martedì 6 settembre 2011

Come una bossa nova (Uno)


E' notte, in cuffia Radio Bossa Nova FM mi fa viaggiare tra le spiaggia brasiliane, sotto l'ombra delle palme, col viso accarezzato dalla brezza, in bocca il sapore asprigno della caipirinha, in lontananza fanciulle mulatte dai corpi sinuosi e ofidici ancheggiano lanciando sguardi in tralice che emanano riflessi come di marlyn che tentino di slamarsi da ami di pingui pescatori seduti su grandi yacht d'altura, ancestrali urubu neri si stagliano sull'orizzonte ingentilito da una nebbiolina azzurrina come dopo un'esplosione, odore di olio di cocco, posso vedere i grattacieli del litorale di una qualsiasi città brasiliana rimpicciolirsi mentre li guardo attraverso il microscopio di un bicchiere di birra Skol giallo paglierino sollevata da un uomo panciuto che sembra godersi ogni momento di questo starsene all'aria prevespertina del pomeriggio caraibico, rumori di sottofondo di mototaxi nordestini, ecco mi sembra di starmene seduto a pensare su una spiaggia nordestina, del Brasile più autentico, primitivo, atlantico e marino, mentre aquiloni solcano l'aria innalzandosi sull'oceano come caricature di aerei destinati a trasvolare l'atlantico, mentre sotto una baracca all'ombra ragazze dal somatico indefinibile , androgino, ma non per questo meno misterioso e affascinante, danzano il samba del pomeriggio su questa spiaggia dove il tempo sembra essersi fermato, dove non conta più nulla , a parte l'attesa e lo scorrere dei minuti che non terminano mai e gli sguardi che parlano standosene in silenzio e i movimenti di bacini, occhi, mani che fumano sigarette e spinelli alla buona , un sound system lancia tracce di forrò che fanno danzare tutti compresi quelli che siedono e si danno da fare a scarnificare pesci pargo appena arrostiti o polli arrostiti o arrosti misti cotti con la dovizia di una cerimonia del tè giapponese, ma con più calma , se possibile...perfetta cornice che permette e favorisce lo sviluppo di mille amori o di un amore, non importa, dell'amore, comunque, perchè l'amore non è fatto solo di corpi scolpiti, ambrati dal sole caraibico, non è solo fatto di dentature perfette, di sguardi sfuggenti, di occhi che sorridono e di anche che danzano l'hula hop del desiderio solo e semplicemente camminando, ma l'amore è anche e soprattutto atmosfera, energia che si assorbe dall'aria, nel clima, è energia combinatasi atomicamente dalla somma alchemica dei ventuno grammi di quelli di noi che non ci sono più e se ne sono liberati, per lasciarla libera vagare nell'aria, senza che nessun Dio possa mai avere l'ardire di riuscire a irregimentare, che se dovessi darle una forma, a questa energia, sarebbe quella delle facce delle ragazze che danzano il forrò sotto l'ombra di una baracca, facce indie, facce nere, facce mulatte, facce bianche teutoniche, rosse belghe, italiche venete , scure mediterranee , facce africa, facce pellerossa, facce inuit, facce nippo, facce ciaina, che tutte insieme compongono un'unica grande faccia verdeoro che è il continente brasiliano.
E' notte e fuori è buio e c'è silenzio , nella periferia ovest di Milano, dove mi sono ritirato a vivere da oltre vent'anni e cerco di stare in equilibrio, con i miei sentimenti, con le mie emozioni, con le mie ragioni, con i miei valori, ma la vita è il vento che mi colpisce in viso e in faccia, come una tramontana gelida, mentre percorro un filo d'acciaio teso fra due grattacieli e sotto il vuoto più assoluto fatto di persone che mi guardano in attesa dell'evento tragico che dia un senso alla loro esistenza, per differenza, per sopravvivenza, cinque minuti di calda consolazione perchè è toccato a un altro e non a loro, cadere. Ma è giunto il momento per me di prendere il coraggio a due mani e di andare avanti sulla corda d'acciaio tesa fra i grattacieli di questa città stato. Senza aver paura di cadere, anzi forse avendo paura di cadere, perchè la paura genera attenzione, è vigile, mette concentrazione, mentre il coraggio uccide. Più che il coraggio l'eccessivo coraggio. I giorni scorrono inesorabili, i capelli si ingrigiscono, la pinguedine mi assale con l'autunno foriero di appetiti irrefrenabili antistress, nonostante il jogging quotidiano, almeno 45 minuti. Tutti i giorni dopo il lavoro, quasi in stato di trance, appena arrivato a casa dal lavoro, indosso la tuta e qualche vecchio maglione in disuso e senza troppo senso estetico modello runner milanese new generation, inforco delle scarpe da jogging neanche tanto tecnologiche e mi scaravento in strada. Via, nell'autunno incipiente, primi di ottobre, verso le sette e mezza di sera, ed è già buio, vado verso la mia quotidiana meditazione in movimento. Esco di casa a Corsico, cielo nero lavagna, intorno palazzoni di dieci e più piani popolati ormai in prevalenza da puttane nigeriane, matrone russe pettorute modello matrioska bodybuilder, esili polacchi emo, massaggiatrici cinesi, i soliti magrebini macilenti marlboro perennemente incollata al labbro secondo i classici dettami coranici del fumo male minore rispetto all'alcohol, reduci dal recente ramadan, e pochi stanchi calabresi e napoletani che resistono senza reali alternative auspicabili, mi inoltro nei vicoli dietro casa, sotto gli sguardi costernati di fastidio che dalle finestre e dalle villette intorno , nella strada che costeggia le finestre di casa, mi monitorano durante il passaggio, mentre cani ringhiano e abbaiano dietro le inferriate diventati cloni dei proprietari e delle loro idiosincrasie per il diverso da sé, nella fattispecie il jogger che nell'incipiente serata postlavorativa come un ninja forzato, in tutta scura e scarpe ginniche , prova a battere il tempo che passa , lo scazzo divanesco dello starsene in tv come ebeti o tossici in scimmia pura a lasciare che quella scatola emanante onde elettromagnetiche pensi per te, come si permette questo strano individuo, che a quasi cinquant'anni, e non ha più l'età, di andarsene a correre a quest'ora, mentre tutti noi guardiamo il tg di Italia Uno e ci inebriamo nell'idiozia più totale dello slogan gridato che pubblicizza la medesima rete, mentre si parla volentieri delle tette di Belen, delle pseudofrocerie di Corona, e quasi mai o per niente dei morti ammazzati sul lavoro in ognidove in Italia, negli anni zero che sarebbero dovuti essere gli anni della sicurezza assoluta e della tecnologia che affranca l'uomo dalla fatica del lavoro...penso tutte queste cose mentre i cani abbaiano rabbiosi dietro le inferriate facendomi venire voglia di diventare il primo serial killer di cani a guardia di villette hinterlandiane milanesi. Prendo a sinistra e sento lo smog delle auto che mi pizzica il naso e la gola, mentre salgo e scendo dal marciapiedi, illudendomi che questo andare su e giù per i marciapiedi, schivare buche, saltare gobbe sull'asfalto semiporoso del paese , mi alleni tutti i distretti muscolari, come il primo bianco che corre come un keniano nella valle del Rift, dove decine di ragazzi neri africani, memori della corse di chilometri a piedi, per andare a scuola, con ogni tempo, hanno deciso di prendersi un riscatto sulla vita e sul mondo, continuando a fare quell'esercizio che li portava sui banchi davanti ad una lavagna raffazzonata e a gessetti mossi nervosamente da maestre dentibianchi improvvisate dell'ultim'ora ma non meno importanti e forse più pregnanti di professori liceali di un occidente evoluto ricco e povero di idee, primo bianco che corre a prescindere da un allenamento per qualsiasi gara, ma solo per la gara della vita, della sopravvivenza, la gara del mantenersi in salute e sani di mente, combattere il colesterolo e i grassi nel sangue del corpo e il colesterolo dell'anima, ancora più pericoloso. E mentre mi infilo su un viottolo sterrato che si apre in mezzo a pioppi che fanno il presentat'arm a canali irrigui limpidi che ospitano trote guizzanti, incontro quasi sempre dei tossici senza età, uno piuttosto robusto in canotta estiva, persino in inverno, e pantaloni mimetici, con uno stanco pittbull con un'espressione senza espressione, con occhi languidi e cerulei, che pare in scimmia come il proprietario, proiezione canina del proprietario, il quale mi osserva sempre caracollare con la mia teoria sonora di passi strascicati sul brecciolino del viottolo in questione, ma io nel ricambiarlo col viso capisco che è lo sguardo truce del cobra negli ultimi attimi prima che la mangusta gli dia il colpo di grazia, fragile com'è, lui e i suoi colleghi di siringa o di vena, che di quando in quando spariscono dietro i cespugli di more perennemente spogli, come i rari alberi di fichi disseminati lungo questo percorso bucolico che si apre improvvisamente e improbabilmente nel bel mezzo dei quartieroni di palazzoni di Corsico, Buccinasco & company, spogli in realtà, perchè qualsiasi bacca o frutto non fanno in tempo a crescere che nugoli di pensionati che hanno tutto il tempo per godersi la miseria della recessione galoppante, li estirpano neanche giunti a maturazione, con quell'ottica di rapina che l'italiano medio di ogni latitudine si ritrova ad avere di fronte alla cosa pubblica.
Poi di volata lungo un vialone, a destra campi di granturco d'estate o brulli d'inverno, gracchianti di cornacchie grigie in pasturazione, attraverso gli occhi delle quali faccio delle esplorazioni in zona, immaginando di trasformami in qualcuno di questi volatili che secondo Castaneda sono dei conduttori momentanei o permanenti di anime, ricognitori alati attraverso gli occhi dei quali uomini dotati di speciali capacità oniriche riescono a vedere e prevedere agguati di nemici e incombenze della vita. Qualche airone cenerino o bianco, attraversa il volo il vialone, mentre a sinistra condomini di due o tre piani immersi in giardini così curati da sembrare artificiali, stanno immobili e silenti come transformers congelati da qualche potenza aliena in attesa di attivarsi in un futuro prossimo venturo così lontano da immaginare che gli uomini se ne andranno in giro con le clave.
