mercoledì 21 dicembre 2016

Il tropico del maresciallo, nuovo libro di Danilo Coppola

Il maresciallo Gabriele Santoro, è un uomo di mezz'età, di origine pugliese, Alto Salento ( per la precisione di Ostuni, come chi scrive questo romanzo), e presta normalmente, da alcuni anni, servizio ,presso la sezione omicidi della caserma dei Carabinieri di via della Moscova a Milano. Negli ambienti investigativi è piuttosto famoso per alcune prerogative curiose, che comprendono una costante sofferenza colitica che tenta di sedare con un consumo quotidiano di quantità industriali di camomilla, un grande amore per la buona musica, dalla classica al jazz latino, soprattutto, e per le buone letture, anche di un certo spessore, di cui si avvale nella sua particolare filosofia investigativa:Santoro sostiene che le filosofie di vita dei personaggi dei romanzi e le speculazioni filosofiche, in generale, che sfociano spesso nella formulazione di teorie e formule, sono governate dagli stessi criteri di un'indagine dal vivo sul campo.Vanta il 100% dei casi risolti. Un'anomalia, nel panorama investigativo italiano.Ama , oltre che l'arma dei Carabinieri, la Costituzione del suo paese, che pone sopra ad ogni altra prerogativa persino nel suo lavoro. Motivo per cui molti dei suoi superiori lo ritengono indisciplinato, o "strano", comunque "non conforme". Cosa che lo lascia spesso sarcasticamente sorpreso. Ama inoltre la buona cucina, che essendo un single impenitente, lo porta a realizzare per il proprio palato piatti prelibati specie della gastronomia pugliese, ma non solo. Cammina spesso a piedi e per le indagini preferisce taxi e mezzi pubblici invece che un proprio mezzo privato. Apparso per la prima volta in un romanzo dal titolo, "Al maresciallo piace la buona musica", edito per le Edizioni del Tamburino,ricompare adesso in questo nuovo racconto, che lo vede protagonista di una storia incredibile addirittura in Brasile. Due anni prima delle vicende narrate nel libro in parola, "Il tropico del maresciallo"( ed. Youcanprint), il maresciallo Santoro aveva perso la sua compagna, un'avvenente brasiliana di colore che si chiamava Vanessa De Almeida Conceicao, sacerdotessa candomlecista, tra le altre cose, pare in un incidente di autobus, mentre era in visita presso la propria famiglia nello Cearà, stato nel nordest del continente verdeoro. Le circostanze di quell'incidente non avevano mai del tutto convinto il maresciallo pugliese, il quale, dopo due anni di sogni premonitori in cui la sua ex gli appariva sia pure in modo sfumato come se gli chiedesse di ristabilire la verità vera, oltre quella ufficiale e troppo facile fornita dalle autorità brasiliane, decide di chiedere un periodo di aspettativa per svolgere un indagine per proprio conto in loco. Questo l'antefatto del mio nuovo romanzo che porterà il maresciallo Santoro(per la prima volta alter ego animato di vita propria rispetto ai miei precedenti scritti più evidentemente autobiografici) a contatto con la cultura Brasiliana , esplorandola in alcuni dei suoi più avvincenti e misteriosi aspetti, a partire dal Candomblè, culto religioso afro nato dal mix dei culti animisti importati dagli schiavi neri africani e miti e santi della religione cattolica,via via a contatto con tutti gli strati di quel continente dall'antropologia multiforme e multiculturale, correndo rischi di ogni genere, scontrandosi con bande di pedofili e spacciatori di droga, magnati televisivi , conoscendo poeti e musici di strada, prostitute dal cuore d'oro e "curandere" di strada, in un corredo di esperienze affrontate sempre con il suo caratteristico umorismo venato spesso di sarcasmo, vero valore aggiunto e pozione salvavita, persino nelle traversie più difficili da affrontare , nel corso di questa storia. Buona lettura

