mercoledì 5 febbraio 2014
Il senso dell'umorismo
Questo è un paese che ha smarrito il senso dell'umorismo, sa solo insultare, invidiare, odiare, sghignazzare, non sa più ridere, sorridere, elogiare senza leccare il culo, apprezzare obbiettivamente i meriti. Non so come si sia arrivati a questo, i più danno la colpa al Berlusconismo, ma io dico sempre che più che a Berlusconi in se' dovremmo stare attenti a Berlusconi in me, in noi stessi cioè. Fondamentalmente tutto nasce dalla mancanza pedissequa di ironia, che è quella forma di umorismo intelligente, di classe, lontano anni luce dall'umorismo becero da caserma. Quindi essenzialmente si tratta a mi avviso di un problema culturale. Si moltiplicano i lettori che leggono libri perché pubblicizzati e diminuiscono quelli che leggono libri di qualità, magari poco sponsorizzati, pubblicizzati, poco accompagnati da battages pubblicitari o dovremmo forse dire "battuage"? Intendiamoci qualsiasi lettura è benvenuta e che adesso le casalinghe di Voghera o di Trepuzzi si siano messe a divorare tomi e tomi di "sfumature di grigio " o altro, che le parrucchiere di Canicattì o, perché no, di Busto Arsizio, ciancino dei libri di Fabio Volo, va benissimo, se prima leggevano "Chi" e "Cronaca Vera", ci troveremmo sicuramente davanti ad un progresso, non vorremmo però correre il rischio di ascoltare casalinghe in coda alle casse del Carrefour dire alla cassiera:" scommetto che fa più in fretta a sfilarsi le giarrettiere che a passare i prodotti allo scanner", o, vieppiù, parrucchiere che consigliano alle loro clienti di fare attenzione nell'uso della spirale perché hanno letto che in genere il termine è associato a "di violenza". Naturalmente potete sempre dire che io sono un snob offensivo che si permette di dire che intere categorie di persone indulgono nella propria crassa ignoranza, ma non sarebbe male dichiarare una volta per tutte che è necessaria una campagna di rialfabetizzazione di massa, se è vero, come è vero, che personaggi del calibro di Enrico Letta dicono in conferenza stampa che l'Italia corre il rischio della barbaria. Di certo lui non corre il rischio del barbiere, potremmo replicare, ma rientrerebbe nel novero delle cose dette con umorismo becero. O no? Insomma questa faccenda dell'umorismo sta diventando un po' come dichiarare o meno che un quadro sia arte o fuffa. Così se Sgarbi dice che un quadro è arte allora dobbiamo considerarlo arte e se Letta dice barbaria e ridiamo , umorismo becero. In realtà un po' di equilibrio non guasta, anche se parlare di equilibrio in un paese come il nostro fa venire in mente un funambolo su una fune fra due grattacieli. Per cui alla fine, non diciamo che vogliamo che le parrucchiere tornino ai loro pettegolezzi da shampiste su Titina e Tatiana che escono con Totonno e Tutuccio, ne' che le casalinghe si dilunghino davanti al macellaio illustrando teorie rivoluzionarie su come il consumo di carne piena di estrogeni induca i maschi italiani a irricchionirsi(mi sia permesso il termine senza incappare nel rischi di scadere nell'umorismo becero), ma che dicano, una volta ogni tanto , le parrucchiere, " oh, se Marchionne vuole produrre macchine in Polonia, beh, se le venda in Polonia" e le casalinghe dicano infine ai macellai:" magari oggi mi mangio un po' di verdura, che fa bene alla salute e al borsellino".
sabato 11 gennaio 2014
Verso le cose Perse
Incontro Pasquale Scalone all'H24, bar accorsato sulla piccola circonvallazione che cinge la parte nuova di Ostuni. Lo avevo chiamato al telefono il giorno prima, desideravo conoscerlo perché aveva scritto una buona recensione del mio libro "Nell'acquario 2" su "Lo Scudo", storico organo di stampa del mondo cattolico che annovera alla direzione Ferdinando Sallustio con cui siamo amici dai tempi dell'infanzia trascorsa insieme al liceo classico Calamo di Ostuni. Il bar è affollato per gli aperitivi, siamo durante le vacanze natalizie e gli auguri si sprecano, specie fra gli studenti fuori sede che presumo studino un po' da per tutto, in Italia ma forse anche, di questi tempi infausti per un giovane, all'estero. Il giorno prima avevo comprato il suo libro sempre all'Edicola libreria di Sallustio e famiglia e lo stavo leggendo, avevo messo in cascina una sessantina di pagine. E con mia viva sorpresa avevo scoperto che si trattava di un romanzo di fantascienza, ambientato in un futuro indefinito, senza tempo, una fiaba, se vogliamo, ambientalista e postluddista, almeno a giudicare, leggendo fra le righe, il chiaro dissenso nei confronti di una modernità che aveva costretto i protagonisti del suo romanzo a riproiettarsi in un'era postatomica, da fine del mondo, narrando la storia di una carovana che è diretta al mare, in fuga da un morbo sconosciuto che uccide gli uomini piagandoli orribilmente. L'acqua marina sembrava l'unico rimedio che potesse dare conforto agli ammalati di questo pestilenza che non si capiva da dove venisse ne' se si trasmettesse al contatto fra esseri umani . Le parole scorrevano molto bene, in un italiano fluente, contemporaneo, a tratti esplicito, specie nei dialoghi che sembravano appartenere ad una certa filmica americana. E avevo tratto subito un'aspetto positivo: le pagine erano scritte in modo accattivante, in modo da invogliare il lettore ad andare avanti per vedere il successivo svolgersi delle vicende dei protagonisti, fra i quali c'è Adyla, una virago che in quel momento drammatico assume il comando della carovana, e Jason, che incontra un ragazzino di nome Michael e mosso a pena per lui sceglie di accompagnarlo verso il mare. Jason e Michael ad un certo punto del racconto incontrano la carovana di Adyla, che trasporta con sé un gruppo di persone, alcune delle quali affette dal morbo, in particolare Annette, verso la quale la stessa Adyla sembra nutrire sentimenti di sorellanza. Insomma gli ingredienti per un bel libro mi sembrava ci fossero, tanto più che il confronto fra Adyla , donna sicura di sé dai modi spicci ed efficaci e dall'elevato senso pratico e Jason, impacciato giovane proiettato all'improvviso da una vita agiata e ipermoderna sulla scena di una preistoria di ritorno, come protagonisti davano vita ad un bel confronto caratteriale. Mi siedo al bar e attendo. Poco dopo vedo Pasquale Scalone entrare. Ci salutiamo alla paesana , con baci e abbracci. E' più grande di me e come ufficiale della guardia di Finanza ha girato a lungo l'Italia, come mi racconta entrando subito in una sintonia speciale come si conviene fra persone che si presume abbiamo maturato una certa sensibilità letteraria. Mi racconta con la sua semplicità solare e disarmante di come questo suo girovagare non gli abbia permesso di stare abbastanza in un posto per assorbirlo a sufficienza e penetrarlo sin nei meandri fino del carattere della gente. Solo di recente , tornato in Puglia e quindi dimorando ad Ostuni, aveva riacquistato il gusto di partecipare ad eventi culturali come le presentazioni di libri, libri, neanche a dirlo, di cui, in generale, è un grande fan. Una specie che va rarefacendosi, a quanto pare. Resta lì a chiacchierare e a bere il suo caffè macchiato e mi racconta di come nel suo girovagare gli sia capitato di conoscere personaggi che hanno fatto la storia d'Italia, come per esempio Giovanni Falcone, di cui ricorda l'immensa cultura terminologica giuridica alternata a improvvisi motti di spirito in puro dialetto siciliano, quasi a stemperare le tensioni inevitabili nei rapporti con le scorte e con chi lavorava per lui raccogliendo preziose informazioni. Chiacchieriamo per un bel po' e quello che mi colpisce dal suo racconto è che dopo molti anni di girovagare per l'Italia , il ritorno ad Ostuni lo ha amareggiato perché in confronto ai tempi de Liceo sembra essersi persa ogni forma di rispetto soprattutto per le persone, tutti persi in un egoismo edonista che porta a considerare gli individui non in base al proprio valore umano, culturale o sociale, ma solo col metro del denaro. Una deriva antropologica in linea, se vogliamo, con quella dell'italiano medio in generale. E' uno scrittore. Ragiona come uno scrittore. Formula teorie, esplicita pensieri, punti di vista, sa osservare quello che lo circonda e non mi importa se magari non abbiamo un idem sentire su tutto, se non abbiamo la stessa visione del mondo. Anzi, questo crea un confronto che per me deve essere la vera ricchezza di un incontro, di qualsiasi incontro. Poco dopo arriva la bella moglie siciliana con alcuni altri parenti, compreso il figlio, di cui dice, con un candore autentico, "e' lui il colpevole di avermi messo su facebook!".
Nei giorni successivi mi immergo nella lettura del suo libro che diviene via via più appassionante, mischiando le descrizioni dei caratteri dei vari protagonisti della vicenda ,fra cui due militari, il generale Lower e il suo secondo, soprattutto lui, un colonnello che non è riuscito a fare carriera per le solite vicende politiche di ogni tempo e luogo, ma che ha la tempra del vero militare e soprattutto possiede la saggezza nel riconoscere il valore delle persone a prescindere o meno abbiamo mai indossato una divisa(più che un valente militare un brav'uomo), a vicende di tipo medico scientifico che mostrano una inusuale preparazione tecnica su argomenti di questa natura, ingredienti , questi, che rendono assieme il racconto ancor più interessante. Il finale , a sorpresa, non voglio svelarlo, per consentire a chi volesse acquistare il libro di goderne a pieno la lettura. Io l'ho letto in un paio di giorni e consiglio, da lettore, di acquistarlo. Chi lo dovesse leggere si farà una certa idea di come una visione del mondo, un modo di guardare le cose e una filosofia di vita, si possano raccontare non necessariamente sotto forma di autobiografia classica, ma anche dietro il paravento di una fiaba metaforica di un futuro al di là da venire che non promette niente di buono . Ma proprio per questo ci costringe a rivalutare "le cose perse".
sabato 7 dicembre 2013
La posta del Tessèra
Ci sono delle bollette che posso pagare solo in posta, una di queste è quella di internet & telefono. Una mattina prima del lavoro, lavoravo alle 11, verso le 9 vado in posta per pagarla. Vestito con la divisa da lavoro coperta da un corpetto smanicato di finto piumino blu, vado alla posta di Corsico. Entrando noto una folla strabocchevole. Non sto neanche a prendere il numerino per il turno perché a conti fatti ho una sessantina di persone davanti. Esco e decido di andare a pagare la bolletta in un altro ufficio postale. Ne conosco uno vicino al lavoro. Mi rimetto in macchina, riscaldamento a palla perché fa un freddo stalattitico e vado verso Trezzano. Nel triangolo fra Trezzano, Cesano Boscone e Corsico c'è un quartiere , il Tessèra, costituito da un vasto agglomerato di palazzoni decorati con delle onde che un tempo dovevano essere multicolori (che oggi appaiono stinte), motivo per cui i locali chiamano queste case delle "ondine". Nel traffico nevrile dell'inverno nel pieno della sua ipotermia siberiana milanese , mi avventuro fra le strade che tagliano "le ondine", e giunto nel pressi dell'ufficio postale, parcheggio. Faccio una cinquantina di metri ed entro nell'ufficio postale del Tessèra. E' più piccolo, di quello di Corsico, più raccolto, ma anche qui c'è una fila impressionante. E comunque ho davanti, tutt'al più, una trentina di persone e io quantifico il tempo di attesa in una ventina di minuti. La gente in fila è costituita prevalentemente di anziani immigrati italiani e qualche immigrato esteuropeo, per lo più di sesso femminile. All'interno ci sono delle sedie dove si sono accomodate delle matrone di più di sessantanni messe male in arnese, alcune con bastone , una con una stampella e le sento lamentarsi mentre mi metto in coda. Apprendo da qualcuno che la fila è dovuta al ritiro delle pensioni, siamo ai primi di Dicembre. Con tanta