Dopo una curva, vedo in fondo ad un altro vialone, una grande fontana, al centro di una rotonda che regola il traffico, mentre a sinistra, lungo la siepe dei condomini verdeggianti, qualche altro jogger si dà da fare per consumare delle costose scarpe nuove fiammanti appena acquistate da qualche negozio di settore dall'altisonante nome di “Paradiso del Runner”, tipico, questo aspetto di un popolo che non sa più improvvisare, ma che tende a svolgere tutto, qualsiasi cosa, in base a canoni di specializzazione, in ossequio alla cultura della specializzazione, la cultura delle varie Bocconi e Luiss, dove ti insegnano a pensare solo con un lato del cervello, quello che serve a chi detiene le leve del potere economico e finanziario del pianeta. Oltre la fontana attraverso un parco dove spesso trovo uomini o donne di mezz'età, che accompagnano i cani a pisciare, così assomiglianti che qualche volta mi viene fatto di pensare che siano i cani a portare loro a pisciare, e a volte mi fermo davanti a delle panchine di pietra a fare degli esercizi, per gli addominali o piegamenti sulle braccia, ma senza il fanatismo “marine” del fissato per la cultura fisica, ma più che altro per accertarmi dell'esistenza in vita delle altre parti del corpo che non siano le gambe motore giocoforza del corridore. Qualche volta le panchine del parco sono affollate di sbarbati dal viso albino e sbattuto che mi guardano circospetti e impauriti, mentre si rollano le loro canne di noia postprandiale o serale e mi guardano con odio, sfrecciare sulle passatoie di mattoni che serpeggiano in mezzo all'erba morta o tenuta in vita a flebo di pesticidi, mi odiano a prescindere, diverso dai diversi del neoconformismo tetracannabinolico, della serie se non fumi erba o hashish non sei della crew( almeno fosse vero hashish, è solo sterco incartaopecorito vendutogli da marocchini affabulanti meraviglie tossicologiche da inesistenti “Mille e una notte”). Svolto a destra e taglio per un pezzo d'erba e m'infilo in un viottolo a fianco di un nuovo compresso di palazzoni, sul mio lato sinistro un canale irriguo di acqua limpida e davanti a me due panchine quasi sempre vuote, lignee panchine che stanno all'ombra di due immense e imponenti querce che mi commuovono e che mi danno la sensazione di essere degli eroi arborei che sopravvivono come vecchi e immortali guerriglieri all'avanzata del cemento e dei quartieri di calcestruzzo nati da plastici di architetti spastici brillanti solo a rimpinguare i propri conti in banca e a sedersi ben abbronzati di lampada in studi televisivi a fare le star, tragicomico destino di chi ha progettato carceri dorate cinte da giardinetti finti, scale finte, cemento finto e balconi in anticorodal spacciato per glamouroso. Passo attraverso un ponticello di legno e faccio un altro pezzo di viottolo brecciato, in mezzo a due canali irrigui sui lati, dove talvolta vecchi “sciuri” in pensione se ne stanno in bermuda stinte a pescare con nipoti entusiasti di questo piccolo Quark in scala ridotta che darà loro l'illusione di sapere cos'è un pesce, idea che quel assai poco guizzante surrogato di trota che di quando in quando vedo dimenarsi alla moviola appena preso all'amo non potrà mai dare. Privo com'è, oramai della violenza tipica di tutti gli esseri liberi che rinuncerebbero alla vita pur di non finire in una casseruola, abituato a quei piccoli corsi d'acqua artificiali il cui corso è deciso dall'uomo, pesci detenuti, che hanno perso ogni orgoglio protervo di anelare alla libertà. Sulla sinistra mentre faccio un pezzo di asfalto, mi appare il cimitero di Buccinasco, e mentre osservo quei lumini o quelle tombe con croci stinte o lignee e qualche parente con dei fiori in mano che chiude la macchina con un comando a distanza ed entra nel camposanto come sull'Enterprise di Star Trek e mi faccio la croce, così, come un antico gesto apotropaico in omaggio al paterno non ci credo ma ci penso, ma più che altro per ideale ossequio ai miei morti sparsi per i vari cimiteri appulosalentini, per tutte quelle volte che non ci vado, tutte le volte che passo da quelle parti, nutrendomi dei vivi e trascurando i morti e le loro tombe, che, si creda o non si creda, sono templi del ricordo, dove davanti ad una foto e ad un mucchietto d'ossa , uno finisce per parlare a delle anime o entità che non esisteranno più. Questo uccide gli uomini, non l'aids, la sifilide, la peste, il cancro, l'uomo lo uccide l'idea che alcune cose e , soprattutto, alcune persone, non tornino più e uno le tiene vive nei ricordi finchè un alzahimer o la vecchiaia incombente non stempera e sporca persino quelli. Epperò illuderci di essere individui superiori a qualsiasi altra specie del creato, ci lascia mostrare una hybris fuori luogo che ci autorizza a travalicare ogni limite, sia nel buon senso che nelle atrocità.
Adesso entro sotto un arco artificiale che annuncia che sto immergendomi in un percorso vita, non prima , però di essere passato sotto un ponte della tangenziale ovest, mentre milioni di macchine ci passano su con una violenza inaudita, meccanica, elettronica e dromologica, milioni di persone che vanno o tornano dal lavoro, tutti soli, uno per macchina, quintessenza dell'individualismo solipsista imperante pietra angolare del consumo di merci. Passo all'interno di un complesso di casette di campagna, giusto davanti ad una vecchia cascina, dove una chiesetta, la chiesetta della Madonna bambina di Buccinasco , sempre chiusa solitaria e buia all'interno , mi accoglie con la sua presenza imperitura di un edificio bastante a se stesso persino nell'incombenza di sgretolarsi. Due madonnine a bordo strada mi impongono un nuovo segno della croce, questa volta ad invocazione di numi, se esistono o meno si vedrà, che mi aiutino a fare la salita che mi farà attraversare il ponte che ho già attraversato sotto il fondo stradale. E vedo già, a metà salita l'enorme interminabile teoria di macchine che insieme producono quel caratteristico rumore di traffico, di fervore meccanico, quasi un urlo da stadio, più uniforme e monotono, della tangenziale ovest, mentre sulla mia sinistra una grande risaia mostra nello specchio dell'acqua che la inonda nuvole grigie proteiformi che mostrano facce di Padre Pio, Cristi in croce , teste di Che Guevara col basco che fumano un sigaro, dirigibili tedeschi, Corto Maltese sulla plancia di un veliero o Tex Willer a cavallo in cerca di un pezzo di deserto per un bivacco ritemprante. A centro ponte vedo milioni di macchine passarmi sotto e tutti mi guardano sfrecciare sul ponte con la mia andatura stanca e caracollante e pensano con invidia malcelata allo sfigato che sono, incapaci solo di lontanamente concepire che in quel momento sono l'uomo più felice della terra. In quel momento i miei sensi al massimo dello sforzo sono anestetizzati all'ennesima potenza, potrebbero spararmi o infilzarmi con una freccia di balestra che non potrebbero fermarmi, le endorfine al massimo, come sotto l'effetto di mille dosi di morfina, ed ho tutto dentro come qualsiasi altro essere umano, sto solo scoprendo le mie potenzialità...che questo è in fondo che si richiede all'uomo, questo deve essere il suo scopo precipuo in questa vita, portare al massimo livello la sua ricerca di conoscenza sul mondo e su se stesso nel mondo, potrei abbracciare tutti gli esseri viventi sentendomi armonico con loro proprio perchè non sembra importarmene per nulla di loro proprio perchè me ne importa e c'è buddismo in questo, c'è taoismo, e ce l'abbiamo tutti dentro solo che non sappiamo come si chiama, non sappiamo riconoscerli, potremmo chiamarlo in onore della cultura cristiana, lo spirito santo. Non c'è bisogno di credere, basta staccare il cervello dalle incombenze materiali del vivere, anzi dalla dittatura della produzione di beni e servizi per altri, anche solo per una quarantina di minuti, tutti i giorni, chi con la corsa, chi con lo yoga, cucinando o bevendo una ceres o un tè verde al bergamotto, lontani da quell' eleusino oracolo tecnologico della tv, che ecco che tutti noi siamo in grado di riconoscere quel momento zen che dà un senso compiuto alla nostra vita. In discesa a rotta di collo, in mezzo a capannoni industriali, mentre chiudono e gli ultimi dipendenti fumano la sigaretta della staffa prima di mettersi in macchina e percorrere la tangenziale. La stazione di servizio sulla destra, mentre un bel po' di impiegati dopolavoristi si stanno lavando con dovizia l'auto, con una pompa a mano che spruzza acqua ad una velocità impressionante, mi lascia pensare che lo stiano facendo per rilassarsi e per far godere la loro utilitaria, quasi la personificassero e infatti qualcuno ci parla, l'accarezza, la coccola. Attraverso due rotonde e mi immetto su una pista ciclabile rossastra, in mezzo a capannoni industriali che emanano odori forti di vernici e lacche che mi fanno venire in mente ragazzi di strada ai semafori di Fortaleza sporti al finestrino del taxi che chiedono spiccioli strafatti di colla, bruni, ambrati ma tragicomicamente profumati dalle lacche inalate a profluvie. Al termine della ciclabile svolto a sinistra tagliando una rotonda, una collega di lavoro rumena in bicicletta mi riconosce e mi guarda con un improvviso interesse che io immagino persino sessuale , abituata a percepirmi e vedermi come un collega di lavoro piuttosto intellettuale e stolido, potere disinibente dell'atletismo mostrato in strada.
Percorro un tratto di strada verso l'involontariamente tautologico Parco della Resistenza, a destra ragazzi fumano uscendo da una palestra di bodybuilding dove a parte rimirarsi allo specchio non hanno fatto molto al contrario di quel che pensano vedendosi grossi. Per correre ci vogliono le palle, non basta fare i pugili, i calciatori, i giocatori di rugby, i karateka, solo la corsa forgia il carattere. E bisogna correre immaginando di fare il doppio di strada di quella che si sa di dover percorrere. Lungo l'inferriata del Parco della Resistenza, sfreccio con la mia maglietta con su scritto “Partigiani Sempre” e un idiota italico medio mi lancia un “meno male che Silvio c'è”, cantato e un “Italia uno” urlato, in questo paese che ha perso il senso del pudore e che non si vergogna più di niente , nemmeno della propria ignoranza. Corro ancora lungo il periplo del parco che fra qualche anno si chiamerà Parco del Grande Fratello , c'è da giurarci, ma niente mi distrae dal completare il mio allenamento, nulla può distogliermi dal mio bipede viaggio quotidiano nel viaggio della vita. Ancora un allungo e infilandomi in dei vicoli, in men che non si dica, sotto gli occhi di esterrefatti passanti, chi fumando, chi flirtando appoggiati a un auto, percorro gli ultimi cento metri, che faccio alla velocità del velocista giamaicano della mia immaginazione. Una volta fermo continuo a camminare. Trenta metri e sono davanti a casa , dove mi fermo davanti ad un palo che segnale divieto di sosta a fare stretching, indispensabile corredo al termine della fatica. Osservo il palazzo di fronte al mio, un palazzone vecchio e crepato, dove al quinto piano alcune finestre sono aperte estate e inverno e nere nigeriane e russe discinte si alternano a lavare piatti e cucinare, lanciando di quando in quando sguardi al mio indirizzo e sorrisi sornioni, in reggiseno alcune, con magliettine che coprono tette free lance, altre. Io rispondo al sorriso e faccio per rientrare nel portone del mio condominio. Nella mente la gradevole immagine di questa gente che sa ancora sorridere e che se ne frega della disperazione, e che anzi la scaccia dalla propria vita in modo ammirabile, mentre lava i piatti nel proprio momento zen della giornata, prima di andare a battere o a fare lavori pesanti e malpagati in pizzerie di italiani che non sanno più apparecchiare un tavolo , o in fabbriche che gli italiani non sano più tenere pulite o prima di andare a mandare i soldi con money transfer in lontani paesi che sembrano sputi su google maps, ma che conservano la memoria genetica di un'umanità che noi italiani abbiamo perso per strada perchè ci siamo creduti americani. Incontro nelle scale un paio di inquilini del mio condominio. Facce tristi e spente di chi ha casa, box auto e abbonamento a San Siro ma non sa più sorridere alle foglie secche.