mercoledì 12 ottobre 2016

Glamorama, Bret Easton Ellis, rece

Negli spazi delle pause del lavoro leggevo Glamorama, libro di ben 731 pagine dell'enfant prodige della letteratura statunitense Bret Easton Ellis. Enfant prodige a sentire le testate giornalistiche di tutto il mondo pagate dai suoi editori per recensire positivamente un libro inutile, lontano parente di Meno di Zero e di American Psycho, che pure mi erano piaciuti. American Psycho, per esempio è la storia di un omosessuale represso che vive le sue pulsioni sessuali facendo l'etero fico con prostitute e o donne dell'ambiente degli yuppies anni ottanta newyorkese. Ma le descrizioni del mood newyorkese di quegli anni , lo sguazzare nel denaro facile, l'uso disinvolto della cocaina, per quanto mi concerne, lo si ritrova tutt'oggi in una qualsiasi serata milanese spleen . L'irruzione di questo serial killer , Patrick Bateman, che in Glamorama appare in una scena e saluta Viktor Ward,lo stinto protagonista di questo pastiche spionistico-noir ambientato nel mondo della moda, aveva dato ad America Psycho la stura per dire che la letteratura americana avesse un nuovo protagonista. Glamorama seppellisce quelle speranze. In questo romanzo , chiamiamolo così, Viktor Ward seminoto divo del mondo della moda newyorkese, modello e attore, perso fra studi televisivi, interviste , spinelli e "pezzi", come si chiamano di questi tempi le dosi di coca,figlio di un noto senatore, frequenta una modella di nome Chloe. Per qualche motivo qualcuno trucca delle foto che lo ritraggono in atteggiamenti affettuosi con un'altra donna e Clhoe apprende dell'esistenza di queste immagini. Fra uno spinello , un tiro di coca, una sigaretta, un wiskej e via discorrendo, s'intende. Che letto in pausa dal lavoro dopo che uno ha venduto arredamenti a gente che continua a dirti che ha figli che dirigono qualcosa , non si sa che cosa, ma giusto per dirti che sono importanti e puerpere che si sentono ancora in cinte e non sanno decidersi di che colore vogliono armadio e scrivania, puo' avere il suo fascino e spingerti a pensare che in fondo chi si droga non sia tanto peggio delle persone che considerano se stesse, normali.Le vite dei due virgulti della moda american style anni '90 si perdono di vista e Viktor Ward viene coinvolto in una storia di ammazzamenti di fotomodelli gay asiatici in odor di sadomasochismo e in scene di sesso, descritte da Breton Ellis ,minuziosamente. L'ho già detto in più occasioni anche rispetto a 50 sfumature di grigio, questi libercoli da niente spinti dalla battage (sarebbe meglio dire battuage)pubblicitario o, per dirla con Ellis dal potere dell'hype del marketing , che vorrebbero apparire scandalosi e attirare l'attenzione di lettrici da parrucchiera che si scandalizzano nell'apprendere che le palline cinesi legate ad un cordino non sono uno strumento masochistico per percuotere ma una cosa che si infila nelle parti intime per godere, sono semplicemente folklore, paragonati alla vera letteratura scandalosa del marchese De Sade. Basta leggere le 120 giornate di Sodoma per farsi un'idea precisa dell'esistenza in natura di un corredo di opzioni e varianti sessuali talmente vasto , che De Sade, tra l'altro, in forma di romanzo, tipicizza, fornendo tra l'altro basi solide alla psicanalisi ancora di là da venire, nella sua epoca. Un pioniere, antesignano della psicanalisi e dell'antropologia delle classi abbienti ed esploratore di tutti gli ambiti della psiche umana riguardo al sesso. Il tutto reso con una scrittura elegante , efficace e per nulla volgare. Chi lo volesse leggere comincerebbe a guardare i libercoli di cui sopra come buoni per alimentar fiamme di caminetti montani.Più che di conoscenze in un qualsiasi campo. Ma torniamo a Glamorama, andando avanti nel racconto un fantomatico mister Palakon offre a Viktor in cambio di denaro un viaggio a Londra al fine di svolgere un'indagine su Jamie, anch'essa fotomodella, che risultava scomparsa , per conto della di lei famiglia. Insomma, per farla breve, al termine di una miriade di episodi conditi di descrizioni stucchevoli di sesso a gogo' anche bisessuale in cui Ellis annuncia al mondo quello che in America Psycho aveva appena accennato, insomma di essere gay(ecchesarà mai), Viktor Ward apprende che dietro questo viaggio c'è la macchinazione di suo padre, il senatore, che non approva il suo stile di vita nel momento in cui sta decidendo di candidarsi alla Casa Bianca(si chiamerà così perchè è la casa della cocaina?). E qui c'è la conferma che molti libri sono scritti sotto la spinta di disagi familiari. Un mio carissimo amico nonchè collega di lavoro mi ha detto una volta che continuare a leggere un libro che non ti sta piacendo , dal momento che la nostra vita è breve e dobbiamo cercare di godere del bello il più possibile prima di percorrere le verdi praterie degli al di là indiani, rappresenta un esercizio di puro masochismo. Io non sono d'accordo, dal momento che questo libro ricco di niente, mi ha fatto superare pause di lavoro in cui dovevo dimenticare che la fauna umana che popola il nostro pianeta spesso fa letteralmente schifo ( e senza drogarsi)e mi ha fatto comprendere(accettare mai) realtà per me incomprensibili. Come quella che vede milioni di persone acquistare e leggere un libro così brutto. Danilo Coppola