pazienza me ne sto in fila in piedi, qui non c'è il numerino, chi prima arriva meglio alloggia. Ci sono quattro impiegati, uno in più dell'immenso ufficio postale di Corsico. Ma le operazioni agli sportelli sono lente, macchinose. Nessuno parla con accento milanese il 99% degli astanti sono immigrati del suditalia. Una signora allo sportello,mora, capelli tinti di fresco, messa bene in carne, esplosa nel metabolismo a causa di un'alimentazione, mi viene fatto di pensare, assunta più che a fini nutritivi a mò di droga compensativa, apre il portafogli per sfilare il codice fiscale dove campeggia la foto di Padre Pio e di sua nipote. Richiuso il portafogli continua a confabulare con l'impiegato che ha di fronte un tipo smilzo e occhialuto, un po' ingobbito, che a conti fatti deve essere del barese. Un signore anche lui ben pasciuto, seduto, ci tiene a precisare a tutti noi in piedi gli uni dietro gli altri, che lui è in fila virtualmente ma che si è seduto a causa di tutti i problemi di salute che comincia a elencare, dal "polistirolo" alto alla diabeta( non si sa perché declinato al femminile), fino agli ossi fosforosi, che ancora a tutt'oggi, mentre scrivo, mi chiedo cosa avesse voluto dire. Al termine dell'elenco ci mette un bel"l'importanza è la salute" di rinforzo. L'impiegato del primo sportello ha finito di fare pacchi e pacchetti e chiede se qualcuno in fila ha dei bollettini da pagare. Io non faccio nemmeno l'atto che subito in sette o otto vegliardi, modello finale olimpica , con una reattività da giamaicani, si catapultano al suo cospetto. Io resto in fila. Un tizio al primo sportello , macilento, coperto all'inverosimile di vestiti di due o tre taglie maggiori di quella necessaria , con un viso scavato come quello di Tiberio Murgia, indimenticabile sardo-siculo dei film in bianco e nero degli anni '60, non sa più dove mettere le banconote da cinquanta euro appena ritirate della sua pensione e finisce per infilarsene nelle mutande, così, davanti a tutti. Poi va via soddisfatto guardandosi intorno con una circospezione sin troppo esagerata. Qualcuno dalla fila gli dice " attento con tutti quei soldi in tasca, fatti seguire da qualche parente", e lui di romando:" devo stare più attento ai miei parenti che agli estranei". Ridono tutti, forse perché dietro quella battuta c'è anche tanta verità. Una signora davanti a me, sui sessant'anni, vestita di scuro , capelli rossi tinti, occhiali spessi, attacca a parlare con me. Mi racconta che ha perso da poco il marito a "soli 66 anni" che, tra l'altro, era da poco andato in pensione. Insieme constatiamo che purtroppo spesso, per una beffa del destino, chi ha la fortuna di andarsene in pensione non riesce a godersela, che il "sistema" è calcolato, parametrato, quello che ti deve alla fine se lo prende con gli interessi perché è come se fosse prevista, percentualmente, la possibilità di non farcela oltre, dopo che il corpo e la mete sono stati così spremuti, in fabbrica, su un camion , guidando un autobus, in fabbrica, persino affettando salumi o incartando formaggi, perché tutto svolto a ritmi meccanici e inumani. Col marito si sono conosciuti in via Giambellino, a Milano, lui era di Castellaneta e lei di Foggia; lei ha lavorato per 40 anni alla Osram, ma ci tiene a far sapere che ora il figlio c'ha quattro locali a Zibido San Giacomo. Refrain che a quel punto infila ad ogni piè sospinto all'interno della conversazione. Mi sa che a furia di fabbricare lampadine, per compensazione, le si è esaurita ogni attività elettrica cerebrale. Mentre siamo lì in attesa, al primo sportello, da più di un quarto d'ora, un signora calabrese sui 70 anni, affardellato all'inverosimile anche lui per il gelo, litiga con l'impiegato, reo a suo dire di non avergli dato la pensione giusta. Si volta verso noi in fila e urla che lui prende duemila e cinquecento euro di "pensiona"( ci sa perché declinano al femminile, magari sono gli stessi che Berlusconi lo chiamano Berluscone, per specificare che è unico). Litigano per dieci minuti. Alla fine si arrende e dice che a quel punto va direttamente all'Inps. Risultato è che sono in fila da 40 minuti in un paese dove nessuno si fa accreditare le pensioni su un qualsiasi conto, vengono ancora a prendersele in posta in contanti, vogliono sentire il peso iniziale di quelle banconote, prima di vederle sparire nelle mani di figli, nipoti e badanti. Siamo nel quadrilatero Trezzano, Cesano, Corsico, Buccinasco, Milano Ovest, una delle zone più produttive del paese e nessuno parla con accento lombardo. Non mi sembra per nulla di essermi allontanato di 1000 chilometri da casa, dalla natia Puglia altosalentina. E non è retorica dire che questi territori li abbiamo resi ricchi noi meridionali con nostro lavoro, con i nostri sacrifici . Intanto entra un altro signora anziano, panciuto, capelli biancji tagliati a spazzola, scambia qualche frase in dialetto pugliese della capitanata con qualcun altro, ha in mano un pezzo di focaccia che apprendo ha appena acquistato dal forno giusto lì di lato, calda, appena sfornata, una focaccia con i pomodorini , tipicamente pugliese. Si siede anche lui e aspetta. Intorno alla bocca è tutto sporco di olio e pomodoro, ma non accenna a pulirsi. Mentre lo osservo mi dice:" tengo ottant'anni, mo' posso fare quel cazzo che voglio...tanto che mi può succedere, al massimo muoio". Ridono tutti, l'atmosfera si stempera e la fila , finalmente scorre. Quando tocca a me ci metto un minuto e venti secondi di orologio. Ma ho come l'impressione che mi stia dispiacendo andarmene, vorrei restare, continuare a parlare con la signora di Foggia, farmi raccontare di quella volta che il marito che viveva in una pensione con la sua famiglia, le disse che voleva sposarla e lei si commosse. "Ho visto le lampadine", avrebbe detto, che in fondo dopo 40 anni di Osram, sarebbe stata tutt'al più una deformazione professionale.
venerdì 15 novembre 2013
Osgood-Schlatter.