venerdì 2 settembre 2011

Come un racconto (terza parte)




Il lavoro sul polpaccio procede. Il viso Yanomami viene inciso per sempre nel polpaccio. Camminerò nella giungla per sempre. Sull'impiantito dell'azienda, per strada, su asfalti roventi o bagnati esalanti aloni come geyser, su strade sterrate, ovunque. Quello che mi interessa del tattoo è lo spirito che ti infonde. E c'è il fatto, poi, che io non ho la faccia da tatuato e non mi piace ostentarli. E' bello vedere l'espressione di meraviglia sul viso quando ti spogli, in spiaggia al mare o prima di fare sesso. Gli occhi di chi ti guarda si fumano una canna senza fumarsela. Rispetto agli altri due tatuaggi, rispettivamente un minotauro e un budda giovane, scolpiti sui deltoidi, questo, sul polpaccio, fa male, dopo un po'. Certo un dolore sopportabile che ti ricorda in senso buddistico il dolore di esistere. Con la mente vago, esco dal palazzo, scendo per le strade del quartiere, zona Cologno Monzese. Incontro un uomo che si muove con una stampella. Soffre molto nei movimenti. Ogni passo una smorfia di dolore. Più avanti incontro un vecchio. Il suo viso è scavato e triste, la vita è passata e non ha fatto quello che avrebbe voluto fare. Alla fine tutti dobbiamo morire. In pratica faccio lo stesso percorso iniziatico del Buddha. Con la mente. Ritorno in me. Tommy mi sta scolpendo il tattoo.
“Non mi piace fare tatuaggi a scopo commerciale. Non faccio tatuaggi a chiunque. Mi deve piacere la persona a cui tatuo qualcosa. Porterà tutta la vita addosso qualcosa di mio. Si stabilisce per sempre un rapporto personale”, dice.
“Questi tatuaggi non lo vedrai mai in giro a nessuno, sono frutti di disegni unici creati a posta per te o per chi tatuo”, dice ancora.
Renata sfoglia Tolstoj e assente col capo .
“Uh uh”, dico io.
Va avanti veloce, Tommy e in un'ora a mezza ha già definito il disegno e si accinge a passare alle sfumature in nero dei capelli.
Come un alchimista muove minuscoli alambicchi plastici attento a non contaminarli per poterli riusare, con aghi rigorosamente monouso. Ci versa dentro i colori. Pulisce il lavoro fatto con uno spruzzino di disinfettante. Si cambia i guanti sterili. Il sole comincia un po' a perdere di intensità, la sua luminosità prende ad opacizzarsi. Forse una nuvola, forse il pomeriggio inoltrato.
Renata di quando in quando dà una mano, ora a noi, ora a Pablo, per consolarlo. Non riesce proprio a capire che cosa stiamo facendo, poverino. E perchè non giochiamo con lui.
Ad un certo punto facciamo una pausa. Io vado in camera da letto e guardo allo specchio il frutto della prima stesura. L'immagine è nitida e ben scolpita, il nero dei tratti intenso. Fra un po' passeremo alle sfumature, alle rughe , ai particolari degli occhi, che Tommy vuole ieratici e magici, come si conviene ad un personaggio di impronta castanediana. Beviamo un bicchiere di Canonau, che fa sempre buon sangue. Guardiamo al pc qualche foto del recente viaggio che Tommy ha fatto in Sardegna, terra della metà del suo sangue, da parte di madre. La seconda metà , quella da parte di padre, è calabrese.
Belle foto con sfondi naturalistici di natura mediterranea, macchie di lentischi , ginestre , rocce preistoriche, fichi e fichi d'india. Assolutamente assente alcun tipo di fico milanese doc o d'importazione.
“Ero al bar con un mio amico d'infanzia. Lui adesso fa il finanziere. Io l'ho salutato. Lui mi ha guardato come se avesse visto un gremlins. Mi fa, sei tutto tatuato, ma che ti è successo? Scommetto che c'eri anche tu a Genova, al g8. Io gli dico, ma che cavolo c'entrano i tatuaggi col g8? Sei proprio un ignorante. Fra noi due chi è peggiorato, gli dico, nonostante le apparenze, sei tu. E me ne sono andato per i cavoli miei. Finchè la gente ragionerà per luoghi comuni non cambierà mai niente”, dice Tommy.
“Allora fai prima a dire che non cambierà mai niente...cambiano le facce e i colori, ma le architravi della società, vale a dire Economia, Chiesa, Politica , vengono mossi da pochi grandi vecchi che si assicurano che cambi tutto senza che cambi niente. Siamo il paese dei gattopardi”, dico.
“Siamo il paese delle zoccole”, dice Tommy. Touchè.
Riprendiamo il tattoo. Mi ristendo sul tavolo. Pablo ora siede ai piedi del tavolo, la lingua penzoloni a lavare il parchè, sembra essersi calmato ed aver accettato la sua condizione di animale essere innocuo che si contenta della vicinanza e della prossimità degli umani, senza contatto fisico alcuno. Renata riprende Tolstoj. Guarda con soddisfazione al lavoro svolto e dà qualche consiglio. La luce del sole comincia mano mano ad affievolirsi . Ora il dolore al polpaccio comincia a farsi intenso, come tante punture di spillo. Esercito la mia resistenza fachirica cercando di non darlo a vedere. E' il momento dei colori. I minuscoli alambicchi vengono intinti di continuo per il rosso, il blu e il giallo delle bacchette infilate in naso e labbra dell' indio. Il verde viene dato sulle foglie intorno alle orecchie, tutto in sequenza.