venerdì 30 settembre 2016

Siddhartha di Hermann Hesse, una recensione

Lo avevo letto anni fa ma non mi aveva lasciato delle grandi tracce. Ci sono libri che bisogna rileggere per capirne il senso compiuto o per scoprire se ti hanno lasciato qualcosa. Questa seconda rilettura di Siddhartha, dello scrittore tedesco naturalizzato svizzero Hermann Hesse, mi ha lasciato un po' cosi, come dire disorientato. Hermann Hesse pesca a pieno nelle letture dei saggi religiosi e dei libri sapienziali indiani , in particolare e orientali in generale. Il protagonista del breve romanzo, Siddhartha, appunto, non si sa se incidentalmente uno dei nomi del Buddha, che invece nel racconto viene citato con il solo nome di Gotama, e' il figlio di un Brahmano, un sacerdote , un saggio, un uomo savio. Ma Siddhartha se ne allontana insieme al suo fedele amico , Govinda,per seguire le pratiche ascetiche dei sadhana. Cosa che a suo padre non va certo a genio. Dopo molti anni di pratica presso i sadhana , Siddhartha, che cerca un proprio io che definisce Atman, l'equivalente dell'anima nelle religioni induiste, principio di se stessi ed eterno ritorno in noi stessi, si potrebbe dire, non e' pero' soddisfatto dell'apprendistato presso gli asceti. Un giorno incontra Gotama, il Buddha, un uomo saggio che dopo una lunga meditazione sotto un albero di mango, che in realta' doveva essere di fico, albero che e' presente in tutte le religioni come spettatore di svolte ecumeniche epocali, vedi Giuda che si impicca ad un albero[ ma mi direte, certo, a cosa si sarebbe dovuto impiccare , all'epoca, ad un palo dell'alta tensione?], Odino, il Dio delle religioni mitologiche scandinave, per apprendere la conoscenza resto' appeso ad un albero nove giorni e nove notti, si crede un albero d frassino, per non parlare di Gesu' e della parabola del fico sterile[che non era una premonizione su qualche famoso vip che non riesce ad avere figli], vive numerose sue preesistenze e si risveglia con in mente ben chiara una nuova religione, una nuova filosofia. Basata sulla consapevolezza che vivere, di per se', e' doloroso. Buddha e' il primo uomo che si pone il problema dell'annientamento del dolore che di per se' genera vivere, cioe' vedere i tuoi cari morire, il tuo corpo invecchiare ed ammalarsi, i tuoi desideri, abusati nel tempo, spegnersi. E ritiene che la massima forma di annientamento del dolore sia impedire il samsara, l'eterno ciclo della reincarnazione in esseri viventi di varia natura e specie, destinati e rivivere all'infinito, finche' non vivono in modo virtuoso:retto parlare, retto mangiare, retto meditare, rette pratiche sessuali...il che non vuole necessariamente dire mortificanti pratiche ascetiche, ma vivere a cavallo fra una vita satanica, da rifiutare in toto, e una angelica ottenuta attraverso la mortificazione del corpo. Mi viene da ridere mentre scrivo perche penso che se Buddha avesse ragione, in cosa dovrebbero incarnarsi certi nostri politici o esponenti di viplandia. Non lo saprete mai. Anche perche' condurro' un esistenza virtuosa e non rinascero' piu', estinguendomi nel Nirvana, il paradiso dei buddhisti, la non piu' rinascita , il mai piu' samsara. Ok, spero di essermi spiegato abbastanza in questa mia piccola dissertazione sul buddhismo. Ma torniamo a Siddharta, egli ha l'ardire di dire a Gotamo, cioe' Buddha, che lo rispetta, ma che lui sta cercando altro. E vediamo , con lo scorrere delle pagine cosa sta cercando Siddhartha. In sequenza lo vediamo incapricciarsi di una prostituta d'alto bordo, tale Kamala, la quale lo spinge a diventare ricco, se volesse, il nostro eroe ricorrere ai suoi servigi. Gli cerca un posto di lavoro presso un ricco commerciante, Kamaswami, e presto diviene suo socio e altrettanto abbiente. Cosi Kamala si concede completamente e lo istruisce nell'arte dell'amore, del trattenere a se' un uomo piu' a lungo possibile. Siddharta attaversa fortune alterne, diviene giocatore d'azzardo, perde denari, li vince, li riperde, li riguadagna. Ma ad un certo punto, quella ricerca dell'io, dell'Atman, dai meandri piu' reconditi della sua coscienza, lo richiama a se'. Abbandona Kamala e il suo socio commerciante e ritorna nel bosco. Vuole tornare povero, semplice, ritornare all'essenziale, pensare, resistere, digiunare. Presso il fiume incontra un barcaiolo con cui fa amicizia e che era lo stesso che lo aveva traghettato quando aveva abbandonata i samhana. Questa volta parlano piu' a lungo e Vasudeva, un uomo semplice che deve la sua grande saggezza, oltre che alla semplicita' all'ascolto del fiume, sua personale divinita', lo invita a restare. I due uomini si legano di affetto fraterno finche' un giorno, in circostanze misteriose, presso la loro dimora, sosta, in viaggio per una conversione alla nuova religione di Gotamo, il Buddhismo, Kamala. E'in compagnia di suo figlio. L'incontro e' gravido di emozione, ma non succede niente di succulento, non solo perche' Siddhartha e' ridiventato un sadhana ma anche perche' lei ha deciso di non esercitare piu' la nobile arte del meretricio. Poco dopo Kamala viene morsicata da un serpente velenoso e muore nella capanna dei due, non prima di aver svelato a Siddharta che quel ragazzo e' anche suo figlio. Siddhartha prende in carico il figlio, il quale viziato com'era[fatto che testimonia la validita' del samsara se si prendono ad esempio gli attuali figli dello smartphone , qualcuno dei quali sara' sicuramente un figlio di Kamala], non riesce ad instaurare alcun rapporto con il padre. Anzi lo rifiuta e lo insulta ripetutamente e nonostante Vasudeva inciti Siddharta a fargli un bel pagliatone educativo, di fronte alla reazione compassionevole dell'amico, allarga le braccia e si prepara al peggio.Il figlio infatti fugge e Siddhartha cerca di rintracciarlo, ma senza riuscirci. Alla fine Vasudeva lo persuade che in fondo suo figlio gli assomiglia, che ha fatto come lui con suo padre, ha scelto la sua strada per conto suo, come e' giusto che sia. La conclusione e' molto commuovente e se soffrite di pressione alta o di problemi cardiaci, saltatela. Anche perche' Siddharta incontra Govinda, che nel frattempo s'era perso per strada divenendo discepolo di Gotamo , abbracciando la sua dottrina e fra i due c'e' uno scambio intenso, attraverso il quale ripercorrono vicendevolmente le proprie vite...e uno si aspetta un finale a sorpresa, un finale pirotecnico...Finale che non tradisce le attese...dal momento che non c'e' un finale. Bene, buona lettura e perdonate certe mie licenze cabarettistiche, non vi aspetterete la solita recensione seriosa e noiosa da me? Anch'io cerco il mio atman e spero di trovarlo fra i vostri sorrisi e il vostro ridestato, per la lettura, interesse.