Dai 10 ai 14 anni ho sofferto molto per una degenerazione di una decalcificazione ossea sottorotulea, in pratica mi si erano formate delle calcificazioni sotto la rotula a livello della tibia che mi provocavano dolore al solo camminare, figuriamoci nel fare sport. All'epoca ero uno sgarzellino iperattivo, giocavo a calcio e a pallavolo, a dire il vero, principalmente a pallavolo, motivo per cui , essendo io di natura un difensore-la qual cosa mi ha fatto riflettere nel tempo, come se le tendenze ad assumere i ruoli nello sport fossero caratterizzate dalle note del carattere di chi quei ruoli, assume, via via portati poi in altri ambiti ,una volta che, per sopraggiunti limiti di età , lo sport diviene necessariamente individuale o cessato-, mi è sempre piaciuto subire il gioco avversario e giocare di rimessa, vincere sugli errori altrui, forse perché , a pallavolo, ad esempio, non ho mai avuto l'elevazione per schiacciare nei tre metri, questo ha determinato, lamarckianamente( Lamarck era un evoluzionista che sosteneva che gli organismi viventi mutavano le caratteristiche in relazione alle situazioni ambientali, per questo secondo lui le giraffe avevano il colo così lungo-sarebbe interessante approfondire il perché i neri hanno questi peni in perenne divieto di sosta sulle strisce pedonali, quando sostano a bordo strada),lo sviluppo di determinate caratteristiche di gioco una su tutte il salvataggio in bagher o in tuffo con conseguenti tumefazioni continue alle ginocchia. Nonostante stia scrivendo in modo canino (gli odontotecnici non c'entrano) butterò giù lo steso un po' tutto ciò che ricordo di quell'epoca spensierata, e mica tanto. Insomma, a farla breve, mentre tutti i miei amici giocavano a pallavolo lanciandosi ginocchinterra sul nero pavimento nerogommoso del plesso Pessina, dove si giocava a pallavolo un paio di volte a settimana e se c'era la partita pure tre a volte, alcune settimane( le partite c'erano se le squadre avversarie giungevano al numero legale per prendere un pulmino e arrivare a Ostuni e se il pulmino aveva abbastanza benzina) , io, invece, a momenti non riuscivo a camminare. Mio padre, poverino, mi aveva portato da tutti gli ortopedici della zona i quali mi avevano prescritto pomate e riposo. Pomate e riposo. Le pomate non mi facevano niente e il riposo neanche. Per chi è abituato da piccolo a fare sport, beh, credetemi, l'immobilità rappresentava un dramma. Si provava disagio fisico e ci si sentiva impazzire. Un po' quello che deve provare un consumatore di stupefacenti in astinenza. E da ciò traggo motivi per dire che abituare i bambini a fare sport sin da piccoli, li allontana dalle droghe, sostituendosi, lo sport, a quel quid che calmiera il naturale surplus di energie così comune in un adolescente. Una volta mia madre mi vide piangere e mi chiese perché stessi piangendo. Io le dissi che il motivo era questo dolore alle ginocchia che mi impediva di fare sport ed essere uguale a tutti gli altri. Mia madre mi fece una carezza e mi disse che quando mai io avrei voluto essere come tutti gli altri, che a lei questa cosa proprio non risultava. Ma parlò lo stesso con mio padre il quale telefonò ad un suo antico compagno d'infanzia, un famoso ortopedico davvero molto stimato, che però era in forza, all'epoca dei fatti narrati, presso l'ospedale di Monopoli, città che allora m'era ignota, ma che in futuro, a parte per l'ospedale, mi sarebbe stata nota solo perché quando andavo col treno a Bari all'università, alla volta della sua stazione salivano sempre due o tre tizi che insistevano nel volermi vendere ad un prezzo ridicolo collanine d'oro che giuravano appartenere alle zie o alle sorelle morte in disgrazie accidentali. Un giorno al ritorno da scuola, mio padre, che mi pare sempre brizzolato nei mie ricordi, mi disse che dovevamo andare da un famoso ortopedico per risolvere una volta per tutte questa faccenda delle mie ginocchia. Mi disse di stare tranquillo.Dopo pranzo ci mettemmo in macchina e prendemmo la superstrada per Bari, sulla sinistra ad un certo punto vedemmo delle signorine che chiedevano un passaggio e io dissi a mio padre che forse potevamo dar loro un passaggio, ma mio padre stranamente disse che quelle signorine lì dove dovevano andare ci potevano andare a piedi , che era giusto dietro il cespuglio, io sorrisi e dissi, ah, allora volevano della carta igienica. Mio padre non disse niente. Si limitò a guardarmi e poi un bel pezzo dopo disse, ma la cartigienica non era per la cacca. All'epoca non ci capii molto, ma non ci feci certo caso. Arrivammo a Monopoli, una città del sud barese, piuttosto grande, piena di commerci di ogni genere, mi ricordo che si diceva che lì c'era il pesce buono. Ma a parte delle case anonime a due piani, non mi ricordo molto. E i tizi delle collanine che incontrai poi più avanti negli anni. La sala d'aspetto era piena e aspettammo un bel po'. Poi ad una certa ora, toccò a noi. Entrammo da una porta dietro la quale c'era uno studio. Nello studio c'era una scrivania , un lettino per le visite e attrezzatura per fare delle radiografie. Il dottor Bonaventura, che così si chiamava l'amico di mio padre, sembrava un tipo molto severo, non sorrideva per nulla. Ascoltò quel che aveva da dire mio padre. Poi mi guardò. Mi fece stendere sul lettino e mi toccò le ginocchia. Mi facevano male e lui non insistette. Aveva delle strane mani tutte screpolate , erano come consumate. Poi mi disse di stendermi sul lettino vicino a dove c'era quella macchina che presumevo servisse a fare le radiografie, che per me all'epoca dovevano essere delle specie di foto che servivano per vedere dentro alle ossa. Poi con fare ieratico disse a mio padre di uscire e si mise dietro ad una sorta di schermo protettivo che ricordava uno scudo di celerini, solo un po' più grande. 