Al tramonto il lavoro volge al termine, sono trascorse circa sei ore ed il risultato è francamente incoraggiante. La faccia dello Yanomami è ora immortalata per sempre sul mio polpaccio. Me lo porterò con me fino alla tomba e porterò un pezzo d'anima di chi lo ha disegnato con me . Renata nel frattempo va di là in camera da letto e naviga per un po' in internet. Ecco, adesso, sono al culmine del dolore. La schiena mi fa male, per essere stato disteso a lungo prono e le punture di spillo si fanno sentire lancinanti. Non c'è più endorfina che tenga.
Tommy dà gli ultimi ritocchi e mi consente di alzarmi in piedi. Guardo il risultato allo specchio nella camera da letto, aprendo le ante dell'armadio. Lo Yanomami sembra animato di vita propria, i muscoli del polpaccio agitandosi per il movimento del camminare dà alla faccia una plasticità sconcertante. La faccia parla, sembra volermi parlare, sembra volermi dire delle cose . Forse mi maledice per essersi trovata di colpo sul polpaccio di un uomo occidentale che vive nella modernità che è la lapide della vita primigenia. Che altro non è se non la vita vera tout court. Mi siedo per rilassarmi un poco. Mi sento come in preda ad una strana febbre. Bevo un bicchiere di Canonau per riprendermi. Renata comincia a cucinare una pasta con sugo di melanzane. C'è una catartica armonia nell'aria, dopo una sofferenza che non assomiglia per nulla a quella della vita quotidiana. Mi sembra di essere stato altrove. Nella giungla amazzone , in un tempio buddhista zen o a Badu'e carros, in un carcere speciale sardo, dove detenuti politici di una rivoluzione che non c'è mai stata meditano su una sconfitta nata dall'aver confuso il popolo con la gente .
Tommy, con calma, comincia a mettere in ordine le sue cose, in mezzo al tepore dei tegami con sugo di melanzane e pasta a bollire .
Dopo una ventina di minuti di assestamento, Renata si assenta per andare in bagno e Tommy, lì, seduto, di fronte a me prende a parlarmi.
“Quando siamo stati in Sardegna in vacanza, mi è successo un fatto che definirei magico. Lo sai io sono un razionale, non credo molto a queste cose, ma si è verificato un fenomeno sconcertante. Mentre ero a letto una notte, ho sentito in alto, davanti a me disteso, un intenso profumo di tabacco e di sudore che mi ricordava mio zio. Una specie di nuvoletta. Non mi sono spaventato. Ho cercato di capire meglio cosa stesse succedendo, se per caso stessi sognando. Ho auscultato i capelli di mia moglie che dormiva a fianco. Ma non proveniva da quei capelli, quella emanazione. Mi sono rivoltato e quella cosa, dio, era ancora sopra di me. Un profumo intenso di tabacco e di mio zio. Sai io quando vado in Sardegna vado sempre a fargli visita al cimitero. Ma questa volta ancora non c'ero stato. La cosa è proseguita per parecchie ore. Non ho pensato a nulla e non ho avuto paura. Non l'ho detto a nessuno. La mattina dopo sono andato al cimitero, sulla tomba di mio zio. Gli ho parlato . Mi sono scusato con lui per non essere andato a trovarlo prima . Poi il fenomeno non si è più ripetuto. Ecco lui voleva solo questa gentilezza, che lo andassi a trovare”.
“E che idea ti sei fatto?”, gli chiedo.
“Niente, nessuna idea. Forse noi non moriamo veramente, cambiamo solo stato, diventiamo, ghiaccio, acqua, vento, ma la nostra energia resta per sempre. Per questo quelli che fanno i figli al solo scopo della continuazione biologica di se stessi, sono una manica di egoisti. Un figlio è una vita a sé stante, non un tuo clone. E tutti noi siamo energia inestinguibile. Esiste tuttavia un mondo in cui la morte muore veramente. Ma non sono sicuro che sia proprio un male, questo”.
“Già, può essere l'estinzione perpetua del dolore, un concetto buddista”.
“L'hai detto, fratello”.
“Nel disegno dello stregone, per il tattoo, ti sei ispirato a questa cosa?”.
“Un po' si, lo devo ammettere. La faccia sembra quella di un uomo oltre ogni tempo”.
Nel frattempo Renata è rientrata. La pasta è pronta e serve questo piatto mediterraneo, che Tommy non perde tempo a sottolineare, vegetariano, in tavola. E'molto buona e il Canonau la accompagna degnamente. Renata è tutta soddisfatta del proprio risultato e del gradimento machista di noi mediterranei seduti piantati in tavola come gli uomini di una vola del sud cui le donne non concedevano alcuna collaborazione.
Poi Tommy si alza, con mia viva sorpresa. Ma è per prendere una prelibatezza da farmi assaggiare, dice. Una crema di mirto di Chia. Una vera rarità, a quanto pare. Ne bevo un bicchiere ed ha un sapore paradisiaco. Glielo faccio notare e i suoi occhi gli si illuminano. Altro che Bayles, quella merda la lasciamo bere ai fichetti impregnati di pubblicità ed happy hour.
Ce ne stiamo seduti per qualche tempo, in tavola, a parlare del più e del meno. E più è trascorso il tempo e meno abbiamo parlato di lavoro. L'armonia ha fatto il suo ingresso nelle nostre vite della giornata. Ma è già tardi ed io devo andare. Sono venuto con i mezzi ed è già quasi mezzanotte . Ma c'è tempo per un mirto, puro questa volta, che mi lascia sul palato il sapore della macchia mediterranea, delle scogliere dove si infrangono mari gravidi di ricci, del vento che stormisce le fronde della macchia mediterranea e del lontano verso di un gheppio che ha già scovato la sua arvicola di turno.
Dopo un po' usciamo tutti e quattro, Pablo compreso. Eccoci qui, nel buio hinterlandiano inoltrarci con la stanca a sacaracchiante Ka per le strade della periferia milanese, verso Sesto Marelli. Ci salutiamo affettuosamente. Tommy mi dà le sue ultime raccomandazioni sull'uso del Bepanthenol, una crema lenitiva normalmente usata per i rossori naticali neonatali. Scendo dalla macchina e con le mie bermuda celesti, mi addentro all'interno della metro, con la caviglia fasciata dal domopak, più per tema che lo yanomami urli per lo spavento dei mostri che andrò ad incontrare, che per proteggere il polpaccio.

mercoledì 31 agosto 2011

Come un racconto (seconda parte)