mercoledì 21 settembre 2016

La scuola della carne, Yukio Mishima, una recensione

Ho letto questo libro di Mishima, il grande scrittore giapponese, sorta di Pasolini giapponese, con un certo sconcerto. Il linguaggio usato dall'autore e' breve , stringato e inusualmente contemporaneo, al contrario della sua elegante prosa classica alla Proust, ricca pero' di imbizzarrimenti dati dalla provocatorieta' degli argomenti. Forse la scrittura e' costituita di frasi brevi perche' piu' che un romanzo si tratta di un racconto. Taeko, avvenente trentanovenne separata ricca professionalmente a causa del possesso di un avviato atelier di moda, fa lega con altre due donne della stessa eta' , staus ed estrazione sociale, una critica cinematografica e la titolare di un ristorante chic. Insieme hanno inaugurato il comitato Toshima, organismo immaginario che esiste convenzionalmente fra loro e che fa da sfondo ai loro incontri e racconti di vita di cui si mettono reciprocamente a parte. Nel Giappone postbellico la naturale riprovazione sociale per queste donne separate, grazie ai nuovi costumi importati dalla cultura americana per cui il denaro funge da lavacro di una vita svolta nel peccato ,viene stemperata, riproporzionando, che dire, ricollocando,agli occhi della societa', in modo accettabile, queste tre donne in ambiti di un certo prestigio. Donne,le quali sembrano approfittare del loro benessere economico per condurre una vita agiata e frequentare luoghi chic, ma anche alternativi. In uno di questi loghi alternativi, un gay bar, Taeko conosce un giovane avvenente, Senkichi, che far il barman in quel luogo . Fra di loro nasce quasi subito un legame torbido, la quarantenne si innamora appassionatamente e nonostante la sua parte razionale combatta contro quella passionale, alla fine la bella trentanovenne cede inopinatamente alle alchimie muscolari del giovane, infischiandosene delle implicazioni perverse che pure avrebbe comportato frequentare un verde virgulto che cedeva le sue grazie a uomini di ogni risma [ sia pure per denaro] .Nel racconto , ripeto, inferiore alle aspettative del Mishima che conosco, si possono godere le fiondate dell'autore giapponese alla cultura occidentale. Gli americani, giovani e vecchi, vengono definiti brutti e con la pelle di pollo, al contrario dei giapponesi che vengono esaltati , soprattutto in senso estetico, quanto deprecati nella sottomissione ai costumi occidentali. Solo gli italiani, concede Mishima, come poetica dei corpi, possono competere con i giapponesi, bonta' sua. La storia fra Taeko e Senkichi va avanti in modo strano e subisce delle trasformazioni, i due si concedono piu' autonomia e indipendenza nel rapporto, un legame che si riaccende nelle battaglie del letto e si stempera nelle lunghe session ai videogiochi del giovane adone nipponico, mentre l'affascinante quarantenne non disdegna delle buone letture. Mano mano che le cose vanno avanti pero' Taeko comincia ad essere insoddisfatta di questo legame, vuole aiutare il giovane a compiersi come individuo , abbandonando la sua vocazione parassitaria, e lo spinge a riprendere gli studi. Cosa che Senkichi non fa in modo concreto, fino al giorno in cui lei scopre che lui la tradisce. La tradisce , pero', non con il cuore, ma con l'ambizione di guadagnarsi uno status sociale rispettabile corteggiando la giovane figlia di una famiglia molto in vista e ricca, la figlia di una cliente, ironia della sorta, del suo atelier. Lo sviluppo della storia e' stupefacente e bizzarro e ribalta , cosa che avviene in tutti gli scritti di Mishima, la sua collocazione politica in un alveo culturale appartenente alla destra, storica , sociale e culturale, facendolo assurgere per l'ennesima volta a pensatore originale e indipendente, trasvalutatore dei "nuovi valori consumistici", in nome della necessita' del rispetto delle antiche tradizioni[Samurai compresi]. Teruko, un travestito che frequentava lo Hyacinthe{da Giacinto, amato follemente da Apollo], locale dove lavorava Senkichi, prima di fare il mantenuto di Taeko e che quel giovane conosce bene, di fronte ai tormenti d'amore di Taeko, si commuove e le fornisce delle prove che potrebbero rovinare il legame ancora fragile inaugurato da Senkichi con la giovane vergine ereditiera. Le consegna delle foto compromettenti che ritraggono Senkichi in pose lascive con alcuni suoi clienti.E in cambio non le chiede nulla. E' questo il momento piu' commuovente del racconto, incentrato sul legame tutto femminile fra la donna e Teruko, il quale ribalta tutti gli stereotipi riferiti alla "gente della sua specie" , di cui anche il Giappone e' intriso, comportandosi come qualcuno che ama l'amore e lo rispetta in ogni sua forma, molto piu' di quanto venga rispettato dai cosiddetti rispettabili nella forma che essi pensano sia esplicato da gente "della sua risma".La conclusione, per rispetto dei lettori e dell'autore, scrittore che amo e che , lo ripeto, da' il meglio di se' in altri scritti, la lascio alla buona creanza di chi avra' la curiosita' di leggere questo scritto comunque appassionante.