5 minuti dopo mio padre rientrò. Il dottor Bonaventura si mise a sviluppare le lastre. In silenzio, io e mio padre, attendemmo il responso. Dopo un quarto d'ora , Bonaventura tornò abbastanza sorridente, per i suoi standard. Ci sedemmo e lui, scrivendo su un suo diario di appunti, ci disse che io avevo una sindrome piuttosto frequente, fra gli adolescenti e che si poteva curare e guarire definitivamente. Mio padre e io ci rianimammo. Solo, però, disse Bonaventura, dopo la cura, che faremo qui e ora , in futuro, potrebbe essere necessario rimuovere delle piccole calcificazioni a livello tendineo. Ma non è certo che possano formarsi. Nel caso, si sarebbero rimosse chirurgicamente. Comunque, la cosa più importante, a quel punto, era di guarire dall'infiammazione e da quest'effetto ginocchia a noci di cocco. Disse proprio così, Bonaventura. Si assentò per una decina di minuti e tornò poco dopo con una vaschetta metallica con dentro una siringa di vetro pronta all'uso. Spiegò che avrebbe dovuto praticarmi due iniezioni nelle tumefazioni alle ginocchia. Avrei sentito un po' di dolore ma mi avrebbe cosparso le parti con un anestetico, così non avrei sofferto molto. Mi osservò con quei baffetti da sparviero, magro, sguardo severo, mani di argilla sgretolata...ma si vedeva che era un burbero benefico, che il suo era un atteggiamento e che dietro si nascondeva un buono e forse persino un goliardico buontempone. Mi praticò due iniezioni e dalla mia bocca non uscì un lamento. Era il mio bushido personale, che me lo suggeriva. Più tardi , da grande , capii che non serviva a molto, che la sofferenza che provavano certi individui non era paragonabile a quelle che cercavo di affrontare con il mio bushido. Ma all'epoca segnai il punto, dentro di me. Bonaventura disse che ero stato bravo.Mi disse che sarei dovuto stare a riposo per un paio di mesi e che poi avrei potuto tornare a fare sport. Ce ne andammo , io e mio padre, contenti e felici, imboccammo la superstrada a buon ritmo,e al ritorno, dove c'erano le signorine dei passaggi notai che non c'erano più . Magari avevano raggiunto i cespugli a piedi. Due mesi dopo giocavo a pallavolo e a calcio e non avevo più dolore. Mi sentivo rinato. Disputai un campionato di pallavolo e uno di calcio , del Centro Sportivo. A Pallavolo giocavo come alzatore, un ruolo che oggi non esiste più e a calcio mi distinguevo come mezz'ala , un po' alla Antonioni, con il sedere all'insù, diciamo, via. Anni dopo , intorno ai vent'anni, mi si presentò il problema della calcificazione in uno dei tendini delle ginocchia, di quello destro in particolare . Feci la visita da Bonaventura. Mi osservò e si ricordò tutto. Sì, mi ricordo, disse, postumi di una sindrome di Osgoon-Schatter, nomi dei due medici che hanno scoperto questa patologia. Conobbi l'ospedale di Monopoli e la capo sala che una volta disse che il Monopoli di calcio aveva visto di vincere due a zero e rideva un sacco e lo ripeteva in continuazione, lo aveva sentito dire ad un paziente . In camera ero con un tizio magro che si doveva operare di ernia del disco. Aveva provato a fumare, alcuni giorni prima, ma Bonaventura lo aveva redarguito con severità.Non ci aveva riprovato. Si chiamava Luciano. Adesso non c'è più. Ma non fu Bonaventura, il suo carnefice,ovviamente, fu l'eroina. Un'altra storia, un altro racconto, forse, dipende da come le vedi , le storie, a volte sono come le vie dei santi, lasciano scie e tu devi capire da dove iniziarle, a che punto entrare nelle scene delle tue reveries. Fui operato. Anche Luciano fu operato. Diventammo amici. Io uscii prima dall'ospedale, l'ernia del disco richiedeva più tempo di degenza. Mentre andavamo a casa in macchina attraversando una città che mai conoscerò, chiesi a mio padre:" ma cos'è che ha alle mai, il dottore?". Lui a tutta prima non disse nulla. Poi mi guardò e disse. Prima, quando non si conoscevano gli effetti dei raggi x, si facevano le radiografie tenendo ferme le parti da radiografare con le mani...quelli sono gli effetti dei raggi x . Io non dissi niente. Ma ricorderò sempre quell'uomo, con il suo aspetto severo, il baffetto alla Devid Niven e quella sua immarcescibile volontà di darsi alla scienza, succeda quel che succeda, pur di ridar le gambe a chi non ce l'ha, Gesù Cristo in scala ridotta che cercando il proprio Lazzaro, perlomeno ha prolungato l'esistenza di chi a quel miracolo un giorno spera di assistere per davvero.
mercoledì 9 ottobre 2013
Ask 5
Dove ti trovavi 3 ore fa?