A Sesto Marelli, scesi dal treno e uscii in strada. C'era un padronato con i simboli dei sindacati nazionali che stavano stingendosi in linea col seguito che stava mano mano sempre più disaffezionandosi. C'erano un mucchio di biciclette parcheggiate e legate con catenacci di varie misure e fogge, a segnali stradali, reggimano della fermata della metro e tubi metallici che facevano da spartitraffico. In giro solo cinesi e arabi. Più cinesi. Persino i semafori lampeggiavano sul giallo. Sembrava un quartiere di Pechino. Attesi l'arrivo di Tommy. Doveva venire a prendermi in macchina. Alcune donne berbere con passeggini della chicco vestite in abiti tradizionali apparvero all'orizzonte del marciapiede. Imboccarono l'ingresso della metro e scomparvero. Gli autobus arancioni dell'Atm passavano e ripassavano semivuoti, con qualche stanco extracomunitario che vi si trastullava dormicchiandoci dentro a godersi l'aria condizionata. Dopo qualche minuto Tommy parcheggiò a bordo del marciapiede nei miei pressi. Mi aprì la portiera della macchina. Era una Ka molto vecchia, piena di gibollature. Entrai dentro, e mi dette il cinque alla maniera dei rapper afroamericani. “Cia fratello, come stai?”, mi fa.
“ non male, amico, non male”.
“Scusa per la macchina ma io me la faccio durare finchè non m'abbandona lei e al culo le case automobilistiche”.
“Ci puoi giurare, fratello, sono con te anch'io”. Anch'io avevo una macchina vecchia. In base alla legge non potevo circolare a Milano e provincia ma pagavo ragolarmente bollo e assicurazione. La tipica ipocrisia dello stato, fa delle leggi per rinnovare il parco macchine obbligandoti a indebitarti con le finanziarie e nel frattempo esige che tu paghi bollo, assicurazione obbligatoria e revisione ogni due anni su una macchina che non può più circolare per legge . Finchè non ti fermano. Doppia ipocrisia.
Facemmo qualche chilometro in direzione di Cologno Monzese. Tommy aveva preso a parlarmi con quel suo aspetto messianico, i capelli cortissimi, il pizzo brizzolato, vari orecchini, occhialini da vista da poeta gramsciano e tatuaggi che gli fuoriuscivano sui robusti avambracci. Stava illustrandomi le sue ultime tendenze vegetariane nel campo alimentare. E voleva studiarsi come si deve il buddismo. Era alla ricerca continua di una spiritualità a lui confacente, che lo facesse resistere il più a lungo possibile, in questa vita che condividevamo insieme fatta di lavoro routinario, ripetitivo e di contatto col pubblico in un immenso Centro Commerciale , in un paese che stava sempre più diventando ignorante, arrogante e cattivo. E più venivamo a contatto con la gente, più maturava in noi l'idea irrefrenabile di non voler essere come loro. Di non voler diventare come loro.
Venivamo oramai sottoposti ad un fuoco di fila di insulti da clienti che ti trattavano come un rotolo di carta igienica, buono per pulire ogni culo, all'infinito, dieci piani di morbidezza. Gli italiani odiavano gli impiegati. E gli italiani impiegati erano i peggiori aguzzini quando vedevano altri impiegati. Dentro di loro scattava la molla del “perchè non stanno lavorando abbastanza?”, “perchè non li vedo scoppiati?”. E ti chiedevano di tutto cercando di metterti in difficoltà. Non accettano che uno possa svolgere il proprio lavoro serenamente. I lavoratori autonomi quasi tutti evasori fiscali , si sentono tutti imprenditori in pectore e per questo si autorizzano da soli a trattarti male. Intercalando le loro richieste, ad esempio, con frasi tipo, “sempre se ne ha voglia”, o, “con suo comodo”. Era chiaro che al temine di una giornata di otto ore in quel modo, ricorrere a qualche pratica buddista per cercare di arrivare all'ora del sonno in condizioni accettabili, era il minimo che si potesse fare. Meditare e cercare il distacco. L'alternativa era diventare come il protagonista di “un giorno di ordinaria follia”. Ma non era nelle nostre corde . Per adesso ;-).
“Oggi mi sento in forma, ti faccio un tatuaggio dall'alto significato spirituale. La faccia di un indio Yanomami, uno stregone. Rappresenterà il tuo primitivismo. Ho fatto il disegno cercando di pensare al tuo carattere, al tipo di persona che sei. Sono sicuro che ti piacerà”, disse Tommy.
Parcheggiò nei pressi di una serie di condomini circondati da ampi giardini.
Scendemmo dall'auto. In lontananza mi indicò il luogo dove aveva acquistato, tramite un mutuo, quello che sarebbe diventato il suo laboratorio da tatuatore. Lo avrebbe chiamato “Blue Owl”. Gufo Blu.
Varcammo un cancello metallico e ci dirigemmo, attraverso dei camminamenti di cemento che si aprivano in quadrotti di prato all'inglese, verso un condominio enorme. Sembrava una fortezza. Blocchi enormi di cemento di più di dieci piani. Aprì il portone, prendemmo l'ascensore.
“Mi sento meglio , ho riposato ieri. Quel lavoro mi sta uccidendo. Torno a casa che ho il cervello in pappa. Ci metto un giorno per riprendermi. Devo fare meditazione, guardarmi un film. Pablo, il mio cane, se ne sta lì a guardarmi con quella faccia abbattuta. Vuole giocare e io non ce la faccio. Lui mi guarda incazzato, come per dirmi, ma perchè non vuoi giocare con me?”.
“Già, hai ragione, lavorare otto ore in un centro commerciale ti annienta. Mi viene in mente Bukowski, quando racconta che ci metteva tutta la notte per riprendersi dal suo lavoro di impiegato postale e quando si era ripreso, era già mattina e doveva andare di nuovo a lavorare”.
“Se fossimo più furbi ce ne andremmo da quel posto. Ci ucciderà”, disse Tommy.
L'ascensore ci mise una vita per arrivare a quello che doveva essere l'ottava piano o giù di lì .
“Il fatto è che il capitalismo è un sistema basato sullo sfruttamento dell'uomo sull'uomo. Se sei bravo a sfruttare gli altri, allora fai i soldi. Io non ce la faccio a sfruttare gli altri. Troppo cattolicesimo, troppo catechismo e troppo onesto comunismo. E che cosa ci ho guadagnato fino ad esso ? Una vita da arrancatore sociale. Mentre quelli che dicevano di combattere nel mio nome e nel nome di quelli come me...beh, quando hanno visto la malaparata, come si dice dalle mie parti, hanno pensato bene di assicurarsi un po' di fieno in cascina per loro, e al grido di salvi chi può e in culo al sol dell'avvenire, hanno cominciato a pensare all'avvenire dei soldi. I propri, per la precisione ”, dissi.
Tommy entrò in casa e subito, Pablo, un bassotto tedesco, ci venne incontro per farci le feste. Voleva giocare. Mi leccò tutto. Io gli assestai un calcio per rimetterlo al posto. In questo ho ancora una visione catto-antropocentrica che vede l'uomo dominare sulle altre specie viventi. Anche se a me piacerebbe , francamente, vedere gli animali dominare sugli uomini. Almeno alcuni uomini. Tutti tranne me, per essere precisi. A volte sembrano infinitamente più umani. Almeno loro ammazzano per necessità, per nutrirsi. Non per piacere sadico, potere o commercio.
Renata , la moglie di Tommy, una bionda magra dalla “erre” arrotata alla francese, psicologa infantile, mi salutò affettuosamente. Aveva già predisposto il tavolo “operatorio”. La tavolozza dell'artista, come avrebbe preferito definirlo Tommy. Un tavolo da cucina di legno massiccio rivestito di materassino e telo mare dove di lì a poco mi sarei disteso per farmi scolpire il tatuaggio. L'appartamento si componeva di tre locali, cucina , camera da letto e salotto, nonché di un ampio bagno. Il pavimento era in parquet e le pareti erano completamente coperte di quadri realizzati da Tommy. Dipingeva su compensato con colori a tempera. I soggetti variavano. Si andava da immagini che ritraevano il padre di Tommy intento a pescare a figure ieratiche dai visi sofferenti che simboleggiavano la sofferenza dell'essere umano imprigionato nello sfruttamento lavorativo. Vi si poteva percepire la torsione della fatica nei lineamenti. Visi di puttane, trans, meccanici e imbianchini si frammischiavano a volti di santi, mistici o figure familiari. In salotto c'era un pianoforte e un paio di librerie ben fornite. E, naturalmente un cavalletto con un quadro in via di definizione. Pablo continuava a venirmi addosso ed a farmi le feste e Tommy osservava la mia reazione non proprio amichevole.
“Certo che non sei abituato agli animali”, disse.
“Io ho vissuto a lungo, con gli animali, ma non ho col mondo animale questa confidenza fisica, corporea...come del resto con gli esseri umani. Mi lascio andare solo quando faccio sesso. E tu non vorrai mica che per familiarizzare col tuo cane me lo inculi, vero?”.
Sorrise e andò a preparare l'attrezzatura.
Io uscii sul balcone. Era veramente alto, lì dov'ero. Intorno altri palazzoni ma anche un parco e altri spicchi di verde qua e là a spizzichi e bocconi. E sullo sfondo, in lontananza, le montagne, le alpi, quelle creste che da piccolo mi piaceva disegnare per poi metterci in mezzo un bel sole con i raggi e silouettes di uccelli e di nuvole a macchia di leopardo. Il balcone era in disordine. Bastava tirar via quella roba di risulta, metterci un tavolino e due sedie, ed ecco che su quel balcone ci si poteva pranzare, fare la colazione, che durante la bella stagione non doveva essere male. La volta scorsa , per l'altro tatuaggio, era in disordine il bagno. Ora Tommy e consorte lo avevano rimesso in ordine. Ma li capisco. E' un fatto mentale, dopo che stai fuori di casa dieci dodici ore, quando rientri non hai certo voglia di rimetterti a lavorare. E durante i rari giorni liberi, vuoi fare una passeggiata? Vuoi esercitare l'apparato endocrino, modo poco simpatico di dire fare l'amore? Rientrai. Pablo era stato precauzionalmente chiuso fuori dal luogo del tattoo. Che era la cucina. Era tutto in ordine pulito, più che una cucina , in quel momento sembrava un'infermeria. La moglie di Tommy, che chimaremo convenzionalmente “Micia”, perchè i due si chiamano fra loro con quell'appellativo. Intendendosi che anche lei chiama “Micio” Tommy, si sedette e cercò di rilassarsi leggendo le pagine finali di Anna Karenina. Che donna coraggiosa. In un'estate era riuscita a leggersi quasi tutto quel libro che cullava i sonni di Bukowski ( non riusciva a leggerlo per più di due pagine, pare) e a me , più che sonno, mi dava noia. Lo so non lo dovrei dire, Tolstoj è un mostro sacro, ma i mostri sacri sono fatti per essere dissacrati, di quando in quando. Chiunque può giudicare steso su un divano con un sottofondo di musica adeguato o in spiaggia davanti al mare. Ma sono sicuro che Tolstoj ci aveva buttato il sangue, come si suol dire, in quel romanzo. Come tutti gli scrittori anche lui doveva essere animato da una forma di follia. Nell'andare avanti pensando che un giorno qualcuno ti leggerà. Chiaramente Tolstoj scriveva in un'epoca in cui non c'erano i talk show. Beh, direi che questo ha agevolato non poco la sua carriera.
Non era ancora il momento di stendersi. Pablo raspava sulla porta indicando chiaramente il suo disappunto. Sembrava dire:” perchè mi avete lasciato solo come un cane?”. Beh, per compensazione, pensai. Avete mai visto in un parco i cani con i proprietari al seguito? Pardon, volevo dire il contrario. Anche se involontariamente l'immagine pare azzeccata. Beh, sembrano “soli con un cane”. Il cane è sempre solo, lo capite? Solo che lui non sembra saper apprezzare il fatto di non essere in compagnia dei diretti discendenti di quelli che hanno sganciato Enola Gay .
Tommy, frattanto stava mettendo a punto una macchina collegata ad un pedale che doveva dare elettricità alle macchinette per tatuare. Delle pistoline niente male. Una era tutta disegnata con ricami giapponesi. Gliel'aveva regalata Micia. Nel frattempo, ogni tanto Micia tranquillizzava Pablo, con suadenti parole. E ad ogni suadente parola, Pablo rispondeva con una non proprio suadente raspata sulla porta. L'effetto là dietro, non doveva essere male. Poteva essere un'idea per l'arredamento. Molto arte in polvere di legno. Ad un certo punto Tommy s'è messo i guanti di gomma neri, quelli di tipo chirurgico. Toccava tutto con estrema cautela. Aveva preparato lo stencil, col disegno che mi doveva immortalare sul polpaccio. Stava usando un inchiostro per imprimere giapponese.
“E' un prodotto nuovo, lo sto testando oggi per la prima volta. Mi hanno detto che è una bomba”.
Mi stendo sul tavolo, che è abbastanza morbido e comodo e mi rilasso. Tommy va di stencil. Imprime il disegno sul polpaccio e cerca di farlo aderire in tutte le sue parti. Ma non viene perfetto. Deve rifarlo varie volte. Finchè, dopo una mezz'oretta, appare soddisfatto di risultato e posizione sul polpaccio. La faccia dello Yanomami, forse uno stregone, forse un capo villaggio, un uomo senza età, ma che non appare giovane, è ora ben immortalata sul mio polpaccio. Adesso non resta che imprimerla con gli aghi. Prima il disegno vero e proprio. Poi si passa ai colori.
Quando è tutto pronto e Micia è quasi sul finale di Anna Karenina, seduta lì a fianco, Tommy comincia ad andare di macchinetta. Il rumore è simile a quello delle cicale e , approfittando del fatto che sono all'inizio è che il dolore è praticamente inesistente , ci dà dentro velocemente per ripassare le linea guida del disegno.
“Cavolo, ci vedo proprio bene oggi, con questo sole. Volevo proprio sfruttare la luce del sole che mi permette di vedere in tutta la sua essenza primigenia l'inchiostro che penetra nella pelle”, dice Tommy, “speriamo di terminare il lavoro con la stessa luce. Ore due e trenta del pomeriggio. Ci vorranno dalle quattro alle sei ore, credo, per finire il lavoro. Il tatuaggio è proprio grande, copre quasi tutto il polpaccio.


