a muovere sullo schermo con il mouse lavelli, piani cottura, pensili, tutte cose che chi comprava una cucina tendeva a non conoscere nominalmente e la cosa assurda era che chi le progettava, queste benedette cucine, ne avrebbe volentieri fatto a meno, preferendo un bel bivacco nel deserto arrostendo carni ovine o caprine, con un bel turbante in testa senza per questo credere in Allah. I clienti avevano pretese strane, far entrare in un metro e mezzo tutto il potenziale tecnologico degli ultimi ritrovati in termini di elettrodomestici, lavastoviglie, lavatrice, forno, fuochi, microonde, e quando lui spiegava che esisteva una materia che sovraintendeva a certe richieste e che si chiamava geometria, i clienti di solito rispondevano:"non si preoccupi, lei metta tutto uno sull'altro". Lui sorrideva amabile come un vino dell'ottocento e con molto tatto rispondeva:" non posso essere utile alla vostra causa, per progettare in questo modo c'è solo uno che può riuscirci". "Chi?", chiedevano i clienti inopinatamente. "San Francesco", diceva il nostro venditore di cucine. Mancava poco che replicassero" e dove lo troviamo questo architetto San Francesco?". Ma il nostro amico aveva già in canna la risposta adeguata:" difficile, lui è un'archistar". E così via, otto ore, una famiglia dietro l'altra, sempre le stesse dinamiche e soprattutto si doveva progettare la cucina tutta in funzione della presenza della televisione nell'ambiente, che la gente ci teneva a mangiare davanti ai telegiornali che mostravano mortammazzati, sgozzamenti, sottufficiali accoltellatori di donne indifese, capi di governo che usavano armi chimiche, non riuscivano a farne a meno, stimolava il loro appetito, senza la tv in cucina la cucina non aveva senso, non serviva a niente, tanto valeva mangiare al ristorante, erano persino disposti a sacrificare il tavolo snack o la lavastoviglie, cazzosenefregava tanto c'erano le mogli sguattere che dovevano lavare i piatti, ma proprio loro non sarebbero riusciti a ingurgitare un solo boccone senza guardare Giovinco battere una punizione vincente o Antonella Clerici cuocere un risotto allo zafferano, per non parlare dell'eterno loro presidente del consiglio, proprio di lui non potevano farne a meno, quant'era simpatico con le sue battute, i suoi raggiri, la sua furbizia, quanto sarebbe piaciuto a loro assomigliare a lui e quando adoravano mangiare gli spaghetti all'amatriciana mentre lui sorrideva ai giornalisti prendendoli in giro, era qualcosa che metteva appetito, voglia di cibo, convivialità, era la democrazia ed era lì, davanti a loro, in un piccolo schermo intorno al quale avevano costruito la loro cucina. Al termine della giornata il venditore di cucine riprendeva la sua borsa, timbrava il cartellino e usciva da quel posto. Una volta in macchina osservava il retrovisore e sorrideva. Accedeva la radio e c'era musica, poi qualcuno gracchiava e cambiava stazione, dove c'era musica, solo musica. Una volta a casa si faceva degli spaghetti al pomodoro, nella penombra, in silenzio, al silenzio, come nel deserto del gobi. Forse era per questo che Dio era stato visto nel deserto. Non c'erano tv , ne' radio, ne' idiozia, c'era la saggia silenziosa pazienza dello stare al mondo con la volta celeste per tetto e la sabbia calda del mattino sotto il sedere , prima di addormentarsi con i grilli, quelli veri, non quelli urlanti e televisivi. Non c'era bisogno di nessun Dio, perchè si era già in paradiso.
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