mangiavo, ma non mi ricordo cosa mangiavo, mi ricordo la sensazione, Un pò come fare sesso sena ricordarti con chi, defecare sena ricordarsi se si è usata la carta igienica. Ah, ecco cos'era quella frenata di bicicletta in mezzo alle mutande! un minuto fa
Che cosa conta maggiormente per te - Il denaro, un buon aspetto o l'atteggiamento? samurai attitude 3 minuti fa
Quale canzone ti piace ballare? shock the monkej di Peter Gabriel 3 minuti fa
Dove ti vedi nei prossimi 10 anni? In una vasca da bagno con una canna in mano mentre sostengo di essere in Brasile. 3 minuti fa
Come si può essere felici senza soldi? Non si può essere felici senza soldi, ma i sldi sarebbero senz'altro felici di non avere a che fare con noi, specie quando li cediamo così in cambio di stronzate! 4 minuti fa
Chi è l'ultima persona dell'altro sesso con cui hai parlato? Mia madre, oh, stessi diventando gay? 5 minuti fa
Per cosa spendi la maggior parte del tuo denaro? per pagare le bollette che consentono a Letta di credere che sia il mio presidente del consiglio. 6 minuti fa
Cosa ti fa ridere di più? Il solletico ai carri armati. 6 minuti fa
Ti piacerebbe vivere in un altro paese? Ognuno ha il paese che si merita per questo credo che Buddha avesse ragione nel dire che l'uomo che non vive secondo virtù e condannato a rivivere altrove: ma com'è che io rivivo sempre in Italia? Devo aver fatto veramente qualcosa di grave in un altro me. 7 minuti fa
Cosa dovrebbe esserci in una città perfetta? Beh, per dirla con De Andrè non ci dovrebbero esser spargimenti di sangue o di detersivo. 9 minuti fa
Secondo te chi è un eroe dei nostri tempi? l'uomo medio con delle capacità tecniche che fa funzionare i paesi tirando la carretta a quella banda di mediocri che lo dirige restando sano di mente fino alla pensione. 9 minuti fa
Chi è la persona più pazza che conosci? nessuno sano di mente si mette a scrivere libri in un paese che ha in testa alle classifiche Fabio Volo., risposta pleonastica: io. 11 minuti fa
Qual è la tua opinione sulla clonazione umana? Di Danilo Coppola ce ne basta e avanza uno! 12 minuti fa
Cosa hai mangiato a colazione stamattina? caffè quadruplo con biscotti al cioccolato. 6 giorni fa
Qual è la tua opinione sulla caccia? che i cacciatori sono più bravi a sparare cazzate, per cui non è meglio che si danno al cabaret e lasciano stare in pace i poveri uccelli? 7 giorni fa
Qual è il luogo ideale per il primo appuntamento? in camporella...al massimo prendiamo un po' d'aria, no? 7 giorni fa
Ci sono persone delle quali hai paura? persone no, entità forse... 7 giorni faA una persona piace questo elemento
Quali città ti piacerebbe visitare? Berlino 9 giorni fa
Preferisci parlare o inviare sms? parlare, le vibrazioni della voce mandano segnali erotici...sperando che accada se l'interlocutore è di tuo gradimento 17 giorni fa
Hai mai rubato qualcosa? purtroppo mi sono arbitrariamente impossessato del fischietto di un arbitro e mentre arbitrava fischiavo di nascosto, più che una partita era diventata un incubo, ma l'arbitro non poteva tornare a casa prima del termine perchè la moglie non se lo sarebbe aspettato... 18 giorni fa
Sei una persona creativa? no comment 23 giorni fa
Qual è il luogo ideale per il primo appuntamento? a cena...ma non devi essere Gesù Cristo, altrimenti sfigato come sono di sicuro è l'ultima e non so neanche se riesco a consumare il resto 24 giorni fa
Hai l'app ufficiale di Ask.fm per Android?
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no 24 giorni fa
Dove ti trovavi 3 ore fa? purtroppo lavoravo, non dico meno male perchè sono uno che ancora crede che il lavoro sia un diritto, insomma, un nostalgico. 24 giorni fa
Hai già l'app Ask.fm per iPhone?
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noooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooo ooo ooo oooooo 26 giorni fa
Qual è la tua opinione sulla caccia? In tempi di ogm non è detto che chi spara uccelli non possa pigliare pesci. 26 giorni fa
Hai già l'app Ask.fm per Android? noooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooo
martedì 8 ottobre 2013
Il racconto di Josè (scritto a penna di sera su un autobus)
Mi ferma per strada sui navigli per chiedermi una informazione. Vuole sapere se quella che sta percorrendo è la giusta direzione per Torino. Me lo chiede in un buon italiano. Io dico che sì. Camminiamo un tratto insieme. E parliamo. Io nel mio spagnolo stentato, lui un po' in italiano, un pò in spagnolo(sua lingua madre) e un pò in francese. Gli chiedo se sta facendo il cammino di Santiago De Compostela. E' bassino , ha pochi denti, barba corta ma non incolta, un cappello, un cappotto grigio, jeans, scarpe da tennis e uno zaino in buone condizioni, più un borsone, ma non emana affatto un cattivo odore. Nonostante i chilometri che deve aver già percorso, in giornata. "Cammino di Compostela? No, io faccio il mio cammino, quello di Josè. A proposito mi chiamo Josè, in italiano sarebbe Giuseppe". Splendida la filosofia che trasuda dalle sue parole da globetrotter poliglotta. Dice che è di Valencia. Ah, Valencia, dico, Andalusia.Mi guarda severo e dice, è al confine con l'Andalusia, anzi è fra l'Andalusia e la Catalogna, è nel Pais Valenciano, precisa con orgoglio, come a voler rimarcare, immagino, che il fatto di essere in giro per l'Europa , mai gli farà perdere le sue radici e anzi spesso ci si allontana dai luoghi natii per riscoprirli. Sono cinque anni che è in giro per l'Europa, mi dice. A piedi. Vivendo di quello che la gente gli dona, dormendo dove capita. Ha in mano una bottiglia di plastica piena di olio d'oliva che qualcuno gli ha regalato. Insieme a del pane. Che porta nel borsone. Io gli dico che sono pugliese e che la mia terra produce il miglior olio extravergine del mondo. Quando gli nomino la Puglia , si illumina, dice che la conosce e che ricorda specialmente un piccolo paese di case bianche ammonticchiate su una collina. Io sorrido, dico, è Ostuni, il mio paese, la mia città, la città bianca. Gli chiedo se l'ha visitata. Lui dice che l'ha ammirata dalla costa, perché viaggia prevalentemente sulla costa, vicino al mare. Se può . Perché giri l'Europa a piedi, gli chiedo."Perché lo voglio. Voglio essere libero". Geniale risposta perché semplice. Ha lavorato in Francia, dice, gli ultimi anni, e fra un 8-9 mesi i francesi gli daranno una piccola pensione. Fino ad allora camminerà. Trentacinque, quaranta chilometri al giorno. Mi mostra le scarpe. Sono buone scarpe, dice, sono le gambe che necessitano di riposo. Sto cercando un posto riparato per "accampigliarme". Dice proprio così, usando questo termine curioso. Camminiamo ancora un pò, a sinistra abbiamo il naviglio e la chiesa di San Cristoforo e lui la osserva da lontano. E dice che è a questo che servono le chiese oramai a fare ombra di giorno e riparare di notte i viandanti, i pellegrini. Mi guarda sorridendo e dice, sai, volevo sapere la direzione giusta per Torino, perché anche se sono già passato da qui il paesaggio muta "rapido", non si fa tempo ad andare giù per l'Italia che quando torni non riconosci più i luoghi, i posti, capisci? L'uomo cambia il paesaggio "esterior" molto più rapidamente del paesaggio"interior". Sorrido ascoltando le sue sagge parole. Sai, continua a parlare, ho sempre qualche problema a chiedere informazioni a gente non adulta, gente che abbia almeno 40 o 50 anni. I giovani non sanno niente o fanno finta di non sapere niente o ti rispondono con fastidio. Io mi sono fidato di te, perché sei adulto, grande di età, ribaltando, cosi, penso, clamorosamente, il paradigma della persona "normale" che invece dovrebbe avere delle remore a fidarsi del "barbone" o (molto) presunto tale. Fa per avviarsi verso il ponte che attraversa il naviglio, un vecchio ponticello che lo porterà nei pressi della chiesa di San Cristoforo. A quel punto gli chiedo se vuol dormire a casa mia. Lui dice di no. Insisto. Lui dice che non è abituato ai loghi chiusi, che lo soffocano. Gli dico che mi ha fatto piacere incontrarlo e conoscerlo, che ero in giro a fare foto, la mia macchina è nello zainetto che porto in spalla, foto notturne. Sì, dice lui, i paesaggi notturni sono molto belli. I paesaggi in genere, dico, anche quelli umani, io per esempio fotografo molto la gente. le persone con i loro volti, i loro corpi, le loro camminate, sono paesaggi in movimento. La gente?,fa. Sono più interessanti i paesaggi. Bueno amigo, buena suerte, mi dice, mentre attraversa i binari del tram che si incastonano nell'ammattonato d'epoca e i mattoni lucidi per la recente pioggia rimandano i bagliori dell'illuminazione pubblica notturna e dei fari della auto in lontananza. Prima di lasciarlo andare lo chiamo e gli chiedo se possiamo farci una foto, in ricordo di questa conversazione. Uso il cellulare perché alla macchina fotografica si sono scaricate le batterie. Mi si avvicina, mi guarda e dice:"a chi risponde ad un viandante non si può negare niente...perché è un uomo di libertà".