buona giornata e buona fortuna






















giovedì 25 agosto 2011

Come un racconto (prima parte)




Come un racconto


Presi la metropolitana. A Romolo, linea verde. Ci ero arrivato con un autobus. Io ero il solo italiano. Metà agosto, più o meno. In autobus c'erano: una russa mora dal personale imponente, a metà strada tra la contadina e la pornostar. Una latinamericana, equadoregna o peruviana, per carità, carina, ben messa, capelli lughi e movimenti sensuali e ofidici che mi ha guardato tutto il tempo mostrandomi il decoltè che lasciava intravedere delle tette ancora ben sode. Due arabe vestite con abiti tradizionali e fazzoletti in testa a volto scoperto che potevano avere qualche ordigno nelle borse di pelle nere che avevano poggiato in terra ai propri piedi. Una nera cubana che fino a poco prima aveva chiacchierato con un vecchio potentino in pensione capelli bianchi, bermuda a girocollo con cintura stretta sull'ombellico, tipo Tiziano Ferro agli esordi, scarpe di cuoio e calzini color caffelatte. Poi il potentino è sceso ad una fermata e la cubana ha visto allontanarsi un reddito sicuro senza che lui l'abbia degnata nemmeno di un saluto.
In metropolitana la situazione non è cambiata. Nemmeno un italiano. Ma poi a me cosa importava? Nemmeno io, per quanto ne sappia, sono italiano: io lavoro sodo, pago le tasse , sono onesto, leggo libri e scrivo. Niente di più lontano dall'italiano medio: cerca di sfangarsela dal lavoro, non paga le tasse, gode nel fottere il prossimo, legge il bollettino delle scommesse Snai, tutt'al più, e l'ultima cosa che ha scritto è la propria firma su una fattura che s'è fatta fare prima di acquistare per recuperare l'iva. Ah, dimenticavo, all'italiano non frega niente di politica. E la classe politica si adegua generosamente ricambiando gioiosamente. Ai politici non frega niente della gente. Per questo l'Italia è al riparo da qualsiasi rivoluzione. La classe politica rispecchia equanimemente il carattere dei cittadini che votano. Ah, dimenticavo un'altra cosa: io non voto. Non più. E se potessi, se ne avessi la forza, realizzerei l'unica forma di rivoluzione antisistemica possibile: me ne andrei in montagna, berrei l'acqua dei ruscelli e mi ciberei di bacche. Salvo incontrare Messner che mi direbbe:” oh, amico, pagami i diritti sulla Levissima, tu stai bevendo la mia acqua”. E al momento di assaporare una mora, l'uomo Del Monte mi stopperebbe e direbbe :”amico, devi pagare, le more sono mie”. E mentre il treno della metro andava dove dovevo andare, vale a dire verso la periferia milanese in zona Sesto San Giovanni, Cologno monzese e compagnia bella, mi ritrovo a pensare: per la miseria, siamo prigionieri: qualsiasi cosa compri al supermercato è di una multinazionale. Mentre il treno andava e saliva e scendeva ogni tipo di essere umano di nazionalità straniera, provavo a ripassare nella mia mente se ci fosse qualche prodotto che non fosse di una multinazionale. Più facile trovare l'acqua nel Sinai. No, stavo pensando, come aveva detto Tommy, il mio grande amico pittore tatuatore vegetariano, se te ne vai in montagna, prima o poi mandano qualcuno a prenderti, perchè non stai producendo. E come mai non stai producendo, questo si che è pericoloso. Come mai non stai lavorando? Questo si che è antisistema. Devi lavorare, sennò come fa Marchionne a girare il mondo in elicottero, sedersi davanti alle telecamere e pontificare con quella voce oziosa da checca repressa? E il popolo beota e osannante lì a segarsi davanti ai teleschermi, perchè finalmente c'è qualcuno che li mette in riga , 'sti operai che non lavorano. No, pensai, vedete, la lotta di classe non la puoi abolire. Fa parte del conflitto e il conflitto permette di tenere le parti sociali impegnate nel massacrarsi a vicenda permettendo agli sfruttatori di continuare a coltivare i propri sogni in yachting club. Ma poi, 'sti operai, si, lavoravano , erano sfruttati, ma come impiegavano i propri risparmi? Comprandosi macchine da quaranta mila euro, che una vita , per pagarle non basta . Beh, dico io, basta con l'alibi dell'abbaglio, siamo grandi e vaccinati e le librerie sono piene di buoni e cattivi maestri, se uno vuole, ogni tanto, fa fare un po' di ginnastica al cervello e , magari, si chiarisce le idee. Eh no. Troppo facile sarebbe. Si comprano la Gazzetta dello Sport dove si beano leggendo di campagne acquisti fantasmagoriche, perdendo la testa dietro un mondo truccato come le corse dei cavalli e dopato come i ciclisti di sempre. E' tutto sbagliato, dalle radici, dalle fondamenta. E se vuoi stare a questo e non quell'altro mondo, devi adeguarti. E soffri. L'aveva detto Buddha, che la vita è sofferenza. E un mucchio e una sporta d'altri che il vero inferno era la terra. Poco male, andremo tutti in paradiso. Persino quelli che su questa terra si sono fatti i cazzi propri a spese degli altri. Vedete perchè la vendetta degli sconfitti è necessaria? Perchè persino l'al di là potrebbe essere democristiano e perdonare i potenti. No, Tommy mi aveva fatto riflettere: meglio credere al karma. Il karma è il tuo destino come prodotto delle tue esistenze passate. Peggio hai vissuto peggio rivivrai. Ecco perchè il buddismo è avversato più di ogni altra religione: paventa l'ipotesi che se sei stato uno stronzo in questa vita, nella prossima vita pagherai per quello che hai fatto. Ma poi, in definitiva, chi ero io per giudicare? Non credo nella masse. Le masse sono capaci di condannare a morte un innocente, hanno mandato a morte Cristo, applaudono alle esecuzioni davanti ai patiboli, odiano tutti e tutto perchè incapaci di amarsi individualmente. Ad esempio, io lavoro in un Centro Commerciale e devo lavorare di Domenica. E' mai venuto in mente a nessun operaio di chiedersi se fosse giusto che ci siano categorie di lavoratori costrette a lavorare di domenica? No, mai. L'operaio viene al Centro Commerciale e vuole essere servito e riverito in questa sua domenica dedita al cazzeggio. Pensate a chi ha una famiglia. La moglie e i figli a casa e lui, di domenica, al lavoro. E' mai venuto in mente a qualche operaio questa immagine? No, mai. Per cui quando Marchionne minaccia di andarsene all'estero il sentimento più elementare che mi scaturisce dall'animo è: che ci fai ancora qui?
Che ci volete fare il modello azienda è quanto di più antipedagocico esista. Tira fuori il peggio di te: ti fa sentire una nullità nella vita se i tuoi capi non ti giudicano adeguato nel tuo lavoro. Ecco a cosa serve avere una cultura: leggere, viaggiare. A sapere che il mondo non è quello che vivi. Quello che vivi è una piccola insignificante porzione e che puoi essere felice se sei disposto sempre a mettere tutto in discussione. Considerazioni a ruota libera. In attesa di scendere a Sesto Marelli. Dove verrà a prendermi Tommy. Oggi è giorno di tatuaggi e la faccia ieratica di uno stregone degli Yanomami sta per essere immortalata per sempre sul mio polpaccio...a significare la mia aspirazione al primitivismo. Non credo nelle religioni, non credo alla politica più , ormai, credo alla rivoluzione interiore. Se stai bene tu, automaticamente, intorno a te ci sarà armonia. E se intorno a te non ci sarà armonia, tanto peggio per gli altri.

sabato 20 agosto 2011

Usciamo dall'Europa.