sabato 20 agosto 2016

Mare nero, di Gabriella Genisi, Sonzogno, rece

E' bello, ma soprattutto utile, questo libro di Gabriella Genisi, un giallo, per chi ama le categorizzazioni a tema[io non di certo].Il romanzo tratta le vicende indagatorie del commissario Lolita Lobosco, sorta di alter ego letterario dell'autrice, un alter ego animato pirallendianamente di vita propria, si capisce, ma come spesso accade proiezione di chi scrive. Il ritrovamento del cadavere di una ragazza deceduta in mare , al Commissario Lobosco, una avvenente quarantenne mediterranea che parla un pastiche di italiano baresizzato molto piu' comprensibile del siculitalico da ultimo di Camilleri, da' la stura per aprire un'indagine , che, in un primo momento pareva portare a rapida conclusione. In realta' poi, il ritrovamento in casa della ragazza scomparsa di una tesina, sposta l'indagine in tutt'altra direzione e decisamente il romanzo diventa avvincente, addirittura d'inchiesta ambientale. Vengono fuori mille vicende di relitti di natanti e aerei abbandonati in fondo al mare , mai del tutto bonificati, che rappresentano "il cane rinchiuso nello scantinato" della Puglia, che abbaia e nessuno sente. La Puglia, questa terra venduta come una sorta di paradiso terrestre, come i tropici d'Italia, dove la natura sarebbe incontaminata ed il mare pulito, in realta', anche attraverso questo libro, si scopre la pattumiera d'Italia. E cosi tutti i vari sfotto' degli amici su Facebook che si burlano dei conterranei immigrati, pubblicando foto di mari limpidi e cristallini, deve fare i conti con la realta' agghiacciante che vede migliaia di persone bagnarsi in un mare [e consumarne il pesce pescato, peggio], dove sono presenti pirite, diossina, materiali radioattivi. Se a cio' aggiungiamo la presenza sul territorio pugliese dell'Ilva di Taranto, dell'Enichem di Manfredonia che per anni a sversato in mare liquidi mai controllati, della Centrale a carbone di Cerano[Brindisi], nonche' di migliaia di discariche abusive di Eternit e i fumi dei sansifici, per non parlare delle speculazioni edilizie sulle coste,con buona pace dell'assessorato al turismo regionale, la Puglia rappresenta una delle regioni piu' inquinate d'Italia. Come pure alla baresita' tronfia e arrogate del "tengo i soldi e fatevi da parte che passo io", di un certo ceto di arricchiti rampante, di commercianti senza regole, di gente col rolex d'oro al polso, il macchinone e le gite a Savelletri a rimpinzarsi di ricci di mare , la Genisi, che e' barese per cui le vale la regola che ha il diritto di criticare i luoghi in cui vive, assesta un colpo da maestra, con condite descrizioni sarcastiche , cui contrappone una Bari piu' "antica", verace, popolare, delle braciole al sugo consumate a casa dell'immortale "Mamma'". Il linguaggio della Lobosco e' unico, originale, accattivante, un italiano infarcito di giustezza da dialettismi che non disturbano la lettura di lettori non pugliesi, ma anzi lo impreziosiscono, dando quel tocco di esotismo che mai sconfina nel folklore. Nemmeno nei dialoghi ricchi di sfotto' reciproci con i suoi vice e con una donna magistrato, Marietta Carrozza, che spesso le toglie le castagne dal fuoco. Il cameo della telefonata a Montalbano , che della Lobosco era stato superiore quando la commissaria pugliese era ispettrice in Sicilia, per farsi dare dei consigli per una succulenta ricetta, l'incontro con un fotografo che risveglia il "drago dei sensi"intrappolato nell'aplomb commissariale , la scoperta di un turismo delle esplorazioni subaquee in Puglia e i dialoghi serrati con Marietta Carrozza, da cui si scopre che la convivenza con marito e amante non e' piu' un tabu' dalle nostre parti[la Genisi dice di aver tratto l'argomento da un libro di Attali sui poliamori], sono altri temi molto succosi e ben scritti nel libro. Che dire , un libro per l'estate, ma anche un libro che apre una riflessione sui luoghi comuni e sulla coazione a ripetersi che tutto in Puglia e' sempre bello, gli ulivi sono secolari, le dune millenarie, il mare cristallino, ma con la forte sensazione, fra i piu' avveduti, che il panorama umano , adeguandosi a quello ambientale, si stia lentamente e progressivamente deteriorando.