domenica 22 settembre 2013
Safari fotografico a Lambrate, zona archeologica industriale( 21/09/2013)
Sabato pomeriggio, fine settembre , mi incontro alla stazione di Lambrate col fotografo Cesare Dal Farra. L'intento è quello di eseguire un safari fotografico nei dintorni e verso via Rubattino dove ci sono ancora in piedi capannoni della ex Innocenti. In piazza Bottini cominciamo a fotografare , ci sono dei punkabbestia con i loro cani che chiedono l'elemosina vestendo all'ultimo grido e bevendo birre da 5 euro a lattina, uno con la cresta da mohicano mi mostra il dito medio e mi minaccia, io gli rispondo che non è che sia così tanto fotogenico ora che Balotelli li ha sdoganati come look . Lì al loro lato c'è pizza Mundial, un forno che sforna in continuazione pizze, pizzette e altre leccornie dello snack veloce a pochi spiccioli , infatti il posto e iperaffollato di gente di tutti i tipi, anche molti italiani che visti i tempi di crisi incombente hanno smesso di avere la puzzetta sotto il naso in quanto a cibi take away per lo meno. Ci avventuriamo a piedi nelle strade limitrofe scattando alcune foto a muri completamente ricoperti di graffiti, l'intera città di Milano è ricoperta di graffiti, alcuni bellissimi altri meno, alcuni altri decisamente brutti o insignificanti. Ma io sono dell'idea che comunque anche un segno brutto che interrompa la monotonia di un muro grigio segnando il passaggio di qualcuno che lo ha tracciato dia un segno d'umanità ad una contemporaneità urbana che ne è sempre di più priva. In una piazza alberata lì da qualche parte ci sono delle zingare dai vestiti sgargianti e variopinti che io fotografo di sgamo mentre subito dopo Cesare Dal Farra mi dice che chiedere non costa nulla e in genere predispone il soggetto che si vuole fotografare per un'accettazione anche se poi certo ne perde in spontaneità e diciamo pure, un pò, quando fotografi qualcuno a sua insaputa , allo scopo di mostrarne poi il viso o una particolare espressione come esempio di paesaggio umano esistenziale, certamente è un furto d'anima con destrezza (di cui non ci si pente mai però, a livello artistico, quando scarichi le foro sul pc). Cesare chiede indicazioni ad una signora sull'ubicazione dell'ex area Innocenti, vogliamo andare a fotografare qualche reperto di archeologia paleo-industriale. Lei ci invita a prendere l'autobus 54 con lei, è una signora di mezz'età bionda che sembra aver voglia di parlare, di comunicare. In pochi minuti ci spiega dove dobbiamo scendere e ci dice che nei capannoni industriali ci vivono e dormono delle persone che ogni tanto la polizia caccia via finchè non vi fanno ritorno, dopo un pò, quando le acque si sono calmate. Scendiamo su sue indicazioni alla fermata successiva a quella dove scendeva lei. Sta andando ad accudire un anziano, che quello è il suo lavoro, alla faccia di chi dice che noi italiani non vogliamo più fare ceti lavori. Subito ci troviamo davanti ad un viale lunghissimo, in mezzo la strada è separata da una siepe e dalla parte opposta a noi c'è un ampio edificio fatiscente e proprio per questo affascinante, con un cancello di vecchie e rugginose inferriate, ampio parallelepipedo di mattoni rossi, ricoperto di graffiti e vetri delle finestre semifrantumati come denti di facce buie ma ridenti. Alle spalle di questo che doveva essere uno degli stabilimenti Innocenti si scorgono nuovi palazzi in costruzione in mezzo a delle enormi gru, termitai allucinatori la cui monotonia estetica ricorda i combinat della DDR, progettati da architetti che dovrebbero essere imprigionati per il reato di spreco del talento al fine di rendere le persone prigioniere del brutto. Fotografiamo il contrasto tra il reperto paleologico industriale del vecchio stabilimento e il nuovo che avanza sul suo sfondo. Proseguiamo per 500 metri e scorgiamo il ponte della tangenziale. Quando lo raggiungiamo e iniziamo a percorrerlo sotto, una visione di bellezza incredibile ci attende. Una teoria infinita di piloni che reggono il manto stradale, si staglia per qualche chilometro da non riuscire a vederne la fine. Ogni pilone è ornato da graffiti e stickers di vario genere e a 50 metri ci sono dei massi messi lì con funzione estetica e dietro di essi si apre un inaspettato laghetto che rende l'ambiente molto gradevole, nonostante il continuo rombo in sottofondo del traffico tangenziale e gli enormi insipidi palazzoni in costruzione sulla sinistra. Chiediamo a un signore di mezz'età anche lui,dove siano i capannoni delle fabbriche della Innocenti, e , molto cordialmente, ci spiega che sono oltre il ponte e ci indica col dito dei tetti di ferro rugginoso in lontananza. Decidiamo di proseguire diritti per poi virare a destra e dirigerci verso i capannoni dismessi. Cesare dice che la gente che si incontra in questi luoghi è gentile e cordiale, ha voglia di parlare , di comunicare, forse la gente presa singolarmente non è poi così tanto male, inumana, forse la gente della periferia ha conservato una propria umanità, nella sofferenza. Facciamo 100 metri e incontriamo dei ragazzi e ragazze latini che danzano come se stessero provando una sorta di spettacolo. Chiediamo se possiamo riprendere alla piccola folla di spettatori latini che stanno assistendo