Ho tante cose da dire oppure niente. Giudicate voi. Ora dobbiamo pagare un debito alle banche che non abbiamo contratto noi con i nostri soldi, il nostro lavoro malfermo, lavoro duro che potremmo perdere semplicemente perchè costiamo troppo e ciò che facciamo lo possono far fare ad un precario pagandolo tre volte meno. Licenziamento facile, lo chiamano. Tremonti e Sacconi, in un paese civile e democratico stareste a spietrare fondi agricoli, altro che discettare di fondi di investimento. Tolgono i soldi ai poveri per darli ai ricchi, alle banche. Ma naturalmente in Italia nessuno si ribella , o scende in piazza. La sinistra se ne frega, dice che se ne può discutere,la CGIL abbozza a uno scioperino, dopo le vacanze, si intende, ma la Uil e la Cisl, che sindacati sono ? Sindacati gialli, come quelli del fascismo. La Grecia si è indebitata con Germania e Francia per trent'anni, la crescita, se mai l'avrà , basterà appena a pagare gli interessi del debito. E' un paese destinato a non crescere mai più. Deve vendersi persino il Partenone, che è come per una persona onesta vendersi il culo. Più o meno. Ve lo dico io cosa bisognerebbe fare in Italia. Noi il debito non lo vogliamo pagare, lo paghino Berlusconi e Tremonti, che fino a ieri dicevano che l'Italia era a posto così.Lo sapete cosa me ne frega dell'Europa delle banche e dei mercati? Una beata fava. Dovremmo uscire da questa Europa fasulla dove noi facciamo da parco buoi per sostenere economie e paesi più ricchi. Dobbiamo lavorare di domenica e festivi, per consentire alla Germania di stare chiusa nei week end a farsi barbecue di wustel? C'è qualcosa che non va. Ve lo dico io che cosa. Dobbiamo andarcene dall'Europa, e alla svelta, checchè ne dica Prodi, che , ovviamente, non può smentire se stesso. Lui dice che gli italiani sono indebitati con lo stato, hanno investito in bot e che non si può uscire dall'Europa, a costo del fallimento del paese. Il fallimento di chi? Io non ho un euro investito in bot, io vivo del mio lavoro e cerco di sbarcare il lunario tutti i mesi. Cavolo, allora ci sono un mucchio di italiani che giocano a fare i poveri? Forse si. Ma io non voglio pagare per loro.Io dico che se usciamo dall'Europa ci guadagnamo. Moneta svalutata, investimenti sicuri e quei fottuti commercianti, ladri e speculatori, che perdono il privilegio di essersi arricchiti con l'Euro. Compravano a mille lire e rivendevano a due euro, duemila lire, cioè. Semplice come una cacata di piccione sul vetro anteriore mentre fai l'amore con qualcuna. E così, io dovrei pagare più tasse e perdere il lavoro, per consentire agli evasori fiscali di curarsi gratis in ospedale? E con le tasse che pago sul mio lavoro dovrei finanziare gli stipendi dei parlamentari compresa la moglie di Fassino? Neanche sapevo fosse una parlamentare, vedete voi quanto è stata frenetica la sua attività politica. Dire che sono incazzato è poco.
Cambiamo argomento: quando la finirà Badaloni di fare l'infiltrato dell'azione cattolica su Rai News? Non ne possiamo più dei suoi servizi agiografici sul Papa in Spagna. Nell'attesa che Zapatero si dimetta dal genere umano...che delusione che è stato quest'uomo. Aveva un occasione per cadere in piedi, si è messo in ginocchio a fianco ad un'acquasantiera. Persino San Francesco ha detto che , quando sarà il momento, lui nei suoi paraggi non ce lo vuole.

Buona giornata e buona fortuna

sabato 30 luglio 2011

Vita milanese, casalinga e non


Ultimamente radiodeejay m'ha stufato. Sciocchezzario hertziano platinettiano gossippista con una tale La Pina, una tizia talmente tatuata ( a tutto c'è un limite, ma andiamo)che il suo buco di culo un giorno si e uno pure lascia i tarzanelli a guardia casomai vedessero una pistola tatuatrice a setteaghi nei propri paraggi e gli altri cominciando da Vic e compagnia bella in fila come birilli da atterrare nel boowling del mio cesso...beh, che volete, il successo comporta anche qualche velata critica, ascolto, vieppiù, Radiopop, che dalla mia radiolina scippata ad uno scippatore senegalese anni fa, si ascolta bene. Bene la critica letteraria, anche se di prima mattina mi manda lo yougurt di traverso, bene una certa trasmissione pomeridiana, tipo Passatel, annunci e cazzeggi, senza prendersi troppo sul serio, ma nemmeno per il culo, cosa che fa da anni radiodeejay lasciando uno spazio abnorme a quel tizio con la parrucca che risponde al nome di Platinette e che è un agit prop del berlusconismo di Fede Lelemoriana, nel primo pomeriggio ascolto la telefonata di un tale di Pavia che cerca un massaggio californiano e di un altro che dà passaggi fino a Bruxelles, felice di andarsene dall'Italia, un pò snob radicalchic, francamente, perchè con tutto il male che si può volere ai propri connazionali, non è che altrove, l'esercito degli uomini medi strabuzzi ingegno e civiltà da tutti i pori: vedi Norvegia...quest'ultimo soggetto in questione trova persino il coraggio di dire che Bruxelles è bella e piace agli italiani , perchè anche se ci piove sempre, la dieta a base di grassi combatte la depressione. Sic! E io impegnato nel mio qi gong cinese quasi sbotto a ridere immaginando le facce da risata trattenuta a stento dei conduttori, mentre ascoltano queste telefonate, di un mondo che non c'è. Viene quasi voglia di rimpiangere le casalinghe di Voghera, che fanno bucati inquinanti ad ogni piè sospinto, che parlano male dei detersivi senza additivi , perchè la roba non viene bianca micanò...

Martedì scorso sono stato al festival latinoamericano di Assago. Prima volta quest'anno. Con colleghi e colleghe di lavoro. A parte il parcheggio che costa sei euro ( un furto legalizzato), a parte le zanzare che sono le uniche in tutto il globo terraqueo che pungono persino dopo le 22 di sera e a parte la fila da funerali di leader arabo che si sono fatte le mie colleghe per acquistare un biglietto di entrata ad un euro ( entrando prima delle 22 il martedì le donne pagano un euro), beh, che dire, il concerto mi è piaciuto. Certo per sedermi ho dovuto prendere da bere, una caipirinha 8 euro , e l'ingresso costava 12 euro, senza consumazione, ma quando il gruppo che suonava col mitico Compay Segundo, cubano chitarrista e cantore del Buena Vista Social Club, morto felice ultranovantenne col sigaro in bocca e una muchacha che si fumava il suo, immagino, ha intonato le note "de tuya querida presencia Comandante", l'uditorio si è sciolto in un applauso fragoroso e a qualche nostalgico è pure cascata una lacrima, addirittura una mia collega che era seduta al mio fianco ha detto:" che bella questa canzone, MI RICORDA I RIGHEIRA". Sob! Il concerto è andato avanti, con i musicisti cubani , quasi tutti ultraottantenni vestiti in giacca e cravatta con quel caldo esagerato e i loro volti meticci e neri, in primo piano, insieme ai volti dei suonatori di fiati, giovani, occhialuti magri e intellettuali dai look gayfriendly, due generazioni al confronto, insomma, che hanno tirato fuori dal cilindro musicale, melodie antiche e nuove, di salsa e bachatas, mescolate sapientemente, con finale commerciale a mò di Gauantamera concesso alle masse di ballerini improvvisati reduci dalle sale da ballo dell'hinterland milanese, che si scapicollavano lì davanti al palco, con la stessa leggiadria di elefanti ad un congresso di aironi cenerini. Qualche cubana si muoveva in coppia in una salsa così perfetta, da far sembrare le salse degli altri, salse di pomodoro.
Dopo il concerto ci concediamo un panino e facciamo il giro dei vari bar per ballare un pò tutti i generi. Sono l'unico che ha accennato qualche passo di samba. Poi , sentendomi come Bush sul palco della convocazione per il nobel per la pace, mi sono ricongiunto ai miei colleghi, che più che la salsa, non s'azzardano a ballare. Io quella non la so ballare pe' niente, sono di vocazione decisamente più brasileira.
Verso mezzanotte sciamiamo via e nessuna di quelle ragazze scoppiettanti perde una scarpetta, per cui io non resto indietro e dopo un pò faccio per uscire anch'io. Faccio in tempo aa vedere le decine di ragazze latinamericane che affollano il sambodromo ballando il reggeaton che si muovono come vibromassaggiatori, un pò come la mano nella fase finale di una sega, solo che loro lo fanno tutto il tempo. Le italiane ci provano, ma, per tornare al paragone, sembrano mezze seghe.