venerdì 4 marzo 2016

Sangue nel Redefossi, di Gino Marchitelli, F.lli Frilli Editori, una recensione

Gino Marchitelli , scrittore milanese che vive a San Giuliano Milanese ma con radici anche nel brindisino, in Puglia, e' un autore molto prolifico . Ma oltre che essere prolifico vi e' nei suoi libri , gialli in particolar modo, una costante qualitativa che sta sempre sullo sfondo e che ne e' la nota piu' interessante:l'analisi approfondita del contesto sociale, urbano , antropologico , nonche' storico, della realta' contemporanea. Le vicende di questo suo romanzo giallo intitolato "Sangue nel Redefossi" che ha per protagonisti principali una coppia di personaggi che nella realta' contemporanea ci starebbero bene, vale a dire il commissario Lorenzi e Cristina, reporter di Radiopopolare, emittente radiofonica realmente esistente e unico faro indipendente nell'informazione lombarda, si dipanano in un territorio che l'autore conosce evidentemente bene e di cui analizza, come sfondo delle vicende narrative, alcune interessanti dinamiche politico-sociali. La storia e' un intreccio estremamente attuale in cui vicende di un appalto truccato assegnato a un boss della 'ndrangheta da un sindaco improvvido di un riconoscibilissimo, quanto a sarcasmo di definizione, "Partito del Progresso" e quelle di una cooperativa sociale che , con la scusa di aiutare i migranti, oltre a rimpinzare le tasche degli operatori, sfrutta i malcapitati proponendo loro la donazione di organi per danarosi italiani [ con la supervisione di un chirurgo privo di scrupoli] e la gestione di un prete maldestro e stupratore, tale Don Piero- fortunatamente compensato dal contraltare, e' proprio il caso di dire ,di Don Carlo, che invece e' un personaggio positivo- finiscono concentricamente per convergere verso una stessa piccola accolita di malvagi che formano una piccola Spectre. Il commissario Lorenzi, sempre alla prese con il suo passato di dolore dovuto alla morte della sua Eleonora, che a volte ritorna fantasmaticamente in forma di incubi, e' un investigatore solitamente lucido e razionale, ma e' fortemente umanizzato dal suo nume tutelare e angelo del focolare in forma di attrazione fatale , che si chiama Cristina . Piu' giovane di lui, la giornalista di Radio Popolare, finisce per incarnarne la sua parte idealista e sognatrice. La vicenda comincia a prendere corpo con la morte di un commercialista, tale Spalloni, che muore cadendo da un piano alto di un palazzo dove abita. Archiviato frettolosamente come suicidio , successive indagini dimostrano che l'uomo ha ingerito una sostanza che ne avrebbe inibito la lucidita'. I sospetti che il suo non sia un suicidio prendono corpo. Usando una tecnica gia' sperimentata in altri romanzi, Marchitelli racconta contemporaneamente altre vicende estremamente attuali, che in un primo momento non sembrano avere un collegamento , ma che , successivamente ce lo avranno, convergendo insieme in una diabolica tela al cui centro , come sempre, piu' che un personaggio in se', c'e' una sorta di ragno che rappresenta la metafora del Male. Tutti i mali contemporanei, la commistione della politica con la malavita, lo sfruttamento dei migranti che divengono ricattabili cittadini di serie b a cui puo' essere "proposta" la donazione d'organi, l'acquisizione di uno status socioeconomico elevato in nome del quale qualsiasi principio puo' essere violato, e' il caso del chirurgo che espianta gli organi ai migranti, sono i fili che compongono la tela che ha al centro il ragno del Male assoluto. Ossia il regno del male assoluto. In mezzo a questa lotta per l'affermazione del male, si muovono pero' anche personaggi positivi, come Marta, assistente rasta di Cristina, Cristina stessa, sempre alla ricerca della verita', anche a costo di rischiare in prima persona, Don Carlo, il prete che aveva denunciato gia' quando era in Congo, per le sue pratiche malsane un suon collega che , sotto il falso nome di Don Piero, si era riciclato e gestiva ora una cooperativa sociale che aveva come scopo nascosto quello di procurare organi a danarosi occidentali, come pure Giacomo, che fugge a Londra per non volersi piu' piegare a certe logiche, e non da ultima, la consigliera di sinistra Rossi, "dimessa" dal sindaco per aver subodorato le irregolarita' di un appalto. E divengono, nell'immaginario narrativo iperrealistico di Marchitelli dei veri e propri eroi, testimoni del fatto che in mezzo al marcio dilagante ci sono tanti piccoli geni combattenti che sparano cannonate di onesta'. La conclusione della vicenda e' a sopresa, con un finale doppio, inedito, che io sappia, per qualsiasi opera di narrativa.