seduti su una panchina di fronte e siamo sotto l'immensa arcata del ponte della tangenziale, che appare costituito da blocchi ciclopici di cemento che paiono messi insieme come un immenso lego da un Godzilla dalla grandezza incommensurabile ,quasi per gioco. Dicono di rivolgerci ad Hector. Hector il professore, lo chiamano. E' acquattato sull'asfalto, all'ombra del ponte , davanti ai suoi allievi, riverso sul radiolone che manda pezzi salseri, e li dirige con maestria. Chiedo se posso girare un video. Lui acconsente con il pollice su e le dita serrate della mano sinistra. Stiamo lì qualche minuto , ammirati, a guardare le evoluzioni danzereccie di questi ragazzi che ci stanno qui dando un chiaro esempio di arte dell'arrangiarsi, si allenano nelle loro evoluzioni di danza al riparo del ponte della tangenziale, all'aperto, palestra naturale e gratuita, splendido esempio di come si possano fare le cose in economia, purchè lo si voglia con forza. Passiamo oltre. Viriamo a destra e già scorgiamo un enorme capannone di cui permane lo scheletro attaccato e corroso irrimediabilmente dalla lebbra della ruggine. Ci avviciniamo ancora. La rete di recinzione è divelta di modo che si capisce che si può entrare dentro e fare una visita . Ci accingiamo a farlo e non senza qualche timore, viste le notizie su probabili presenze umane all'interno. Un passante che Cesare "intervista" ci spiega che quel capannone è l'ex fabbrica della Maserati. Entriamo all'interno e subito ci si arricciano le carni e la pelle per l'emozione. Siamo dentro ad un pezzo di storia Milanese , che dico, nazionale. Il capannone è enorme ma ridotto ad uno scheletro. Pare , con il soffitto ricurvo sui lati, questo immenso parallelepipedo di 500 metri, lo scheletro di una nave rovesciato . Si scorgono gli enormi primi prototipi di condizionatori dell'impianto di areazione, deformati dal tempo, che paiono involontarie sculture metalliche, su in cima abbarbicati a tetto e degli enormi tubi ricurvi che fuoriescono dal tetto costituito ormai men che meno che da una ragnatela di steli metallici. Scorgiamo delle tende last generation che costituiscono una sorta di piccolo accampamento, che sembra , a quest'ora del pomeriggio, abbandonato. Intorno a queste tende e in quasi tutto l'interno del capannone sono ricresciuti alberi e cespugli in abbondanza, quasi che la natura avesse voluto lentamente ma inesorabilmente riconquistare il terreno che le era stato espropriato dall'uomo a fini produttivi. Ci sono persino degli alberi di fico, ricresciuti non si capisce bene come. Sui lati del capannone , sui muri superstiti ci sono disegnati dei graffiti. Subito mi viene in mente che di notte in questo luogo graffitari che si esercitano indisturbati, lontani dalle molestie poliziesche-posto che penso che qualsiasi interruzione di una qualche attività con finalità creative sia da considerate una molestia-magari bevono il te' nel piccolo accampamento sicuramente rom insieme ai gitani , ballando le loro gighe e allontanandosi di quando in quando fra i cespugli con calde ragazze sinti per passare qualche momento di bollente intimità. Torniamo indietro e incontriamo dei resti di un auto, probabilmente dei tempi produttivi, parliamo degli anno '70 o giù di lì. C'è silenzio, un silenzio catartico. Immaginiamo le catene di montaggio e centinaia di operai gli uni accanto agli altri, alle catene di montaggio, che sudano e respirano insieme, finchè il respiro diventa unico e così potente da mandare in frantumi il soffio di mille monaci taoisti, muscoli, e mani che si muovono all'unisono, per quarant'anni ripetendo gli stessi quotidiani gesti, per quarant'anni, tutti i giorni con fuori qualsiasi tempo gelo o sole infernale squagliasfalto... ci vuole del genio a fare per quarantanni gli stessi gesti tutti i santi giorni senza impazzire. Siamo in una di quelle fabbriche che, involontario complice il capitalismo fordista, ha creato una delle più salde generazioni della storia contemporanea e una delle classi sociopolitiche più coese di tutti i tempi che sviluppò un senso di solidarietà umana e nelle lotte che mai più sarebbe stato raggiunto e si raggiungerà. Da pelle d'oca, possiamo sentire i loro respiri, i loro affanni, le loro anime tormentate e i clangori metallici dei pezzi che assemblavano tutti i giorni. Usciamo dal capannone e ci dirigiamo verso l'acquedotto che è lì poco oltre , allontanandoci sempre più alla destra del ponte della tangenziale nei presi dell'uscita Rubattino. Sullo sfondo si vedono enormi palazzi in costruzione che avanzano minacciosamente divorando questi reperti archeologici di un passato glorioso in disfacimento. Enormi aree industriali che l'abbandono ha reso scenari poetici, palchi di teatri a cielo aperto, luoghi di produzione artistica involontaria, possibili spazi di socialità creativa. E presto scompariranno per far posto a questi palazzoni anonimi e grotteschi che saranno abitati da una generazione di acefali che siederanno su divani della stessa marca lowcost divorando merendine dell Kinder di provenienza Caritas, perchè non avranno di che mangiare e di che lavorare, precari a vita, anime imprigionate in dimore per giapponesi padani.
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