Buona giornata e buona fortuna

lunedì 18 luglio 2011

Malpensa express


Racconto 6
Ore 6 del mattino, la sveglia suona. Io casco dal letto. Metto a scaldare l'acqua per il caffè, accendo su Rai News, un Berlusconi stanco e bolso sta parlando dell'ultima manovra finanziaria che ci permetterà il pareggio di bilancio nel 2014 mandando a casa degli impiegati pubblici il medico fiscale il primo giorno di malattia. Bevo il caffè e ripasso mentalmente se per caso sto dimenticando qualcosa. Esco poco dopo. Fuori fa caldo ma c'è una lieve brezza che muove le foglie del piccolo giardino all'ingresso del condominio. Poca gente ancora per strada e l'edicola aperta che vende qualche giornale e intorno al chiosco i gestori, un uomo e una donna, fratelli di mezz'età, stanno ancora sistemando le pile di giornali che sempre meno gente compra. Faccio trecento metri e mi fermo in attesa sotto la pensilina. Qualche impiegato in divisa e un paio di esteuropa biondi occhiazzurri, dal capello rasato , che fumano in attesa. Vedo arrivare il 325 che mi porterà a Romolo, fermata della linea verde. Di lì scenderò a Cadorna, dove prenderò un treno che, nella migliore delle ipotesi, in quaranta minuti mi porterà a Malpensa. Dove un aereo della Rayanair, compagnia aerea low cost, mi porterà a Brindisi. L'autobus comincia ad affollarsi e qualcuno oblitera il biglietto mentre l'autista , stancamente, pare scuotesi un poco a causa di quei rari rumori magnetici della punzonatura. Scendo a Romolo, mentre imbocco la metropolitana, agguanto al volo una copia di “Metro”, uno dei quotidiani gratuiti che distribuiscono all'ingresso dell'underground milanese. Scendo ancora di un piano strada con la scala mobile e attendo il treno. C'è già gente e Milano è piena come non mai, quest'anno, sempre meno vuota, comunque, di anno in anno, mano mano che la crisi economica diventa più acuta. Il treno arriva e subito c'è la corsa ad accaparrarsi il primo posto della fila che ti consente di vincere il minor contatto possibile con altri umani, quasi la prossimità fisica sia diventata il tabù assoluto in questi tempi fagocitati da Facebook. Tre o quattro fermate e sono a Cadorna. Scendo con il mio trolley al rimorchio e il pc a tracolla e mi immergo nella folla che comincia a diventare asfissiante. Salgo con la scala mobile ed entro nella stazione delle ferrovie nord. Vado in biglietteria e mentre faccio il biglietto una ragazza poco meno che trentenne di una certa avvenenza , mi invita a spicciarmi, che il treno per Malpensa sta per partire. Lo dice con quella voce un po' alla Claudia Cardinale in c'era una volta il West, rassegnata a vedere il suo uomo partire ma languidamente assuefatta al letto sfatto di uomini in perenne partenza. Mi sistemo sul treno e attendo. Leggo Metro, non ho gran che da fare. A Saronno salgono una coppia di giovani gitani. Parlano fra loro quella lingua sinti slava o rumena e si siedono a fianco a me. Posso avvertire l'odore acre e ruspante dei loro sudori. La ragazza è seduta proprio nel sedile a fianco al mio. L'odore forte come di animale selvatico abituato a lavarsi in ruscelli o canali irrigui. Mi inonda le narici, ma gradevolmente. Odore di alimenti speziati e di steli di granturco intrecciati incontrati attraversando campi.
Scendono a Busto Arsizio e la ragazza mi dà un'occhiata in tralice con un certo interesse venatorio. I quaranta minuti passano abbastanza in fretta e dopo un po' arriviamo a Malpensa. Scendo dal treno , salgo con un tapis roulant e , arrivato in cima, do un'occhiata agli schermi televisivi che mostrano l'elenco dei voli. Apprendo che devo partire dal terminal due. Quindi devo prendere un autobus. E lo faccio saltandoci su quasi al volo, passando in mezzo ad una folla di trolley in movimento trainati da hostess dirette in varie direzioni.
Sull'autobus siamo in pochi e nella fila di sedili alla mia destra , è seduto un uomo sui trentacinque anni, alto, barba incolta di vari giorni, che indossa dei pantaloncini che paiono da pigiamino estivo, su calze scozzesi e scarpe da trekking all'ultimo grido. Porta una giacca elegante e la cravatta e un sacco da viaggio misero e pieno di poche cose. Tramesta con un i-phone e riceve una telefonata. Parla con qualcuno con cui deve essere in confidenza con un tono di voce molto da paillettes e chiosando i dialoghi, di volta in volta con un “amore”, “ tesoro” o “gioia” e ripetendo più volte il concetto di voler dormire insieme. Capisco che sta parlando con un uomo a cui si rivolge al femminile secondo un frasario tipico degli ambienti gay del mondo della moda. Chiude la comunicazione e si guarda intorno per vedere quanto ha scandalizzato. Il suo vocabolario mi riporta alla mente quello di “Pao Pao” di Piervittorio Tondelli.
Arrivo al terminal 2 e scendo. E' pieno di poliziotti che fumano stanche marlboro lights osservando le tettine free dancing di un buon numero di turiste americane che sono in gruppo. Entro attraverso le porte scorrevoli sotto la gigantesca scritta Departures, una rapida occhiata agli schermi video e mi metto in coda per il check in. Non c'è molta coda, sono in largo anticipo. Lascio il bagaglio alla hostess di terra , mentre quasi mi rimprovera per il mio anticipo. Non sono mai contenti, questi delle compagnie low cost: o sei in anticipo, o sei in ritardo, o non hai fatto il check in online per cui devi integrare: insomma alla fine al posto di risparmiare questi qui fanno rimpiangere l'Alitalia.
Fatto il check in ho un sacco di tempo libero. Così vado all'edicola. Do un occhiata ai giornali. Prendo una rivista di storia dalla quale , apprendo, sfogliandola velocemente, che Alessandro Magno aveva un debole per gli uomini e che comunque stette con le più belle donne della sua epoca: insomma i potenti benchè gay, finiscono per beccarsi sempre le donne più belle: a noi arrivano quando sono, vecchie , sfatte e consumate. Il mondo va avanti come un gambero, un passo avanti e due dietro. Su “Chi” apprendo che la Canalis e Cloney si sono lasciati e che la velina nazionale s'è subito messa con qualcuno che evidentemente non frequenta i dormitori pubblici: con un metalmeccanico mai, eh. Mi sento proprio in vacanza e incrocio una signora che sta sfogliando un'altra rivista dello stesso genere, che chiacchiera con la figlia che le sta urlando che ha appena letto che lo yacht più costoso del mondo è quello di Abramovich. La signora, una bella donna con la permanente appena fatta , magra e già abbronzata prima della vacanza, dà una carezza di approvazione ala figlia, soddisfatta dell'imprinting che le ha dato. Il marito, un tizio panciuto e nervoso, la chiama e lei con una nonchalance da attrice navigata, si volta lentamente e la permanente , miracolosamente, si muove con lei. Scatta in direzione del marito, quel tizio che le permette permanenti e abbronzature prevacanze, e di sognare lo yacht di Abramovich. Insieme si avviano verso un volo low cost. Insomma gli italiani in vacanza sono sempre uguali, portano sempre addosso quell'ipocrisia piccolo borghese che gli impone di ostentare ciò che non hanno, costi quel che costi, a costo del low cost. Dopo un po' mi scoccio a gironzolare di là e di qua e passo attraverso l'uscita d, pronto per passare attraverso le forche caudine dei metal detector. Mi spoglio di tutto e metto nella vaschetta. Passo in un attimo a mi involo verso l'area tax free dei negozi dove c'è anche una discreta libreria. E' pieno di gente, italiani in vacanza. Ci sono anche molti turisti. Un po' tutti sono in giro per stecche di camel, cioccolata e libri da spiaggia. Come si possa leggere in spiaggia un libro della Mazzantini da tagliarsi le vene , solo loro lo sanno. Ma forse è solo l'ennesimo acquisto al fine di arredare la libreria. Al bar pizzeria e al mac donald c'è un sacco di gente seduta a sfoggiare minipc o i-pad e si guarda in giro per cercare di fare invidia. Navigano in internet sui siti preferiti: scommesse, gossip, youporn.
Qualcuno mangia un panino, mentre un gruppo vacanze tutti con la stessa maglietta con la scritta “ trombatori folli”, ore 10 di mattina, stappano uno spumante e bevono urlando slogan di contenuto demenziale. Anche loro si apprestano a prendere un aereo per qualche località esotica con puttane all inclusive low cost.
Alle 11 e 45 il volo della Rayanair è quasi pronto. Ha un ritardo di mezz'ora. Lì in fila per l'ingresso nel collo di brontosauro che ci porterà dentro la sua carlinga, lo vediamo atterrare. Gli addetti alle pulizie devono aver preso lezioni da Flash Gordon o lezioni di tolleranza dagli spazzini napoletani...in cinque minuti entrano ed escono con un paio di sacchi di immondizia. Facciamo la fila e le famiglie con bambini si prendono la priorità d'imbarco.
Ci sediamo dove capita, a chi prima arriva, i posti non sono numerati.
L'aereo parte e gli stuart fanno il loro classico thai chi del salvataggio, con movimenti lenti, salvagenti sgonfi e dita negli occhi alla Bruce Lee, per indicare le uscite di sicurezza. Poco dopo il decollo, inizia il marketing aziendale. Prima passano con le sigarette finte, poi con i profumi firmati tax free, poi con i beveraggi, tutto rigorosamente a pagamento : una bottiglietta di acqua naturale 3 euro. Io mi distendo sul sedile e mi addormento. Due ore circa dopo, guardo fuori dal finestrino, e il mare adriatico e spumoso, fa la sua comparsa, siamo già in fase di atterraggio e l'aereo fa la sua classica manovra ad esse passando sul porto di Brindisi, col monumento al marinaio a salutare statico tenuto in piedi dal viagra dei contributi pubblici.
Atterriamo. Scendiamo dalla scaletta e saliamo sui pulman. L'aereoporto sarà a venti metri. Ma dobbiamo salire sugli autobus. Motivi di sicurezza, dicono. Esco dall'autobus, il sole è alto in cielo e il vento di tramontana mi schiaffeggia come se mi volesse dare dei buffetti di benvenuto sulle guance. Sono a casa. L'aria è tiepida, la gente lenta, la calma placida, la brezza marina odora d'infanzia, quando me ne stavo sul mare per sei mesi e la vita, quella che mi stava aspettando, si preannunciava misteriosa, senza tuttavia riuscire a scalzare l'idea, che la vita che stavo facendo, tutto il giorno sul mare a raccogliere conchiglie, sarebbe meno bella. E avevo ragione.

Buona giornata e buona fortuna