giovedì 18 febbraio 2016

Caro Salvatore

Buongiorno signor Danilo sono Salvatore S. l'alunno del professore Lorenzo C. . Salve, signor Danilo Coppola. Io e la mia classe stiamo affrontando un tema molto importante riguardante quello del futuro e del lavoro dei giovani. Sono temi che coinvolgono tutti. Vi sono giovani che emigrano al nord o all' estero per trovare lavoro, abbandonando famiglie, amici, affetti, tradizioni. I miei compagni di classe hanno pensato di porre domande a giovani emigrati o a giovani che sono tornati nel loro paese. Io, invece, vorrei conoscere la sua esperienza e la sua opinione su questo tema ed è per questo che mi permetto di rivolgerle alcune domande. So che ha da fare molto, ma spero che possa trovare un po’ di tempo per rispondermi. Il mio professore mi ha parlato di lei dicendomi che è andato via dal suo paese per trovare un lavoro in maniera civile e corretta, come ha affrontato la distanza da casa? Come è stato l'impatto con la nuova città? ha avuto difficoltà nell'integrarsi? Nonostante lei sia laureato in Giurisprudenza come mai ha deciso di lavorare in un Centro IKEA,i invece di seguire i suoi studi? La ricerca del lavoro è stata difficile o trasferendosi al nord è stato più semplice rispetto alla situazione che abbiamo qui? Che rapporti ha, ora, con il suo paese d’origine? Il mio professore mi ha parlato dei suoi scritti: Acquario1, Acquario2 e Al Maresciallo piace la buona musica, da cosa è stato ispirato nel scrivere questi testi? Le è mai venuto in mente di tornare a vivere nella sua Ostuni? I suoi genitori cosa pensano della sua decisione di partire e non fare un lavoro inerente ai propri studi? Quali consigli darebbe a me giovane studente del sud? La ringrazio molto per la sua disponibilità e le auguro tanti romanzi ancora… Caro Salvatore la tua raffica benefica di domande mi ha messo in difficolta'. Soprattutto perche' da' la stura a una serie di interrogativi ai quali spero di saper rispondere. Innanzitutto la spinta ad andarsene mi e' sorta da un potente desiderio di liberta'. Volevo essere libero. Dalle nostre parti, ed e' ancora cosi, non si pensa minimamente a prepararsi negli studi per affrontare e vincere qualche concorso o per rivestire dei ruoli di responsabilta'. Certo non dico che non ci sia qualcuno che lo fa e ci riesce ed ha tutta la mia sincera ammirazione. Ma la maggior parte di noi ritiene tutta questa faccenda del prepararsi , studiare, formarsi, per poi rivestire un ruolo che sia in grado di introdurti in una carriera, sia una sonora perdita di tempo. Per cui i nostri genitori e parentame vario per primi cominciano dal cercarsi una raccomandazione. E questo malcostume e' impossibile da sradicarsi. Ma c'e' anche il fatto che seppur giustamente si voglia instradare un figlio verso una carriera brillante per il suo bene, perche' guadagnare di piu' aiuta , perche' un posto di potere ti pone in una condizione di scambio di favori che un giorno potrebbe tornargli utile, sta di fatto che anche questa mentalita' e' sbagliata. Ragioniamo un momento, se tutti ragionano cosi come puo' un qualsiasi paese crescere e svilupparsi, se tutti pensano a posti di prestigio e di potere acquisiti senza preparazione? Ora qualcuno potrebbe pensare che al nord dove mi sono trasferito-ma questo l'ho capito dopo-non per lavoro, ma per la ricerca della mia liberta', le cose vadano meglio. La mia esperienza in questi anni mi dice il contrario. Anche al nord ci sono le stesse dinamiche clientelari, di familismo cosiddetto amorale, che porta milioni di persone a brigare per sistemare lavorativamente meglio se stessi e i propri cari. Diciamo che al nord , perlomeno quando sono emigrato io, parlo degli anni '90, c'era piu' richiesta di lavoro e si aveva fretta di completare i ranghi delle aziende. E sotto questo profilo tanti come me sono riusciti a prendere l'ultimo treno per un posto di lavoro a tempo indeterminato. Allora si riusciva anche a non ricorrere al politico di turno che ti raccomandasse. Cosa che da noi in Puglia era pressoche' impossibile. Ecco da noi questa storia della raccomandazione, del mettersi al carro di qualcuno e del galoppinismo politico ha raggiunto tinte grottesche. E una volta ottenuto il posto, spesso pagando tangenti, non si era e , diciamo pure, non si e', liberi. Ad ogni tornata elettorale, ad ogni impegno politico sei chiamato al "vota e fai votare", al porta a porta del lecchinaggio politico. In altre parole, il lavoro, che dovrebbe rendere indipendenti, liberi, dare dignita' piena ad una persona, per le dinamiche attraverso le quali era ed e' acquisito finiva e finisce per trasformarsi in una schiavitu'. Io emigrando al nord non ho comunque trovato lavoro molto facilmente. C'era da confrontarsi con chi viveva al nord e in qualche modo era favorito, poi con chi era emigrato prima di me[la classica guerra dei poveri] ed esercitava una sorta di diritto di prelazione. Riguardo agli stranieri io non ho avuto problemi, perche' ai miei tempi nessuno assumeva per un lavoro normale persone che non fossero in regola. Li assumevano in nero per lavori particolarmente usuranti che noi italiani non volevamo fare. E in qualche modo oggi e' ancora cosi. E poi c'era naturalmente questa questione che la laurea che mi ero preso e che-altra ubbia diffusa ad arte dal sistema di cui l'universita' stessa era parte-doveva schiudermi le porte del dorato mondo del lavoro che contava, in realta' era ritenuta da un bel po' di selezionatori del personale, poco piu' che carta straccia. Un po' perche' venivano preferiti i laureati in Bocconi e Cattolica, universita' prestigiose per frequentare le quali si pagano rette salate[e io invece ero laureato alla statale e per di piu' a Bari], ma anche perche' ho dovuto confrontarmi con il sistema delle raccomandazioni a Milano gestito in gran parte da Comunione e Liberazione. Tutte queste dinamiche, per risponderti compiutamente , caro Salvatore, le ho trasferite nei miei due romanzi classici, di letteratura contemporanea, Nell'acquario e Nell'acquario 2. La raccolta di racconti "Una faccia una razza" si riferisce principalmente a storie della mia infanzia, mixate con pezzi di satira politica o di costume. Al maresciallo piace la buona musica, invece, costituisce la mia irruzione , come narratore, nel mondo del giallo. Il protagonista di questi quattro racconti che costituiscono il libro, si chiama Gabriele Santoro, e' di Ostuni, poco piu' che quarantenne,soffre pesantemente di colite spastica, cosa che lo porta a consumare quantita' industriali di camomilla, legge molto soprattutto classici, di cui si avvale per risolvere casi intricati ed e' un grande appassionato di jazz e musica classica. Tre di questi racconti sono ambientati a Milano, territorio metropolitano in cui attualmente vivo , mentre il primo e' ambientato a Trieste, citta' dove ho svolto il servizio militare come Ufficiale di complemento. Mi chiedi come mai non ho svolto un lavoro attinente ai miei studi. Beh, io sono laureato in Scienze Politiche, che come ben sai, non e' un titolo che puo' darti accesso alla libera professione. In un paese che e' nato e cresciuto secondo logiche provinciali, dove lo studio settoriale doveva necessariamente dar luogo ad uno sbocco certo, ha creato una mostruosita' antropologica piu' unica che rara. Oggi infatti abbiamo laureati in filosofia che si sono riciclati e lavorano nell'ambito delle ricerche di mercato, non avendo trovato sbocco nel semibloccato mondo della scuola, laureati in giurisprudenza che insegnano diritto a scuola, architetti che si occupano di grafica pubblicitaria, laureati in economia e commercio che selezionano il personale. Io faccio l'arredatore per l'Ikea. Ci sono arrivato dopo vent'anni di militanza in questa multinazionale svedese dell'arredamento. Il mio lavoro consiste in un mix di consulenza tecnica e vendita. Una volta, caro Salvatore, pensavo che mi sarebbe piaciuto fare lo scrittore a tempo pieno. Ma ora non lo penso piu' . Non lo farei nemmeno se ne avessi l'opportunita'. Un'autore deve stare in mezzo al popolo, in mezzo alla gente di cui racconta le vicende. La maggior parte degli autori che mi sono piaciuti, infatti, sono stati questo tipo di scrittori. Lo scrittore professionista e' finto e quella finzione nella finzione risulta ancora piu' falsa, ad un lettore ben accorto, di quella che crea lo scrittore che modifica solo lievemente, la realta' che descrive, a fini letterari. Per quanto concerne il mio rapporto con Ostuni, mio paese ci origine, beh, devo dire, che , rispetto ad una fase iniziale in cui non mi sentivo pienamente a mio agio, non sentivo che la citta' stava dando a me cio' che io , nel mio impegno sociale e ambientale, avevo cercato di dare a lei, fase iniziale appena partito per cambiare vita, oggi il mio rapporto e' mutato in senso positivo. So apprezzare di piu' quello che ho perso, cio' da cui mi sono allontanato. E ogni volta torno a trovare i miei cari genitori con sempre maggiore nostalgia, una nostalgia pero' venata di una giusta dose di distacco, non quella nostalgia malata dell'emigrante classico che se n'e' andato a malincuore. Io, chiaramente, non me ne sono andato a cuor leggero, ma i motivi del mio allontanamento, in realta', non consistevano esclusivamente nella ricerca di un lavoro. Ma anche e soprattutto in una ricerca di se stessi , una sorta di autoproiezione nell'oceano della vita, fra le procelle dei mari agitati della realta' contemporanea, per vedere se ce la potevo fare con le mie forze, da solo, senza il doping dell'aiutino di un politico o altro. Con le mie proprie forze. C'era il rischio, in questa sfida con se stessi, di perdersi e di non ritrovarsi, di perdere contro se stessi e di non riprendersi mai piu' da questa sconfitta. Ma valeva comunque la pena di tentare. Di affrontare la vita. E di affrontarsi. Per cui, caro Salvatore, invito i giovani a mettersi in gioco e a ragionare in grande. Le proprie radici sono il punto di partenza a cui si ritorna, di quando in quando o sempre, a volte definitivamente. Ma cosa sarebbe il nostro albero senza radici. E che rigoglio sarebbe. Un rigoglio senza classe, quello di un orticello di fronte a quello maestoso e imperituro della foresta pluviale di un'esistenza forgiata ai marosi della vita, quando ce l'hai fatta ad approdare dall'altra parte del fiume. E la zattera e' la vita.